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GIUSEPPE CATENACCI

 

CARLO PALESTINA – MICHELE TRAFICANTE








GIUSEPPE CATENACCI


L'uomo dal multiforme ingegno

a cura di Leo Vitale




































Non importa cosa sarà di noi

quando non ci saremo più.

Importa ciò che siamo stati

e il ricordo che lasceremo

Roberto Gervaso









































PRESENTAZIONE


Da tempo avevo in mente di scrivere sulla figura dell’ingegnere Giuseppe Catenacci, a parte alcuni articoli giornalistici. A tal fine avevo iniziato a raccogliere il materiale necessario che mi consentisse di concretizzare tale mio proponimento. Era per me un bisogno dell’anima, un debito morale, una testimonianza di affetto e di profonda gratitudine verso un uomo il quale, posso affermarlo in tutta sincerità, è stato il “padre spirituale”, culturalmente parlando, che ha innanzi tutto creduto in me e mi è stato costantemente vicino, sia incoraggiandomi nelle ricerche storiche sul Mezzogiorno d’Italia1, sia aiutandomi con generosità neri momenti difficili della vita.

Ma, come capita spesso, i nostri buoni propositi non si attuano facilmente e nei tempi che noi vorremmo, perché delle difficoltà contingenti ci costringono a rimandare sempre al domani.

Alcuni anni fa il caro amico padre Carlo Palestina ha avuto modo di consultare le opere dell’ingegnere, i suoi libri, la copiosa corrispondenza, i tanti articoli di giornali con altro materiale custodito gelosamente nello studio di casa Catenacci e ne ha, quindi, tratteggiato un profilo assai utile ed interessante dell’uomo, dell’ingegnere, dello studioso. Egli ha ritenuto, bontà sua, passarmi il risultato del suo lungo e non semplice lavoro di studio, di analisi e valutazioni.

Fu ciò uno stimolo per me a riflettere e ripiegarmi nell’impegno di occuparmi, finalmente e con maggior lena, della figura dell’indimenticabile amico ingegnere Catenacci. Negli ultimi mesi, però, problemi di salute mi hanno creato delle difficoltà ad attendere all’opera con la dovuta alacrità e realizzare il miro radicato desiderio di rendere il dovuto omaggio al caro ingegnere.

Devo, pertanto, un sincero e sentito ringraziamento all’amico prof. Leo Vitale, già mio prezioso compagno di viaggio culturale nella recente pubblicazione del volume Corrispondenze di Giustino ed Ernesto Fortunato. Lettere inedite a Vincenzo Granata e Michele Mennella, il quale con generosità, passione e competenza si è reso disponibile a rivedere, ordinare e curare il “brogliaccio” da me già da tempo preparato.

Il presente lavoro, è bene precisarlo, non è esaustivo in merito alla trattazione della complessa figura di Giuseppe Catenacci, un uomo che si è rivelato “di multiforme ingegno” e che ha lasciato una traccia profonda nella storia e nell’evoluzione sociale e politica di Rionero in Vulture e non solo. Pertanto, il volume presenta certamente delle omissioni e d incompletezze.

Altri autori, più autorevolmente e con maggiore competenza, hanno già scritto sull’uomo e sulla sua multiforme attività. Il nostro intendimento è solo quello di portare un ulteriore modesto contributo alla migliore conoscenza e comprensione della personalità di Catenacci, riferendo fatti ed episodi inediti strettamente privati o solo a me noti, concernenti esperienze vissute con lui negli ultimi anni della sua vita, che certamente esaltano ancor più la sua generosità ed umanità. A tal scopo è stato utilizzato solo il materiale (libri, documenti, illustrazioni, fotografie) in mio possesso e quello donatomi personalmente dall’ingegnere, senza “saccheggiare” altrove quello che non rientrava nel mio intendimento, anche se magari più interessante.

Merito indiscusso va riconosciuto alla famiglia Catenacci, dalla maestra Giuseppina Di Mascio, moglie del defunto Mauro Catenacci, adottato quest’ultimo dallo zio ingegnere, ai figli Peppino, Maria e Francesca, i quali lodevolmente tanto hanno fatto e stanno facendo perché resti alta la memoria del loro illustre congiunto, meritevole, in verità, di maggiore considerazione da parte dell’intera comunità rionerese.

Michele Traficante

















NOTA DEL CURATORE


Ben volentieri ho accettato l’invito dell’amico Michele a dare un’occhiata al “brogliaccio” sulla figura dell’ingegner Giuseppe Catenacci.

L’ho letto attentamente, l’ho trovato interessante e assai degno di pubblicazione, ho provveduto soltanto ad una risistemazione dei capitoli e ad una selezione dei documenti, per dare agilità e snellezza al lavoro.

Altri daranno ragione della genesi del libro e la sua valutazione. La mia collaborazione vuole soltanto significare un apprezzamento per lo sforzo culturale che si produce da parte degli autori, perché la nostra città non degradi ancor più e non dimentichi quanti per essa si sono prodigati.

Pur dovendo amaramente constatare la diffusa “resistenza”, soprattutto della classe cosiddetta colta, ai fermenti culturali sostenuti o promossi dall’amministrazione comunale, sono fermamente persuaso che lo studio e la narrazione della storia di un paese, fatti in modo autentico e non romanzato, ma sulla scorta dei documenti, non possono che rivelarsi ad esso favorevoli.

Oggi la cultura umanistica attraversa una crisi seria, è sonnacchiosa e latente o, addirittura, non trova spazio in una società plasmata dal materialismo e dal relativismo, che hanno condotto ad uno sfrenato entusiasmo per il progresso, con disprezzo di ogni attività spirituale tesa alla formazione integrale dell’uomo. Il passato appare solo come uno sfondo buio, da non considerare ai fini delle ammiccanti promesse del presente e del futuro e a tutto discapito di un umanesimo fondato sulla sapienza della storia e della capacità di progettare un’armonica convivenza e un comune impegno nella realizzazione di obiettivi validi per tutti. Ne consegue che, come nell’individuo, anche nella società la perdita della memoria provoca la perdita dell’identità.

A chi, in un convegno, gli obiettava che senza la storia si vive bene lo stesso, perché essa non serve, non ha utilità pratica, il prof. Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant’Egidio, ordinario di Storia contemporanea all’Università Roma Tre, rispose che, volenti o nolenti, la storia ce l’abbiamo dentro e non fare storia vuol dire lasciar dentro di noi una profonda insoddisfazione. “In questo mondo complesso, globalizzato, senza frontiere, la storia diventa necessaria un po’ come l’inglese per viaggiare. Quando uno si vede arrivare i musulmani o i cinesi vicino a casa sua, un po’ di cultura storica, per orientarsi, la deve avere, non può più accontentarsi di una beata speranza”.

Tenendo presente che “la storia è il letto del fiume su cui scorre l’acqua della tradizione e del vissuto” degli uomini, senza il quale la tradizione si fossilizza, possiamo considerare tutta l’attività dell’ing. Catenacci, che ci consente di ripercorrere e rivivere oltre cinquant’anni di storia civile, politica, religiosa, culturale rionerese, conoscere gli umori, i comportamenti, le lotte, le passioni di una comunità in gran fermento, che voleva essere all’avanguardia nella nostra regione per non restare indietro al resto dell’Italia, di cui rifletteva pienamente l’atmosfera, le spinte rinnovatrici e i pensieri.

Il multiforme impegno dell’ingegnere è derivato dalla sua consapevolezza della importanza della comunicazione, strumento utile per diffondere idee, formare le coscienze e far conoscere i mali e le contraddizioni del proprio tempo, per costruire un futuro più consono ai valori della persona umana.

