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11 maggio 2009
CINECLUB VITTORIO DE SICA - Articoli 2009

 

L’ATTORE LUCANO COSIMO FUSCO E’ FATHER SIMEON IN “ANGELI E DEMONI”

Di Armando Lostaglio

Potenza. Esce in questi giorni anche nelle nostre sale, salutato quale evento internazionale, il film di Ron Howard “Angeli e demoni”, con tutto il prologo di polemiche fantareligiose, legate anche al precedente “Il Codice Da Vinci”, (2006) entrambi tratti dai best-sellers dello stesso autore, Dan Brown. E soprattutto, avranno lo stesso protagonista, il sempre eccellente Tom Hanks. Ma quel che particolarmente interessa segnalare è che del prestigioso cast di “Angeli e demoni” fa parte un attore lucano, Cosimo Fusco. Lo abbiamo sentito recentemente e ci ha espresso una legittima grande soddisfazione per il  film, e in particolare per aver lavorato al fianco di attori straordinari, con un regista di collaudata esperienza. Ricordiamo “A Beatiful Mind” del 2001, “Cindarella Man” presentato a Venezia nel 2006, e il più recente ”Frost/Nixon – La sfida”, uscito quest’inverno scorso, sui difficili rapporti fra informazione e potere. Howard  era, inoltre, uno dei ragazzi della fortunata serie televisiva “Happy days” degli anni ’80.
Cosimo Fusco si è formato professionalmente ad Hollywood. Negli Stati Uniti è conosciuto per aver partecipato alle popolari serie tv “Friends”, “Alias” e “Rome”. Nel 2007 è stato chiamato a lavorare nel cast di “Angeli e Demoni” direttamente dal regista Ron Howard. “Ho incontrato – ci dice - il regista americano due anni fa a Los Angeles, mentre lavoravo ad una piece teatrale. Howard mi ha subito scritturato per interpretare il ruolo di Father Simeon, una figura che nel romanzo di Dan Brown non esiste, ma che è stata inserita successivamente nella sceneggiatura da Akiva Goldsman”.
Qual è il ruolo di Father Simeon?
“E’ l’assistente del Cardinale Straus – ci dice - (il Cardinale Mortati nel libro di Dan Brown), interpretato da Armin Mueller-Stahl. Father Simeon è una figura piuttosto ambigua. E’ molto vicino al Cardinale Straus tanto da influenzarne alcune scelte. E su di lui, fin dall’inizio, si concentrano molti sospetti. Potrebbe essere, infatti, uno dei temibili membri della confraternita degli “Illuminati”.
Una importante esperienza per l’attore lucano, straordinaria la visibilità, tenuto anche conto che il film certamente provocherà controversie e dibattiti, con immancabili prese di posizione da parte di frange piuttosto ortodosse. Ci fermiamo alla considerazione che si tratta solo di un film, un thriller ben montato per tenere con il fiato sospeso. 

 

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Il De Sica Cinit a Venezia 66^ Mostra del Cinema


Rionero inVulture. Saranno oltre un centinaio da diverse regioni gli
appassionati di cinema aderenti al Cinit - Cineforum Italiano ad avere
la possibilità di accesso con accrediti culturali alla 66^ Mostra d´
Arte cinematografica di Venezia, in programma dal 2 settembre al Lido;
e di essi oltre una ventina partono dal Vulture, per iniziativa (come
da dodici anni in qua) del CineClub Vittorio De Sica - Cinit di
Rionero. Anche quest´anno, sono molti i giovani e giovanissimi (cinque
hanno appena finito il Liceo) che approderanno per la prima volta all´
esperienza cinematografica, dopo avere seguito negli scorsi anni le
manifestazioni di cultura cinematografica promosse dal De Sica, alcune
anche sotto l´aspetto didattico. Accompagnati come in passato dai
fondatori Armando Lostaglio e Donato Labella, gli appassionati
potranno partecipare a tutte le innumerevoli proposte che la Biennale
Cinema pone in essere, a partire dalle proiezioni dei film non soltanto
in concorso, quanto alle conferenze e ai dibattiti, ai seminari alcuni
proposti proprio dal Cinit, che raggruppa sul territorio nazionale
oltre 120 Cinecircoli. Iniziative che di anno in anno si arricchiscono
di contenuti, che poi verranno riproposti anche sul territorio, a cura
dei Cineclub lucani, fondati negli anni dal De Sica di Rionero, come il
"Pasolini" di Barile, "Rocco e i suoi fratelli" di Pietragalla,
"Silvana Mangano" di Baragiano, "La camera verde" di Tursi. Ma questa
Mostra di Venezia per i lucani ha un sapore ancora più attraente: la
presenza del film in concorso diretto dal regista-attore "lucano"
Michele Placido, "Il grande sogno"; e sempre in concorso il film di
Francesca Comencini "Lo spazio bianco" tratto dal romanzo di Valeria
Parrella, napoletana ma che si è occupata anche di Basilicata in suoi
racconti; ed ancora la presenza della Cineteca Lucana in mostra all´
Hotel Excelsior (cuore vibrante della kermesse) con le apparecchiature
di ripesa e di proiezione che fanno parte attiva del film di Tornatore
"Baarìa", opera che inaugura questa 66^ Mostra. Infine, ma non ultimo,
è il ritorno alla Mostra di Venezia dopo 42 anni del maestro Tinto
Brass con una retrospettiva, che comprende anche la proiezione del suo
ultimo cortometraggio "Hotel Courbet" che è stato presentato dal
maestro in anteprima proprio a Rionero, su invito del CineClub De Sica
il 2 giugno scorso: una serata memorabile incentrata sull´edonismo, l´
estetica, la seduzione e il vouyerismo nel cinema, presente anche il
giornalista e scrittore Lucio Tufano.
Nella scorsa edizione della Mostra di Venezia il CineClub di Rionero
ha presentato all´Excelsior il documentario "Vultour - le tracce del
sacro" prodotto dal De Sica - per Culture in Loco- diretto da Fulvio
Wetzl, con l´annessa proposta (presente l´assessore regionale Autilio)
di candidare l´Abbazia di Monticchio e l´area lacustre quale patrimonio
dell´Unesco. Due anni or sono sempre all´Excelsior, durante la Mostra
ed ancora su iniziativa del Sindacato dei Giornalisti Cinematografici,
è stato presentato il libro di critica "Sequenze" di Armando Lostaglio.
Interventi significativi dunque in una mostra internazionale come
Venezia, che mette in relazione le più diverse espressioni culturali
legate all´arte cinematografica.

 

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La Mostra del Cinema di Venezia e la solidarietà.
Di Armando Lostaglio

Venezia. Fra un film e l´altro, si aggirano in molti fra i diversi
stand di cinema sul Lido, negli spazi contigui alle diverse sale ed al
Palazzo del cinema. Colpisce uno in particolare, quello di "Cose dal
carcere" che espone tessuti, vestiti, borse e magliette, realizzate
dalle detenute della Casa Circondariale di Venezia. Si ripete l´
esperienza della scorsa edizione della Mostra, che tanti apprezzamenti
ha ottenuto e che quindi ha fatto si che venisse riproposta anche in
questa 66 Mostra. Lo scorso anno, per iniziativa di Massimo Rosin del
CineClub Cinit "Visconti" di Venezia, oltre che di altre associazioni
di solidarietà, è stato consentito per la prima volta che un numero
ristretto di detenuti venisse accolto alla Mostra per seguire da vicino
(per un giorno) film e rassegne. La novità di questa edizione della
Mostra è invece rappresentata dal fatto che le stesse detenute a turno
si avvicenderanno allo stand in qualità di commesse per la vendita
delle merci da loro stesse prodotte. E inoltre potranno avere modo di
assistere a proiezioni.
Sono iniziative di assoluto valore umanitario, che coniuga l´arte e
la cultura con aspetti solidaristici di assoluto rilievo. Durante l´
anno, vengono anche proiettati film d´autore nella stessa Casa
Circondariale. Sull´onda dei rapporti che il Cinit "Visconti"
intrattiene con il De Sica di Rionero, anche nella Casa Circondariale
di Melfi è stata iniziata una simile esperienza di proiezioni e
dibattiti su film d´autore con gli ospiti dello stesso Istituto di
pena.