Il lavoro di attualizzazione della figura di Giuseppe Catenacci fatto da Michele e da padre Carlo potrebbe essere un pungolo, uno stimolo per i Rioneresi, che sembra dormano da qualche tempo il sonno della ragione.

Leo Vitale



















PREFAZIONE



“Giuseppe Catenacci – l’uomo dal multiforme ingegno –“ è un libro poderoso, una quantità consistente di riflessioni, di documenti, di memorie e di emozioni.Curato da Leo Vitale, gli autori, in perfetta collaborazione ed integrazione tra di loro, sono due, Carlo Palestina e Michele Traficante Il primo è un francescano irrequieto, tanto che lui stesso descrive la propria biografia umana e spirituale nel suo ultimo lavoro dal titolo assai emblematico “Il diavolo va in Convento”. Venuto a Rionero da Ferrandina, dopo oltre un trentennio di apostolato religioso e di intenso impegno in ogni forma di attività sociale e culturale, la zona e il paese gli sono entranti nell’anima . Tra le varie sue pubblicazioni , significative a tale proposito , sono la rivista di storia e di cultura del Vulture “Radici”; poi , “Il mondo rurale nella Valle di Vitalba” ; poi ancora “Il brigantaggio in immagini” ; infine , “Monticchio –La Badia –Il convento , tre momenti confluenti in un’unica realtà”. E’ stato vincitore, nel 1995, del prestigioso premio “Basilicata” con la pubblicazione dei 5 volumi sulla storia di Ferrandina.

Il secondo è un amico maestro elementare del quale ho avuto già il piacere di commentare, presso il Centro sociale”Pasquale Sacco” di Rionero in Vulture, altri due splenditi volumi “ Le Ferrovie Ofantine” del ’96 e “Municipio e Paese”del 2000 e confesso che ancora oggi mi pare assai puntuale e di grande attualità il giudizio che ne diede allora l’indimenticabile Enzo Cervellino “Un silenzioso educatore , umile operatore culturale , un paziente ricercatore di notizie su uomini e cose della nostra terra. Scrittore semplice , dallo stile piano e scorrevole e soprattutto pregnante della ricca sensibilità del mondo contadino , da cui proviene e di cui è orgoglioso …. “

Il libro è uno scrigno prezioso in cui tutti vi possono trovare pagine nuove e stimolanti della nostra piccola e grande storia , ma al di là delle tante cose scritte , si leggono anche quelle non scritte e non con gli occhi della mente , ma con quelli del cuore e dei ricordi . Sullo sfondo , poi , dell’intera trattazione , si intuisce , in quello che è l’eterno scorrere della vita , il significato umano ed educativo dell’insostituibile rapporto tra il vecchio e il giovane , tra il maestro e il discepolo , tra il passato e il presente . Si evince , cioè , che se Giustino Fortunato ebbe come grande maestro , tra gli altri , Francesco De Sanctis , che gettò le basi della sua eccezionale tempra di storico e di politico sempre contro l’uomo del Guicciardini, …”torbido e fazioso che innalza a vessillo di lotta l’utile personale”, lui stesso divenne , a sua volta , grande educatore e per tutta la vita esercitò un magistero potente in cultura e in dignità . Probabilmente il suo latente pessimismo e la scarsa fiducia verso gli uomini , lo portavano ad una fede assoluta quasi ossessiva verso i più giovani da cui solo sperava un futuro migliore . “Valgo poco , molto poco , diceva una volta a Ciccotti , ma amo i giovani seri , que’ pochi , pochissimo giovani seri , dai quali la nostra povera provincia aspetta la sua resurrezione” A chi si rivolgeva a lui non disdegnava mai , anzi ne era felice , di dare consigli ed aiuti e , in caso di necessità , a venire incontro anche sul piano economico . Moltissimi erano quindi i suoi allievi per alcuni dei quali era già motivo di orgoglio il solo fatto di avere parlato con lui e tra i tanti c’era anche Giuseppe Catenacci . Da ragazzo più volte aveva osservato a distanza il più illustre concittadino mentre passava in carrozza o a piedi per le strade del paese , soprattutto verso il fontanino di Barile . Poi quando il giovane era già laureato in ingegneria , un caso fortuito ha voluto che tra di loro nascesse una lunga , affettuosa e sincera amicizia . Un rapporto , forte , intenso , fatto di corrispondenza scritta , ma anche di incontri personali a Napoli , è da tener presente che ormai Fortunato da alcuni anni non metteva più piede a Rionero , sempre più “suo natio borgo selvaggio” . Fu certamente uno degli allievi più cari anche perché per il grande meridionalista era il periodo più triste della sua vita ; piuttosto invecchiato , pieno di acciacchi e di amare delusioni assai bisognoso quindi di amicizia vera e di affetto . A me piace pensare che il concittadino per il suo carattere così solare , battagliero , direi tumultuoso , non poteva non suscitare assieme a qualche apprensione , anche molta simpatia nel cuore del grande meridionalista .

Naturalmente , a sua volta , pure l’ingegnere ha fatto scuola ; per le sue intemperanze caratteriali c’era anche chi lo osteggiava , ma assai numerosi sono stati i suoi amici e suoi alunni prediletti certamente presso l’istituto tecnico di Melfi dove era professore , ma soprattutto nella sua intraprendente e multiforme attività . Tra questi , i due autori del volume che diventa così il condensato di una grande passione civile e di un legame particolare ed universale che avvince il lettore e tiene insieme Giustino Fortunato e Catenacci , poi , Catenacci con Carlo Palestina e Michele Traficante e quindi Rionero con le sue vicende e i suoi non rari riferimenti alla storia regionale e nazionale . Il sacerdote ha conosciuto la forte personalità dell’ingegnere soprattutto attraverso la copiosa documentazione che la famiglia ha messo a sua disposizione . Traficante invece , a parte la letture degli scritti e una corrispondenza epistolare diretta , ha vissuto un vero e proprio rapporto come tra alunno e insegnante , intessuto di ragionamenti e di dialoghi su argomenti i più vari ma sempre in una intonazione di carattere culturale e pedagogico pur senza dimenticare anche momenti di confidenziale divagazione . Faticosi se non avventurosi camminamenti assieme lungo i sentieri della montagna o viaggi con una automobile non sempre in perfetta efficienza verso località vicine e lontane per impegni di partito o per visitare siti archeologici e zone di rilevante interesse storiografico , insomma un rapporto fatto di amicizia , di nuove esperienze e di nuove sfere di conoscenza .

Ma cosa ha ereditato Catenacci dal suo maestro che poi ha trasmesso ai due discepoli ? Con tutto il rischio che una forte sintesi comporta , mi permetto dire che oltre ad una forma di venerazione , per il vecchio senatore ormai da molti considerato una specie di nume tutelare , almeno tre sono i lasciti morali e culturali più pregnanti ricevuti e donati : la Questione Meridionale come problema nazionale , l’amore irrefrenabile per la montagna e una passione quasi morbosa per la ricerca storica .