 

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  LETTERA APERTA


Gentile dr. Augias, ho partecipato, in qualità di accreditata, alla Mostra del Cinema di Venezia (come da diversi anni) e sono fra quelle centinaia e migliaia di giovani che corrono da una sala all’altra, da una conferenza all’altra (e se capita, da una festa all’altra)  per il piacere di godere di bellissimi film e di approfondirne le tematiche. Ebbene, della presenza al Lido della signora D’Addario o della signorina Noemi, o ancora della attuale compagna di Clooney ( in passerella anche lei sul prestigioso ed esclusivo tappeto rosso) non ne ero a conoscenza, credo che molti di noi lo ignorassero, notizie attinte dopo dai giornali, Repubblica compreso, che addirittura ha dato notizia in prima pagina della presenza al Lido della ormai celeberrima escort. Che si alimenti il gossip (ciascuno per la propria parte) ormai è arte comune, ma che lo faccia anche questo giornale che apprezzo (gira in casa mia da quando sono nata), mi pare davvero fuori misura, anche se la notizia ambiva ad essere un pretesto. Tuttavia, a me pare che tutti si adeguino (per forza di cose o per esigenze di tiratura) all’amplificazione del nulla. E lui, continua ad averla vinta. Se invece si ignorassero?!

Chiara Lostaglio 

 

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Tinto Brass in televisione. E a Rionero


Nel programma pomeridiano in onda su Canale 5 di qualche giorno fa, intorno alle 17,30, è stato ospite il regista Tinto Brass. La presentatrice Barbara D’Urso non ha mancato di impostare l’intervento sulle facili allusioni ed ammiccamenti circa le produzioni cinematografiche del regista ritenute “erotiche”, con la presenza di due avvenenti e pressoché svestite vallette, verso le quali si chiedevano al maestro apprezzamenti come luogo comune vorrebbe: il posteriore esibito e gongolato, le movenze se pur brevi da spettacolo porno e quant’altro. Atteggiamenti che il regista non disdegna e non omette di interpretare, anche in funzione di una sua “anarchica” idealità, lungi da perbenismi di facciata o retorici. Brass è personaggio che si può invitare per parlare di arte e di erotismo, di cinema come di costume, dipende dalle scelte (editoriali) che si vogliano operare. Alla Mostra del Cinema di Venezia (ad esempio) invitato poche settimane fa per presentare suoi lavori un tempo censurati, è stato accolto come un grande maestro del cinema, ed ha offerto (negli incontri e nelle conferenze) il meglio di se approfondendo tematiche culturali inerenti il costume ed il cinema. Invece, nella televisione commerciale (e nelle ore protette) si è voluto offrire di Brass l’aspetto più scurrile e banalizzante del personaggio, lontano anni luce dall’incontro del giugno scorso a Rionero, su invito del CineClub De Sica – Cinit nel quale ha parlato (incalzato dal critico Lostaglio) soprattutto della sua esperienza di regista, dal neorealismo all’attuale fase di cinema edonista e voyerista, ma con l’eleganza che contraddistingue un uomo di cultura e di spettacolo, e quindi mai volgare o allusivo come è invece apparso nella ospitata della D’Urso su Canale 5. Questa è la televisione, degli ascolti e delle vendite, non della eventuale capacità (e volontà) di fare anche un minimo di “cultura” mediante una figura di cinema che ha contribuito alla storia del Cinema.

Pasquale De Luca, Georges Almaz, Raffaele Mele, Giuseppe Rita, Vincenzo Uva, Vittorio Vertone

 

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Totò partenopeo e parte-futurista di Aldo Marzi proseguono i rapporti del “De Sica” con autori italiani (15 oTTOBRE 2009)

Di Armando Lostaglio

Rionero in Vulture.- Con la discussione sul libro “Totò partenopeo e parte-futurista” di Aldo Marzi (edito da Aletti, Roma), proseguono intensi i rapporti del CineClub “Vittorio De Sica” – Cinit con autori ed appassionati di cinema. E questo mediante l’attività epistolare che da anni intrattiene Ernesto Grieco (poeta popolare e segretario del Cineclub) con Aldo Marzi, scrittore romano fra i massimi competenti della semantica di Totò e della sua vis comica. Marzi  è stato docente ed è scrittore rinomato. Prima di questo lavoro, ha dato alle stampe “Ciao Totò” (Aletti editore, Roma), una fantastica quanto ossequiosa rilettura della poetica del Principe napoletano in chiave anche pedagogica. Totò bambino e burattino, Pulcinella moderno, sono solo alcuni dei paragrafi di quest’ultimo lavoro, nel quale si rilegge in embrione il Futurismo di Marinetti che Totò per altri versi riesce ad interpretare.
“Si può leggere e sognare ad occhi aperti? – scrive Grieco a Marzi - si può vivere un sogno leggendo un racconto e vedere la scena viva e palpitante, sapendo che il soggetto
del sogno può psicologicamente ed inconsciamente condurre in una nuova dimensione. Questo accade per gli scritti di Marzi, che anche in questo nuovo lavoro, offre di Totò una ulteriore chiave di lettura, quella futurista, appunto. Partendo da esperienze basilari, scrive Marzi, per la sua vis – comica (che successivamente trasferirà dal teatro al cinema come una sorta di teatro filmato), Totò per certi versi riuscì a superare i suoi stessi maestri, De Marco e Petrolini. Creando una propria maschera, il Principe si rapportò in chiave moderna all’archetipo di Pulcinella lambendo il grottesco ed il surreale. Anche per questo si può affermare che in Totò convivono fermenti dell’Avanguardia futurista.
E’ di certo una operazione storica e biografica, questa di Marzi, di elevato spessore culturale, che manifesta uno smisurato amore per il più versatile dei comici Italiani.
Una fatica letteraria sul Principe De Curtis, una imprescindibile personalità dello spettacolo del secolo scorso, che spazia dal teatro al cinema alla poesia, con una risonanza che travalica ogni confine, come accade per Chaplin, Buster Keaton, Jacques Tatì e i fratelli Marx.
Ma Totò, rispetto a Charlot e a Keaton, è più surreale ed astratto, in sintonia con un’epoca in cui trionfano il Cubismo, il Futurismo, l’Astrattismo. Totò porta tutti questi elementi con la sua figura e la sua arte in un palcoscenico come quello comico, allora ritenuto minore.
Ma il testamento artistico ed umano di Totò, si avvertirà nel film della trilogia di Pier Paolo Pasolini, dal titolo “Che cosa sono le nuvole”. Un incredibile gioco del caso, che ha voluto Totò nella sua ultima interpretazione di una marionetta umanizzata. Così come era dunque nato al teatro, il Principe muore al cinema e non avrebbe potuto lasciare un "testamento" di più alto valore poetico.

 

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CINECLUB VITTORIO DE SICA – CINIT
RIONERO IN VULTURE (PZ)

 

Il CineClub “Vittorio De Sica” capofila al XIII Congresso nazionale
CINIT - Cineforum Italiano.

Rionero in Vulture. Il CineClub Vittorio De Sica avrà un ruolo
basilare nel 13° Congresso nazionale del CINIT - Cineforum Italiano,
che si terrà a Desenzano sul Garda (Bs) nei prossimi 7 e 8 novembre.