Lo stato d’animo dell’ingegnere verso don Giustino appare prima di tutto nel racconto che fa delle sue visite nella casa di Napoli in via Vittoria Colonna , come quando vi incontra per la prima volta Benedetto Croce o quando alla presenza del grande filosofo partecipa alle affascinanti riunioni nell’antica casa di Filangieri , “dove era stato anche Goethe e dove convenivano poeti , letterati , artisti , scienziati e filosofi di ogni parte d’Italia e di fuori” . Successivamente furono tante le occasioni particolarmente dopo la morte per ricordare e celebrare la forte personalità del maestro .“ Era di quei mortali – dirà, come ci racconta l’allievo - che l’Eterno dovrebbe perennemente tenere in vita , come le lampade dell’umanità , cui bisogna mirare , per salvarsi , in particolar modo nei momenti in cui i destini dei popoli sembrano maggiormente compromessi”. Il fatto è che questo sentimento ha finito col plagiare gli autori del libro come si nota anche in una sottile linea di commozione con cui lo stesso Traficante ricorda le infinite volte che Catenacci , quasi emotivamente trasfigurato, gli parlava dell’illustre scomparso

Per quanto riguarda poi l’amore infinito per la nostra terra e la passione quasi morbosa , come abbiamo scritto , per la ricerca storiografica , è sufficiente leggere i soli titoli delle loro pubblicazioni per rendersi conto che quanto ereditato da Fortunato attraverso Catenacci è stato magnificamente utilizzato ed onorato dai due autori anche in questo ultimo lavoro che può , anzi deve essere ulteriormente sviluppato ed approfondito dalle nuove generazioni .

Ma ovviamente Catenacci , non a caso definito uomo dal multiforme ingegno , non è tutto qui ; i due autori dopo averci presentato il professore ingegnere nella sua forte dimensione umana e nel rapporto con il suo grande maestro , ci accompagnano anche lungo i capitoli talvolta impervi , ma ricchi di belle e positive scoperte , del Catenacci politico , poi del Catenacci progettista e quindi ancora pubblicista , storico e poeta . Il suo era un conversare fluido , effervescente , rude ma fedele interprete della realtà sociale e attento alle sgrammaticature della politica di cui ne visse e ne soffrì tutte le contraddizioni . Sono sicuro che tutti coloro che leggeranno troveranno stimoli alla rievocazioni di un passato che si proietta nel presente o , se si vuole , a un presente che ha ancora le sue radici nel passato .Vi troveranno soprattutto una rete di impulsi e di valori che sedimentati confluiranno nella raffigurazione dei grandi movimenti storici nei quali è possibile rintracciare anche l’identità della nostra Rionero con i suoi vizi e le sue virtù .

E’ certamente difficile seguirne i tanti capitoli in cui si rincorrono fasi e personaggi , ciascuno dei quali meriterebbe una riflessione e un libro a parte . Dalla prima alla seconda guerra mondiale , dal Fascismo all’antifascismo , alla repubblica , alla democrazia e ai tanti partiti del dopoguerra con le loro lotte , le loro evoluzioni e i loro trasformismi . Poi i nomi di Nitti , di Ciasca , di Dossetti , di Gonnella , e poi di Colombo , di Marotta , di don Minozzi , di Cervellino e di tantissimi altri tutti legati a un passato non molto remoto e che abbiamo il dovere di non dimenticare . E’ chiaro che ognuno poi sarà colpito da spartiti maggiormente referenti a sensibilità e ricordi di carattere personale . Così posso confessare , per citare solo qualcuno dei tanti casi , che quando ho letto della collaborazione dell’ingegnere per la Casa di Riposo non ho potuto fare a meno di rivedere commosso l’immagine della fondatrice dell’ente , la mia dolce nonna Maria Luigia , da più persone definita la Madre Teresa di Calcutta del Vulture . E ancora un momento di richiamo e di attenta riflessione quando ho letto di lui tra gli organizzatori del Congresso Eucaristico o autore di un eccezionale relazione tenuta a Matera , nel lontano ‘45 , a nome della Democrazia Cristiana e su designazione nientedimeno che di quel Dossetti che è stato il primo grande e affascinante riferimento nazionale della mia giovinezza politica .

Ma c’è una pagina e una fotografia nel libro che ha bisogno di essere completata e chiedo perdono se per farlo occorre qualche riferimento di ordine personale . Il 1960 , pur in un rapporto di reciproca stima , sono stato perdente mentre l’ingegnere è stato vincente in una competizione elettorale per il rinnovo del consiglio provinciale . Io sindaco ragazzo, come ero definito, per conto della Dc , lui in nome del partito di Saragat e dietro una lotta confusa tra i partiti e nei partiti .

Ma quello fu anche l’anno di una delle vicende mia più drammatiche se non la più drammatica nella storia del nostro comune che trovò il massimo protagonista proprio nel sindaco ragazzo e in Catenacci un anziano precursore .

Qualche tempo prima nella qualità di presidente del comitato della provincia nella regione del Vulture , con Rionero capoluogo , l’ingegnere aveva inviato una lettera aperta al responsabile dell’analogo comitato melfitano per la terza provincia lucana . Una argomentazione molto civile , molto democratica , rispettosa delle ragioni degli altri ed ovviamente decisa e determinata nella difesa delle proprie , condensate nello slogan “Se Melfi tiene la storia noi abbiamo la geografia” . Nell’anno di cui parliamo , un incauto provvedimento governativo diede la prova che la questione veniva risolto dall’alto con evidente oltraggio dei diritti degli abitanti di Rionero e di altri paesi della zona , si sfociò in una grande rivolta di cittadini . Se si va indietro nella storia del nostro comune , le sommosse popolari sono state assai numerose , ma forse nessuna tanto drammatica , nessuna ha raggiunto la forte partecipazione e la durezza di questa . Ricchi e poveri , galantuomini e braccianti , giovani ed adulti , vecchi e bambini , una vera apoteosi di popolo . Il consiglio comunale si sciolse e si costituì con alla testa il sindaco in comitato organizzatore del movimento . Quando in prefettura ci si rese conto che i veri responsabili erano alcuni autorevoli consiglieri comunali con alla testa il sindaco , il quale da commissario di governo si era trasformato in rivoltoso e che era proprio lui ad infiammare anziché calmare gli animi , si seppe di diversi mandati di cattura . Gli interessati per evitali ricorsero ai tanti sotterfugi come quello di non farsi mai trovare da soli dai carabinieri , di non mangiare e pernottare alle proprie abitazioni ; per farsi un’idea basti pesare che oltre una quindicina furono i concittadini arrestati e oltre una ventina i soldati e i poliziotti feriti e finiti in ospedale .

Fu una riprova che , come ho detto tante volte nel Dna dei rioneresi , per motivi che sarebbe lungo esaminare , c’è una grande capacità di elaborazione del pensiero di cui Fortunato è la massima espressione , ma anche la spinta all’azione concreta sino alla ribellione e di cui il brigantaggio , pur con le sue immancabili degenerazioni , è stato il segnale più alto . Credo che in fondo anche Catenacci rappresenta un po’ questa ambivalenza dell’anima dei nostri padri , pertanto è indiscutibile il merito degli autori che hanno voluto ricordare e riproporre il profilo di uno straordinario protagonista sullo sfondo di un pezzo della nostra storia di cui forse abbiamo la responsabilità di tardare ad appropriarcene .


Donato Martiello































Fonti Bibliografiche


Amministrazione Comunale di Rionero in Vulture. Delibera n. 191 del 10 agosto 1965 avente per oggetto: Conferimento di una pergamena e di una medaglia d’oro da parte del Comune all’on. Senatore Raffaele Ciasca, al prof. Enzo Cervellino e all’ing. Giuseppe Catenacci che con profondi studi e con le loro opere hanno onorato altamente la città di Rionero in Vulture, in M. Traficante, Municipio e Paese, Rionero in Vulture, Il Borghetto, 2000.