L’Associazione culturale istituita a Rionero oltre 15 anni or sono, sarà
da modello oltre che da guida per i diversi Cineclub che nel corso
degli anni ha contribuito ad ispirare oltre che a fondare in
Basilicata, rapportandoli agli oltre 120 Cinecircoli di ispirazione
cristiana di cui si compone il Cinit, che ha sede a Venezia.
Il De Sica sarà rappresentato al Congresso dai fondatori  Armando
Lostaglio - che riveste anche il ruolo di Vicepresidente nazionale del
Cinit - e Donato Labella, presidente del De Sica, mentre il CineClub
“Pier Paolo Pasolini”, fondato a Barile, verrà rappresentato dal
fondatore Daniele Bracuto. Il “Rocco e i suoi fratelli” di Pietragalla
sarà rappresentato dal responsabile Vittorio Vertone, mentre l’
Associazione “Silvana Mangano” di Baragiano e il cinecircolo “San Gerardo Maiella” di Muro Lucano sono rappresentati da Costantina Gliubizzi. Per il quotidiano on-line NONSOLOCINEMA.com, edito dal Cinit, per la Basilicata è presente la giornalista e critica Chiara Lostaglio. E’inoltre in corso di
istituzione il CineClub “La camera verde” di Tursi, con Salvatore
Verde, l’associazione “Le mani sulla città” a Napoli con Lello Cardone,
e a Torino l’associazione Cineteatro a cura di Antonio Orria. In questi
anni il De Sica ha promosso anche l’istituzione dell’associazione
cinematografica a Savona “Locanda Almayer” presieduta da Patrizia
Casiraro.
Associazioni queste che in questi anni hanno contribuito a divulgare
in ambito locale, con scuole ed istituzioni culturali, una oculata
dimensione cinematografica, legata a dibattiti, letture di film,
incontri con autori, con l’obiettivo di far fronte ed arginare  una
dilagante sottocultura che si alimenta di una tendenza all’
annichilimento che vede soprattutto in certa televisione il primo
baluardo.
Il De Sica è stato inoltre fra i fondatori quest’anno di
BasilicataCinema, il network che raccoglie in regione le istanze
culturali di ben sei Associazioni cinematografiche.

A. L.

Rionero in V. 4.11.2009

 

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Francio Ford Coppola e la “sua” Lucania
Di Armando Lostaglio

 

Non perde occasione il maestoso regista Francio Ford Coppola di far riferimento alle sue radici, alla Lucania di suo nonno. E lo ha appena espresso durante il Torino Film Festival che lo ha omaggiato con il Gran Premio per la carriera oltre che per l’attività della sua casa di produzione, la Zoetrope, che il regista americano ha fondato insieme a Georges Lucas ben quarant’anni fa.
“Sono fiero di venire da una famiglia di immigrati – sostiene – mi sento profondamente italiano: tutti i miei nonni provengono da qui, tre dalla zona di Napoli, il quarto dalla Basilicata”. In tali affermazioni, il regista di “Dracula”, di “Cotton Club” e di tanti capolavori, esprime il valore dell’interscambio culturale che viene dalle migrazioni: “La forza dell’America, la ragione per cui è un grande Paese, sta nel suo essere composto al 100% da immigrati, che lì hanno avuto la possibilità di esprimere al meglio i loro talenti”.
Coppola si sofferma anche sull’estro musicale di suo padre, Carmine Coppola, che era stato primo flauto dell’Orchestra Toscanini, nonché autore delle musiche per “Il Padrino” e per “Apocalipse now”. 
Al Festival di Torino, Coppola ha presentato in anteprima il suo ultimo film, un bianco e nero dal titolo “Segreti di famiglia”, in uscita in questi giorni. Dopo la Romania in cui ha ambientato il precedente “Un’altra giovinezza” (2007), con questo film scruta l’Argentina, per un film in tono meno altisonante rispetto ai precedenti storici, ma intenso per quanto riguarda i rapporti familiari, comunque al centro della sua ricerca e del suo obiettivo.
Secondo il regista, un film può essere realizzato ovunque. Ed aggiungeva:  “avere autori legati ad una realtà, che raccontano quello che vivono, è l'unico modo per far emergere idee nuove”.
A Coppola rimane a cuore l’idea di realizzare in Basilicata un Centro sperimentale di arti visive, con corsi di cinema, di musica e di arte, che coinvolga l’intero territorio regionale, e potrebbe rappresentare un punto di riferimento per la formazione dei giovani e per la produzione di cultura in Basilicata. “E’ una terra – ci diceva - che deve essere fatta conoscere nel mondo per l'ospitalità dei suoi abitanti, il paesaggio incontaminato, la genuinità dei suoi prodotti". Esemplare, in tal senso, il video realizzato con regista lucano Michele Russo, e il Premio conferito al maestro alla prima edizione del Maratea Film Festival nell’agosto scorso.