Amorosino B., Amarcord. Rionero in Vulture, La Grafica Di Lucchio, 2001.


Aspetti Letterari, Bibliografia contemporanea. VI volume, p. 252.


Caserta G., Appunti per una storia della cultura e della letteratura lucana. Il secondo noveecento (1955-1990), in “Bollettino della Biblioteca Provinciale” di Matera, Anno XII, n.18-19, 1991.


Caserta G., Storia della letteratura lucana, Venosa, Osanna, 1993.


Catenacci G., Quasi omaggio a Fortunato l’opera di Giuseppe Catenacci, in “Il Tempo”, 30 settembre 1966.


Cervellino V., Profilo di Giuseppe Catenacci, in “La Voce del Pastore”, Potenza, Tip. Cappiello, 1948.


Cervellino V., Presentazione di È nato un vulcano, Napoli, Laurenziana, 1982.


Cervellino V., Regio Vulturis. Venosa, Osanna, 2003.


Comitato organizzatore festa patronale “Maria SS. del Carmelo, L’ingegnere Giuseppe Catenacci, un rionesrese insolito, a cura dei proff. Donato Sicuro, Enzo Cervellino, Marco Paolino, Luigi De Nicola, Riccardo Lopes, Rionero in Vulture, Lit. Ottaviano, 2000.


Conte Costantino, C’è aria di vigilia per la Lucania…, in “Quando credevamo di rifare il mondo” , Rionero in Vulture, CalicEditori, 2007


Corona M., Il teatro a Rionero. Maschere e tradizioni. Dall’Unità d’Italia ai giorni nostri, Venosa, Appia 2 editrice, 1998.


Dizionario Storico Movimento Cattolico in Italia, Catenacci Giuseppe, vol. III, Casale Monferrato, Marietti Editrice, 1983.


Kraus Reprint, Catalogo cumulativo 1886-1957 del Bollettino Pubblicazioni Italiane, Nenden, Liechtenstein, Thomson Organization LYD, 1968.


Marotta M., Giuseppe Catenacci. Ricordo dello scrittore, in “L’Informatore del Vulture”, Rionero in Vulture, 15 aprile 1982.


Palestina p. C., Lettere di Giustino Fortunato a Giuseppe Catenacci, Rionero in Vulture, Lit. Ottaviano, 1987.


Pugliese A., Presentazione di Sul ponte romano, Napoli, Laurenziana, 1982

Punzo C., Lo scettro d’oro. Antologia poetica dei vincitori del Concorso. Napoli, Edizioni Accademia Internazionale di Pontzen, 1963.


Spinelli T., Narratori lucani, Villa d’Agri, A.R.S. Grafica, s.d.


Traficante M., In memoria di Giuseppe Catenacci, in “Il Giornale della Parrocchia del SS. Sacramento”, Rionero in Vulture, febbraio 1980.


Traficante M., Giuseppe Catenacci. Ricordi dell’uomo, in “L’Informatore del Vulture”, Rionero in Vulture, 1 settembre 1981.


Traficante M., Catenacci ingegno multiforme, in “La Nuova Basilicata”, 9 luglio 2000.


Vaccaio G., Panorama biografico degli Italiani d’oggi, Roma, Curcio, 1956.





























Premessa

Il suggerimento più solido per inquadrare la poliedrica figura di Giuseppe Catenacci ci viene offerta dalle sue confessioni, nella prefazione del libro Ascensioni:

“ … ho girato e vagato tra le vette e i boschi del natio Vulture vulcanico, di giorno e di notte, con il sole del meriggio, sotto l’acqua e con la neve alta, solo, il più delle volte, ed in compagnia. Sempre sono tornato sereno in famiglia; sempre ne ho riportato il più grande beneficio morale e fisico. … Dalle cime dei monti si abbracciano immensi spazi, si godono panorami grandiosi e sempre vari; si interrogano nobilmente il cuore e l’animo della terra e dei popoli, si parla con animali, con le erbe verdeggianti, con gli alberi secolari, con le stelle”2.

Emerge nitida e prorompente la personalità del Catenacci, sempre insoddisfatta, sempre alla ricerca di potere appagare la sua ansia di conoscere, la sua coraggiosa frenesia di apprendere, di vedere, di agire. Amareggiato per le delusioni cocenti della vita, trova conforto e rifugio nella natura, di cui resta follemente innamorato, fino al termine della sua movimentata esistenza.


























1. Cenni biografici


Giuseppe Catenacci nasce a Rionero in Vulture il 4 ottobre 1895 da umile modesta famiglia. Il padre Francesco trascorre le sue faticose giornate di lavoro nella bottega di fabbro; esperto nel modellare la durezza del metallo, cerca anche di plasmare il rude animo di Giuseppe, forse più resistente dello stesso ferro.

Pochi episodi si conoscono della sua fanciullezza e della sua gioventù, sufficienti però a farci intravedere la sua personalità. Frequenta le scuole medie nei seminari di Melfi e di Venosa. Nel 1909, il padre, che si preoccupa della eccessiva vivacità del figlio, si affida alle sapienti cure dei padri salesiani di Salerno, durante gli studi di ginnasio e di liceo, perché Giuseppe completi la sua preparazione culturale, ma soprattutto domini il suo carattere.

I principi cristiani, assimilati lentamente in tutto il periodo della sua permanenza nei collegi, alimenteranno la sua rettitudine morale,gli daranno forza ed energia per superare i periodi burrascosi della sua vita. Le apparenze lo qualificheranno burbero, scostante; i fatti invece smentiranno, con la bontà del suo animo, questo giudizio.

La morte del padre inizia a temprare il nostro Catenacci alla scuola del dolore. Deve decidere da solo del suo avvenire e già questa scelta sfugge ad ogni conformismo. Si iscrive infatti alla facoltà di ingegneria presso il Politecnico di Napoli. Il divampare della prima guerra mondiale lo costringe ad interrompere i suoi studi prediletti; insieme con il fratello Michele vi partecipa con l'entusiasmo che contraddistingue tutte le sue azioni. Sul monte San Michele il 5 settembre 1917 cade eroicamente il fratello Michele. Giuseppe rientra a Napoli e completa gli studi laureandosi in ingegneria il 2 maggio 1921.

Contrasti e difficoltà segnano l'inizio del suo inserimento nel mondo della scuola. Eventi politici di grande rilevanza stanno maturando nella nostra Italia, che determineranno per molti anni il corso della nostra storia nazionale. Nel 1922 il fascismo si impadronisce del potere e Catenacci, per il suo dinamico temperamento, non può restare indifferente, vi aderisce con tutto il suo entusiasmo giovanile, ma subito, intravedendo i pericoli per la libertà, se ne allontana. Giuseppe è l'uomo dalla volontà granitica, temprata nella bottega del padre e sulle vette del Vulture, spregiudicatamente si ribella ad ogni ingiustizia, non accetta supinamente prepotenze.

Alle elezioni amministrative del 1923, Catenacci capeggia la lista di opposizione. Pochi giorni prima delle votazioni si verifica un episodio clamoroso, preludio del nuovo sistema di governo: l'arresto di Catenacci e di molti componenti la lista di opposizione. E' chiaro il movente politico, è solo il primo di una lunga serie di soprusi.

La libertà repressa accentua lo sviscerato amore di Giuseppe per la montagna e i boschi. Il contatto quotidiano con il monte Vulture, il suo gigante preferito, il dialogare con la natura arricchisce la sua conoscenza, ma soprattutto concede sfogo e serenità al suo animo inquieto. Il silenzio dei boschi e della montagna attutisce lo spirito di ribellione, che è costretto a reprimere, accoglie il suo grido di libertà contrastata, frena i suoi ardori, ma in compenso favorisce profonde meditazioni, che matureranno la sua vocazione di profondo studioso, di scrittore versatile.

Circostanze casuali provocheranno la conoscenza di Catenacci con Giustino Fortunato, conoscenza che presto si trasformerà in una grande amicizia, attestata da un nutrito carteggio che si concluderà solo alla morte del Fortunato.

Entra nella vita di Catenacci la delicata figura di Maria Rubino, che sarà la sua sposa il 30 ottobre 1926. Ideali di operosità e di umanità legheranno i loro animi, solo la morte potrà spezzare il loro amore.

Tutta la vita di Giuseppe è caratterizzata da una intensa attività culturale come giornalista, poeta, storico, evidente espressione del suo animo esuberante, del suo dinamismo, della versatilità del suo ingegno, anche se ne soffre l'approfondimento, la competenza specifica in un determinato ramo del sapere. L'ultima sua produzione letteraria vedrà la luce alla vigilia della sua fine.

La morte dell'amico Giustino Fortunato, consigliere saggio e prudente, lo priva di una valida guida, ma lo costringe e lo stimola a impegni più intensi. Non si dedica solo alla cultura, è presente nella scuola come professore, è disponibile per la sua competenza di ingegnere, è pronto a dare la collaborazione nei momenti difficili, entra nell'agone politico per la ripresa della sua terra, è appassionato ricercatore di segni dell'antica civiltà romana, sempre al primo posto in ogni iniziativa che si intraprende.

Ma l'uomo dal coraggio intrepido a lottare energicamente contro ogni avversità, crolla davanti alla incapacità di poter dare un aiuto alla moglie, che si arrende al male che la consuma lentamente. Il cordoglio degli amici, le numerose testimonianze di solidarietà non possono colmare il vuoto del suo animo.

Continua a coltivare la sua passione per la natura, per la vigna, per la montagna, ma trascorre ormai molto del suo tempo nel silenzio del suo studio, scrivendo nervosamente a macchina e pubblicando a ritmo continuo i suoi lavori.

L'intimità e il silenzio del suo rifugio, frenando i suoi spiriti bollenti, gli danno la possibilità di meditare sulle vicende umane, che l'avevano visto protagonista in tante situazioni difficili. Lontano dalla mischia, avrà certamente ridimensionato con serena tranquillità le amarezze e le gioie della vita.

Continuamente stimolato dall'amico Giustino Fortunato a lasciare il "natio borgo selvaggio", è rimasto invece tenacemente legato alla sua terra, che ha amato con tutte le sue energie.

Chiude, lavorando, la sua intensa giornata terrena l'8 febbraio 1975. Alla sua morte non avrà la partecipazione di folla e la testimonianza di affetto, come per la sua adorata sposa. Il suo carattere burbero, scontroso, il suo coraggio di dire la verità, senza condizionamenti, hanno certamente alienato l'animo di molte persone.

Tuttavia la sua dipartita non ha lasciato insensibile il cuore e la mente di tanti suoi sinceri ed affettuosi amici ed estimatori, come l’umile artigiano del ferro Carmine Cassese che compose una semplice ma significativa poesia, dal titolo L’ultima passeggiata.

Hai attraversato le strade

della tua città nella bara.

Il mogano chiudeva le spoglie

dell’ingegnere contadino

che sapeva insegnare matematica,

geometria e fare il vino.

Ti sei fermato sulla soglia del portone,

che tu aprivi e chiudevi,

rincasando, passando dallo studio al pianterreno.

Gli ottoni della banda suonavano

l’ultimo addio!

Il cane, tuo amico, ringhiava,

mentre la tua donna, che ti amava,

ti salutava con la mano

dicendo: addio!

Addio, amico, sposo, fratello! …

Due perle bagnarono

gli occhi lustri di dolore.

L’amore non finisce con la morte.

Il popolo, mesto, addolorato seguiva

il funebre corteo verso il cimitero

e noi a ricordare le scalate del Vulture.”





  1. Catenacci e la sua umanità

(note di Michele Traficante)

Ho conosciuto Giuseppe Catenacci nei primi anni Sessanta dai Frati Minori Conventuali dell'Istituto "Il Misericordioso" di Rionero in Vulture.

Prestavo la mia collaborazione da alcuni anni. Appena diplomato aiutavo il superiore, padre Luigi Ricciardi, a portare avanti le molteplici attività assistenziali ed educative dell'Istituto.

Uno degli avvenimenti che più spesso si ripetevano in quegli anni erano le frequenti visite che l'ingegnere Catenacci faceva al padre superiore .

"Don Luigi!”, si sentiva rimbombare la voce un po’ roca di Catenacci per i corridoi e le stanze dell'Istituto. Immancabilmente, inforcando in fretta gli occhiali, chiudendo di colpo il breviario ed alzandosi di scatto, gli faceva eco padre Luigi: "Ingegnere!". Quasi di corsa si dirigeva ad aprire l'uscio della stanza per andare incontro al sempre graditissimo ospite. Ma non faceva in tempo a mettere del tutto fuori la sua persona che la figura di Catenacci era ferma, con un braccio alzato in segno di saluto, sull'ultimo gradino della scalinata e già ormai nel corridoio.

"Ingegnere, come state? Che piacere rivedervi!" .

Prendendo l'ingegnere sotto braccio, padre Luigi rientrava nella sua stanza.

Io, naturalmente, mi ero portato sulla soglia e aspettavo che entrassero. "Caro giovanotto, come andiamo?", mi diceva. "Bene! Grazie, ingegnere", era la mia risposta. Dopo di che, padre Luigi ritornava a sedersi con l'ospite che gli si poneva di fronte.

"Ingegnere, posso offrirvi una sigaretta?". Invitava padre Luigi. "No, grazie! Io fumo solo “Nazionali” semplici. Queste vostre più costose non mi piacciono". Era quasi sempre la risposta

Questa scena si ripeteva quasi sempre. Poi incominciavano le conversazioni, a volte lunghissime, sui più svariati argomenti, ma quasi sempre, chissà perché, ricadevano sulla figura di Giustino Fortunato, sul suo impegno per la questione meridionale, sulla sua rettitudine morale e sulla sua vasta cultura .

Io restavo quasi rapito dalla piacevolissima conversazione e non perdevo una parola di quello che si diceva.

Quando la visita avveniva di mattina o nel primo pomeriggio, erano delle lunghe passeggiate attraverso la grande costruzione dell'Istituto, fra pilastri in elevazione, travi di cemento armato e gettate di solai.

Fra un consiglio, una indicazione tecnica e l'altra, il discorso comunque era sempre quello dell'analisi dei problemi del Mezzogiorno e delle soluzioni, a volte rivoluzionarie, che l’ingegnere era sempre pronto a prospettare.

Una sera, forse sarà stato nel mese di ottobre del 1961, sempre nel corso di una di queste visite, egli uscì col dire che stava lavorando alla modellatura di un busto del monaco Michele Granata, impiccato nella Piazza Mercato in Napoli il 12 dicembre 1799. Disse che era riuscito ad avere un ritratto del martire della Repubblica partenopea e che questo gli sarebbe servito da modello. Manifestò pure l'intendimento di voler mettere in risalto nel busto, più che gli aspetti somatici, le caratteristiche morali, le qualità d'animo e di carattere del monaco rionerese. Egli, pertanto, si sarebbe impegnato maggiormente a conoscere l'uomo per darne poi un'immagine plastica imperitura.