(CineClub De Sica – Cinit)

 

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Pier Paolo Pasolini e la televisione


E’ stato un rapporto esasperato, conflittuale fra Pier Paolo Pasolini e la televisione: quella del suo tempo, un secolo fa; un abisso rispetto a quella odierna, spesso dozzinale e messaggera di vuoto.

“Niente di più feroce della banalissima televisione”, sentenziava a metà degli anni ‘60 il poeta-regista. Preveggente quasi, profetico nei confronti di certa omologata emittenza che spudoratamente (oggi) sacrifica le intelligenze alle logiche commerciali degli ascolti. Eppure il poeta friulano l’ha analizzata in una fase (pochi anni dopo l’installazione delle antenne sui tetti) in cui i canali erano uno o due al massimo, poche le fasce orarie di trasmissione, in cui “Non è mai troppo tardi” pur svolgeva una funzione pedagogica, acculturante, unificante quasi per l’intera nazione, al di là delle classi sociali. La successiva Tv dei ragazzi, i caroselli (da Emmer in poi veri cortometraggi) e i varietà di Falqui, hanno segnato più di una generazione, caratterizzato un’epoca, allietando le stanche sere degli italiani ancorché lambiti dal boom economico.

Ma Pasolini vi leggeva una “sistematica falsificazione di ogni frammento di verità”. Un’avversione che lo spingeva sempre più ad apprezzare il mezzo cinematografico per esprimere “la lingua scritta della realtà”. Vi leggeva in esso la possibilità di un superamento della letteratura in un’arte fatta direttamente con pezzi di realtà che diventano segni. La televisione, al contrario, è “il trionfo della irrealtà (come sosteneva anche la Morante), “che è contro natura, e porta necessariamente alla disintegrazione”.

Un conflitto palesato in televisione quando Pasolini verrà invitato da Enzo Biagi: dimostra un certo disagio, una difficoltà ad esprimersi in maniera spontanea, realistica, a conferma delle sue tesi. Un estraneo in quella televisione, ben prima che le tv private invadessero l’etere.

Un rapporto difficilissimo che viene riproposto, in questo periodo, da un convegno itinerante promosso dalla Cineteca di Bologna e il Centro Studi Pasolini di Casarsa, volti ad analizzare i suoi enunciati così lungimiranti, e quanta profezia contenessero le sue asserzioni, dimostrate da un cinema, il suo, così ricco di realtà contro ogni strumentale finzione.


Armando Lostaglio

(CineClub De Sica –Cinit)

 

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Leonardo Sinisgalli in televisione


“Si fatica per anni / a sciogliere i nodi, /a dare un'immagine /
favolosa a una ciocca / illeggibile di segni perduti.” Da questi versi terribilmente belli di Leonardo Sinisgalli è partito un viaggio mirabolante nella poesia, alle sei del mattino su Rai 2 (accade di domenica). Un’analisi profonda come  solitamente fa un programma di poesia e non solo: a dirigere la discussione, nel suo salotto di giovani e di intellettuali, è Gabriele La Porta, già autore del Dizionario dell’inconscio e della magia (Sperling & Kupfer) stimato storico della filosofia, nonché direttore di RaiNotte.
Apprezzamenti e riletture per l’intimità dei versi del poeta-ingegnere di Montemurro, più volte sottolineati dagli interlocutori e più volte citato, il poeta,  soprattutto per la sua rivista “Civiltà delle macchine” ritenuta la più interessante rivista letteraria del Novecento. Sinisgalli è dunque inserito fra i maggiori poeti ed intellettuali del secolo scorso, mentre si rimarca che “il poeta rischia in ogni pagina di sembrare insensato, astruso, assurdo, rischia di non dire niente. L’operazione temeraria che egli conduce ha proprio l’indeterminatezza di certe analisi portate sulle quantità sfuggenti, di certe indagini al limite della catastrofe”. Ed ancora su Sinisgalli: “Siamo di fronte a una poesia colta, che si confronta con gli abissi e che tuttavia scarta il lusso intellettuale, l’enciclopedia, la sublime futilità. Sottintende quasi un’algebra, un’ottica, una fisiologia, più che una bella scrittura”. Un poeta arcaico e nobile, legato alle radici come quando scrive: “Ci è toccata questa valle, questa valle  abbiamo scelta per tornarci a morire. Dove Gesù risorgerà con molta pena noi speriamo ardentemente di sopravvivere nel cuore dei congiunti e dei compagni, nel ricordo dei vicini di casa e di campo”.
Inoltre, fu breve quanto intenso il rapporto di Sinisgalli con il mondo del cinema: va ricordata la sua collaborazione alla sceneggiatura di un film fondamentale nelle regie di Alberto Lattuada. Parliamo de Il cappotto, datato 1951, che rappresenta il riuscitissimo tentativo di coniugare la tradizione della  commedia italiana con un classico della letteratura umoristica russa, Gogol. La pellicola, premiata al V Festival di Cannes, fu l’occasione per il “piccolo” Renato Rascel per dimostrare la sua versatile capacità di interprete, fra il drammatico e l’ironico.
Il mondo del cinema aveva affascinato molti intellettuali in quei decenni, a partire dall’immediato dopoguerra. E così ritroviamo il “nostro” ingegnere e poeta di Montemurro cimentarsi anche come regista.
Infatti, con “Lezioni di geometria”, Sinisgalli è stato premiato nel 1948 alla Mostra d’arte cinematografica di Venezia, opera realizzata in collaborazione con Virgilio Sabel, con il quale nel 1950 filmerà pure “Millesimo di millimetro”.