A questo punto io mi rivolsi a lui dicendo. "Ingegnere, ho una poesia in dialetto rionerese, scritta da Vincenzo Maria Granata, nella quale sono evidenziate le qualità del martire. Se vi può essere utile, sarei felicissimo di metterla a vostra disposizione".

"Ah sì - mi rispose -. Ti ringrazio, senz'altro mi potrà essere utile".

La sera stessa, uscendo dall'Istituto, con la sua automobile ci recammo a casa mia.

Gli presentai la poesia in questione, ma grande fu la sua meraviglia nel constatare che questa, insieme ad altre, era trascritta a mano su un grosso quaderno.

Più grande fu la sua meraviglia e sorpresa nel vedere che su un altro quadernone era trascritto niente di meno che il volumetto di Giustino Fortunato " Rionero medioevale".

"Come! - mi disse -, tu hai copiato a mano tutto questo?".

" Sì, ingegnere - gli risposi piuttosto imbarazzato -, quando c'è passione ed interesse si fa questo e molto di più".

Ma ancor più stupito ed ammirato fu quando constatò che io ero in possesso di quasi tutte le sue pubblicazioni, oltre ad alcune di Ciasca, Fortunato, Cappiello, Pennella, ecc.

Da quel momento, credo, mi considerò meritevole di attenzione, e di particolare riguardo. Da quella sera, infatti, mi cercò sempre, mi mise a parte delle sue idee, dei suoi propositi e mi fece compagno inseparabile delle sue continue peregrinazioni in lungo e in largo nella zona del Vulture e di buona parte della Basilicata, sempre alla ricerca e alla conoscenza di ciò che di bello, di artistico, di interessante, anche se povero, la nostra terra potesse avere.

Indimenticabili furono le visite alla "Fons Bandusiae" presso Banzi, alla Badia del Goleto in territorio di Sant'Angelo dei Lombardi, al santuario di Pierno, alla Trinità di Venosa, alla cattedrale di Acerenza, al Ponte romano Pietro dell'Olio sull'Ofanto, alla chiesetta della Madonna Laudata in territorio di Atella, ai ruderi del castello di Monticchio, alla Badia di San Michele e ai ruderi di Sant'Ippolito, al convento di Forenza, al santuario della Madonna del Carmine di Avigliano, alla Fontana Cavallina di Genzano di Lucania, al castello di Melfi, a quello di Lagopesole, ecc., sempre pronti a fotografare ogni angolo, ogni aspetto con la sua insuperabile Zeiss.

E poi le tante escursioni sul monte Vulture per un contatto con la natura, per ammirare e godere i vasti panorami.

Con quanto amore, con quanta sensibilità e con quanta competenza si accostava alle opere d'arte, ai resti di antichi monumenti, a ciò che parlava del passato e delle vicende umane!

Restava incantato di fronte ai rossi tramonti, alle albe luminose, al mormorio di un ruscello, alle cime innevate dei monti. Sotto l'aspetto burbero nascondeva un anima sensibile, quasi fanciullesca.

Con il suo occhio indagatore, era sempre desideroso di interrogare le cose del passato, deciso a dare soluzione, anche se in maniera empirica, a volte assai originale, ai tanti enigmi della storia che studiosi di fama non erano riusciti a chiarire completamente o ne avevano espresso opinioni ambigue, di comodo se non addirittura contraddittorie.

Profondo conoscitore della storia di Roma antica, con quanta dimestichezza parlava di Tacito, Plutarco, Strabone, Plinio, Tibullo, Ovidio, ecc.! Nutriva una smisurata ammirazione per Orazio, di cui apprezzava non solo il poeta sommo, ma anche le indubbie qualità umane (l’"aurea mediocritas” lo colpiva in modo particolare); tanto affascinato, da ricercare i luoghi da lui cantati. "Catenacci, per la prima volta, individua la fonte oraziana (la celebre Fons Bandusiae) a pochi chilometri da Banzi, sulla riva destra del torrente Banzullo", ha scritto Michele Marotta nel 1981 sul Bollettino della Biblioteca Provinciale di Matera.

Quanti episodi, quanti aneddoti, quanti ricordi!

A raccontarli tutti, faremmo un romanzo.

Fra i tanti vogliamo ricordare uno che sembra utile a dimostrare il suo carattere a volte bizzarro se non proprio “goliardico”.

In una splendida giornata di maggio del 1963, dopo essermi recato a piedi, come facevo solitamente, alla Badia di San Michele di Monticchio per prestare la mia opera di insegnante agli alunni della quinta classe elementare, per la maggior parte costituita dai ragazzi dell’Istituto “Il Misericordioso” che lì risiedevano in quel periodo, al ritorno, per affrettare il rientro a casa, percorsi alcuni sentieri del Vulture, sporcando di fango le scarpe. Nel pomeriggio, dopo averle accuratamente lucidato, mi sono recato a fare visita all’ingegnere Catenacci, il quale nel suo studio mi aspettava sempre con piacere per conversare con me della varie questioni culturali che più ci accomunavano. Ad un certo punto l’ingegnere mi disse: ”Michele, vedi che bella giornata. Andiamo a fare un giro con la macchina”.

Così uscimmo, salimmo sulla sua “Renault L” e ci portammo sulla montagna. Giunti sul crinale, dove la strada si biforcava per la cima del Vulture e la discesa che portava giù nella valle dei Faggi, l’ingegnere, dopo aver fumato e respirato a pieni polmoni una sigaretta, con tono spavaldo uscì col dire: “Adesso scendiamo giù alla fontana dei Piloni”. Detto fatto. Mise in moto il motore e incominciò a scendere lungo un largo sentiero in terra battuta. Fra sobbalzi e vari ostacoli evitati, dopo aver percorso qualche chilometro, arrivammo giù alla famosa fontana in mezzo al bosco.

Un’abbondante bevuta alla fresca acqua della fonte fu il premio della nostra “bravata”. Dopo di che, girata la macchina, incominciammo a salire senza non poche difficoltà. Infatti, essendo piovuto la mattina, la strada in terra battuta e in forte pendenza, era ancora bagnata. La macchina incominciò a slittare, le ruote nel fango giravano a vuoto e, per quanti rami e rametti mettessimo sotto, non riuscimmo a far avanzare l’automobile di mezzo metro. Resici conto che non era possibile andare avanti, lasciammo la macchina ed incominciammo a salire a piedi.

Si era fatto tardi, erano scese le ombre della sera e noi eravamo appena ritornati sul crinale del monte. Per fortuna il cielo era sereno e risplendeva una luna piena. Incominciammo la discesa verso Rionero. Ogni tanto prendevo l’ingegnere sotto braccio, quando egli andava a balzelli perché soffriva con i piedi a causa di fastidiosi calli. La luna piena che si trovava nel cielo sopra Ripacandida illuminava a giorno, Giù le tante luci di Rionero, dietro, quelle di Ripacandida e di Ginestra, a destra quelle di Atella, di Filiano e delle tante case sparse nella Valle di Vitalba. Osservavo ogni tanto l’ingegnere con l’ampia fronte leggermente imperlata di sudore e gli argentei capelli che sembravano brillare.

Mentre scendevano lentamente, vedemmo salire una macchina. Il conducente, giunto presso di noi, nel vedere le nostre “figure”, quasi due fantasmi avanzare con fatica, si fermò di colpo e scese subito. Era il maresciallo Vittorio Russo, in servizio presso la NATO sul Monte Vulture, che tornava al suo posto di lavoro. “Ingegnere! Come vi trovate da queste parti a quest’ora?”, chiese, mostrando non poca meraviglia. E Catenacci, non senza un certo imbarazzo, spiegò al giovane militare cosa era successo. Il maresciallo Russo, molto cortesemente, si offrì di riaccompagnaci in paese con la sua auto.

Ormai erano le dieci di sera quando arrivammo a casa dell’ingegnere. Figurarsi la signora Nicoletta, moglie dell’ingegnere, quando ci vide arrivare in quel modo!. Preoccupatissima per il mancato nostro rientro, aveva telefonato a mia moglie per sapere “che fine avessimo fatto”, mettendo così in agitazione anche lei. Poco mancò che avvisassero i carabinieri per le dovute ricerche.

Il giorno dopo il buon Ruccio Catenacci, devoto nipote dell’ingegnere, andò a recuperare la macchina col trattore.

Assai significativi e per molti versi gustosi ed interessanti gli episodi vissuti nel corso della campagna elettorale del 1963, quando l’ingegnere Catenacci era candidato al senato col PSDI e io gli facevo da buttafuori nei comizi tenuti nei comuni del collegio di Melfi.

Nella sua robusta Renault L (lusso, come lui la classificava) nelle nostre frequenti scorribande nella zona del Vulture, eravamo quasi sempre in quattro: l'ingegnere, Saverio Caggiano (fratello dell'avvocato Antonio), io ed Alì, l'inseparabile cane dal pelo nerissimo.

L’ingegnere mi confidava tutto, anche le cose più intime. Mi considerava il suo amico più fidato, quasi il compagno d'infanzia del cuore, al quale si dice ogni segreto.

Gli ultimi anni della sua vita furono amareggiati da profonda delusione per l'ingratitudine e la cattiveria umana, tanto da fargli dire spesso: "Più conosco gli uomini, più amo le bestie". Trovava conforto nel calore dolce e vivificante della sua famiglia, nella devozione filiale del nipote Mauro, ligio, servizievole e sempre pronto a soddisfare qualsiasi desiderio dello zio, nella presenza discreta della moglie di quest'ultimo, la maestra Giuseppina, affabile e premurosa in ogni circostanza, e nei loro figli Maria e Peppino, tanto cari al cuore dell'ingegnere, ma soprattutto nell'affettuosa e preziosa vicinanza della sua seconda moglie, signora Nicoletta Rosso, ligure di origine, a cui dedicò il seguente significativo sonetto:

Se avessi l’estro del cantor d’Ulisse

saresti nel futuro tra le donne

quella che, al par della formica insonne

attende al focolar sì come visse.


La sorte, ingiustamente aspra, m’afflisse

lasciando la magione senza gonne;

e senza vigilanza d’occhio insonne.

La morte con dolore mi trafisse.


In mezzo alla negletta provvidenza

tu giungesti: la casa è rifiorita

di lindore e di saggezza come prima.


La casa vuota è come la semenza

affidata alla terra isterilita.

Il povero mio verso ti sublima.


Una famiglia, la sua, di cui era fiero ed orgoglioso, la quale non fece mai mancare all'illustre scomparso il necessario conforto, la devota e disinteressata assistenza fino al suo ultimo respiro, l’affetto e la vicinanza necessari per lenire l’amarezza in lui provocata dalla cocente delusione di vedersi ignorato, incompreso e bersagliato da dileggio Una lettera anonima in versi, indirizzata, forse per errore, al prof. Giovanni Catenacci e da questi consegnatagli il 27 dicembre 1974, piena di livore, di rancore, di falsità e di infamie, lo colpì profondamente. In realtà, l’autore del tutto anonimo non era, essendo stato individuato dopo alcuni anni3.

Nell’austera solitudine, in cui si era rinchiuso negli ultimi tempi, ebbe modo di meditare amaramente sulla natura del uomo: “La riconoscenza non è virtù del cuore dell’uomo”, come era solito affermare Giustino Fortunato.

Quando, ai principi di febbraio 1975, seppi del suo ricovero presso l'ospedale “San Carlo” di Potenza, mi recai subito a fargli visita. Lo trovai in un modesto lettino, posto in un ampio camerone, fra numerosi altri ricoverati. Aveva un ago nelle vene per la flebo. Mi avvicinai con grande commozione. Gli presi una mano fra le mie e gliela strinsi leggermente. Mi guardò, ma non pronunciò parola. Le labbra serrate in uno sforzo eroico. Consapevole della imminente fine, stoicamente lottava con la morte. I suoi occhi celesti mi fissarono intensamente. Quante cose mi voleva dire, e non poté, ma io capii e gli tenni a lungo la mano nella mia. Poi girò lo sguardo altrove, verso un punto lontano. Lo lasciai, con le lacrime agli occhi.

Poi lessi sui manifesti della sua morte.

A casa, circondato dalla moglie e dai famigliari più stretti affranti dal dolore, giaceva nella bara con espressione serena, contento, forse, di esser tornato "ancora in comitiva di vispe canagliette pien d'ardore che aspettan coi cipressi al cimitero", come termina la sua poesia "Il carrozzo".

Qualche mese dopo la sua morte, presso le scuole di Palazzo Catena, dove dirigevo una quinta classe elementare, volli ricordare il caro amico scomparso, esponendo con una mostra ai miei alunni ed ai colleghi le sue opere più importanti, i suoi articoli di giornali ed alcune fotografie.

Per me era un doveroso omaggio, sentito dal profondo del cuore, verso una persona degnissima che ha inciso profondamente sulla mia formazione culturale, umana, e non solo. Mi è stato vicino in ogni momento. Mi ha sostenuto ed incoraggiato. Mi ha aiutato a superare non poche difficoltà.

In una lettera del 2 febbraio 1964, quando mi trovavo a Roccanova ad insegnare quale supplente in una scuola di campagna, mi scrisse: "Telefonerò a tua moglie e le dirò che non faccia cerimonie: domandi quello che vuole. La mia è anche la tua casa".

Come dimenticare la sua grande delicatezza e la straordinaria generosità!

Mi piace concludere questo modesto contributo e sincera testimonianza con le parole che Francesco Cappiello scrisse a Catenacci da Sofia il 30 dicembre 1932, riferendosi alla scomparsa, fra la quasi indifferenza dei suoi concittadini, di Giustino Fortunato: "Auguriamo che i giovani, pur non avendo conosciuto il grande scomparso, credano alle parole di quanti furono degni della sua amicizia".










































3. Catenacci uomo di azione


Catenacci è strenuo difensore della sua terra natale, agricoltore laborioso, scalatore delle più alte vette dell'Appennino, combattente valoroso della prima guerra mondiale, ingegnere progettista delle più svariate opere, professore di Topografia e Costruzioni, storico appassionato, scrittore e pubblicista instancabile, in breve un vulcano in continua eruzione.

Alla base di ogni suo impegno, ciò che avvalora tutte le sue iniziative, è la grande carica umana del suo nobile animo, che gli darà la forza per superare i tanti momenti difficili della sua vita. Frequentemente dirà, per darsi animo, "Qual merito per l'uomo se tutto andasse per il suo verso?".

Fin da piccolo manifesta la sua irrequietezza. Nei pochi ricordi che restano della sua fanciullezza si intravede il suo carattere indipendente, spericolato, che lo ha qualificato come la birba più intraprendente.