Armando Lostaglio
(CineClub “De Sica” – Cinit)

 

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l documentario su Pietro Germi scritto da Manuela Tempesta su La7

(10 dICEMBRE 2010)

Di Armando Lostaglio

Il documentario PIETRO GERMI: IL BRAVO, IL BELLO, IL CATTIVO, scritto da Manuela Tempesta e diretto da Claudio Bondì, è andata in onda su LA7  domenica 6 dicembre. L’autrice collabora da diversi anni con il Cinit – Cineforum Italiano, cui aderiscono cinque Cineclub in Basilicata fondati dal “De Sica” di Rionero.
L’emittente nazionale dedicherà quindi ai film di Pietro Germi l’intero pomeriggio e la serata.
“Finalmente – dice Manuela Tempesta - gli schermi televisivi offriranno un omaggio doveroso a Pietro Germi. Come autrice auspico che questo mio documentario possa contribuire a sottrarlo da un ingiusto e ingiustificato oblio”.
Il film è stato realizzato grazie alla fiducia accordata da La7, oltre alle produzioni che ne hanno seguito la realizzazione (Blue Film e Ascent Film). “Devo molto al Cinit - Cineforum Italiano (cui il mio cinecircolo “Anna Magnani” aderisce da alcuni anni) ed ancora – sottolinea la Tempesta - I Quaderni di Cinemasud, sia per il contributo donato che per il sostegno morale e culturale che hanno sempre accordato al progetto”
Pietro Germi è stato un cineasta di grandissima professionalità, Woody Allen lo citava spesso per le sue straordinarie regie; Premio Oscar nel 1963 per la sceneggiatura di Divorzio all’Italiana, Germi viene ricordato da Martin Scorsese come il film che, a suo parere, ha portato sullo schermo la migliore fotografia del cinema mondiale. Forse, affermare soltanto che fosse “un grande artigiano” come lo ha definito affettuosamente il suo amico Luciano Vincenzoni, potrebbe essere riduttivo, perché Pietro Germi, in realtà, era un regista complesso, profondo, ricco di contraddizioni e di spinte creative diverse, capace di dar vita a uno dei primi film polizieschi italiani  come Un maledetto imbroglio e a capolavori di satira grottesca come Sedotta e abbandonata e Signore&Signori, Grand Prix al Festival di Cannes del 1966.
Il film di Manuea Tempesta è stato presentato al Festival di Cannes, nello scorso mese di maggio nella sezione “Cannes Classic”, ed accolto con tanti applausi e calore, tanto da trovare anche una distribuzione francese, la Carlotta Film, che lo ha portato sugli schermi francesi nei mesi di luglio e agosto.

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