Per ricordare alle popolazioni la fine di un secolo e l'inizio dell'attuale, alla chiusura del Giubileo Leonino, vengono innalzate sulle vette più alte delle Alpi e degli Appennini venti monumentali Croci a Cristo Redentore, tra cui quella di Rionero, sulla vetta del Vulture, da dove lo sguardo abbraccia immensi orizzonti. Appena iniziano i lavori di preparazione, approfittando della bontà del parroco don Giovanni Musio, nonostante i suoi otto anni, il piccolo Giuseppe sale con altri compagni sul campanile della Parrocchia del SS. Sacramento, per ammirare lo spettacolo delle carovane di muli che portano sulla vetta del Vulture i pezzi occorrenti per innalzare la croce. Ma, quando i lavori procedono, non si contenta di seguirli da lontano, con i suoi amici di avventura compie la prima scalata sul monte. Sente già il richiamo dei monti e delle foreste, ma non è ancora esperto di loro, non possiede ancora le sue proverbiali capacità di orientamento, per cui si smarrisce. Viene in nottata recuperato da due carabinieri e riconsegnato ai genitori, preoccupati del prolungarsi della sua assenza.

Ritorna sul Vulture con molte di persone di Rionero e dei paesi vicini il 22 agosto 1901, quando Mons. Camassa, con tutto il clero della diocesi, inaugura la Croce e affida a Cristo Redentore le popolazioni del Vulture. Alla base della croce viene scolpito: "Jesu Christo Deo restitutae per ipsum salutis, anno MCMI - Regio Vulturis - Leo XIII”.

Per cercare di imbrigliare la esuberante vitalità di Catenacci, il padre crede opportuno avviarlo allo studio nei seminari di Melfi e di Venosa, nella speranza di vedere domato il suo scatenato rampollo. Confortato dai buoni risultati conseguiti, avendo intravisto le qualità di animo e di intelligenza del figlio, egli continua a lavorare sodo nella sua bottega di fabbro per far proseguire negli studi il suo Giuseppe.

Nel 1909 Catenacci inizia a frequentare il ginnasio presso i Padri Salesiani di Salerno. Questi anni vissuti in collegio gli faranno verificare quanto sia difficile convivere pacificamente, e come sia facile al violento imporre con la forza il suo volere sui deboli. Nei collegi, infatti, facilmente prevalgono i più spregiudicati. Anche per Catenacci c'è lo scotto da pagare. Il "don Rodrigo" del momento vuole catechizzare il nuovo arrivato, gli ruba un bel quaderno di appunti per saggiare la sua reazione. Prudentemente Catenacci non reagisce sul momento, ma recupera abilmente la refurtiva durante il pranzo. Riceve un violento pugno come ammonimento per aver osato, ma ancora riesce a frenare il suo impulso della reazione immediata. A notte inoltrata, però, l'oscurità di un corridoio copre il violento pugilato di chiarificazione e il bravaccio, per diversi giorni, deve mostrare i segni evidenti della punizione. Il montanaro, che già si imponeva a scuola per intelligenza, si assicura ora anche il rispetto per la sua forza. L'impulso innato della ribellione alla prepotenza viene a galla, è un episodio significativo del suo continuo lottare per contrastare la violenza, che per molto tempo dovrà subire nella vita.

Anche nella scelta del suo domani mostra la sua insofferenza, decide per la facoltà d'ingegneria. Partecipa da sottotenente alla prima guerra mondiale ed ha subito la possibilità per verificare il suo spirito di sacrificio con i lunghi periodi trascorsi nelle trincee che servirono a temprare il suo carattere ed ad abituarlo alla riflessione.

Nel corso della guerra un episodio doloroso esalta le sue doti di ardente combattente ed il suo altruismo: Il fratello Michele, ferito a un braccio, curato al posto di medicazione, non vuole lasciare soli i suoi uomini nel pericolo e torna a riprendere il comando della compagnia sul San Gabriele, ma vi trova gloriosa morte, con il petto squarciato da una granata, il 5 settembre 1917. Catenacci viene a conoscenza dell'eroica fine del fratello, non può accettare la realtà della salma insepolta, sfida il fuoco del nemico, avvolge in una coperta il corpo del fratello e gli dà provvisoria sepoltura a Salcamo. Il suo eroismo non passa inosservato, viene premiato con due croci di guerra e proposto, ma senza esito, per la medaglia d'argento. Rientra a Rionero, termina gli studi, laureandosi in ingegneria.

In questo periodo si accentua sempre più il suo amore per i boschi e soprattutto per le scalate sulla montagna, che lo formeranno alle quelle difficili della vita. Dirà nel suo libro Ascensioni: "Al cospetto della montagna ci si trova soli con le proprie forze e con la propria intelligenza, a vincere gli ostacoli che la natura ci oppone ad ogni passo. Quindi non può tacere l'io dello scalatore, che è tutto nella prepotenza di vincere la natura, e di salire sempre più in alto"4.

Raggiunge una tale padronanza nelle scalate, che la montagna non ha più segreti per lui, conosce il Vulture negli anfratti più nascosti, per averlo mille e mille volte scalato in tutti i tempi, così pure molte altre montagne della zona. Ancora in Ascensioni evidenzia i vantaggi delle scalate: "Il compenso è grande, l'abitudine a vincere ogni ostacolo, il contentarsi di poco e di niente, il disprezzare le basse passioni umane, l'ammirare la vera grandezza degli uomini superiori, il ridere di compassione per quelli vuoti e vanesi, la possibilità infine di avvicinarsi a Dio, che parla nella solitudine arcadica delle campagne e nella chiarezza delle cime elevate al cielo, sono questi frutti e premio per chi, arrovellandosi e spasimando, tende a raggiungere mete eccelse".

Quando è al fronte, a Rionero si verifica l'attentato a Giustino Fortunato, che determinerà la partenza del grande uomo politico dal suo paese natio verso l'esilio volontario di Napoli, senza mai più ritorno. Vedremo, anche se da Napoli quanto abbia influito la guida di Fortunato sulla vita di Catenacci.

La mancanza del padre, che matura più velocemente il suo carattere, la situazione in Italia, nell'immediato dopoguerra non certamente roseo, che rende difficile inserirsi nella vita della società senza sbocchi, specie nei nostri paesi, gli avvenimenti politici che divampano in Italia, sono tutte componenti che concorreranno a forgiare l'uomo dalla volontà indomita, l'uomo dal carattere aperto contro ogni avversario.

Animo esuberante di vita, resta affascinato dall'ideale fascista, che conquista tanti giovani del suo tempo, e subito lo fa suo. Analizzeremo in seguito le vicende della sua partecipazione, del suo rifiuto e delle peripezie nelle elezioni del 1923 che saranno determinanti per lunghi anni della sua vita. Il suo arresto per impedire il diritto alla libertà non doma certamente la sua volontà titanica, la sua entusiastica fede negli ideali, che caratterizzeranno sempre il suo profilo morale; gli darà anzi una carica di dinamismo che lo accompagnerà per tutta la vita e gli farà dire senza reticenza: "Ho sempre dolorosamente ubbidito alla voce del dovere, ... io sono vittima della mia combattività, della mia generosità, del mio dinamismo, della mia coerenza, della mia assoluta onestà".

Sarà notevole il suo appassionato impegno per tutto ciò che può risollevare le condizioni di vita della sua terra; sarà l'uomo dinamico che metterà sul piano dell'attuazione tutti i problemi della regione del Vulture, con una fede inconcussa e con una volontà ammirevole.

Dopo difficili inizi entra nel mondo della scuola. È immediatamente l'amico dei giovani, viene scelto immancabilmente a tenere i discorsi di apertura per l'anno scolastico, mette tutta la sua volontà per preparare tecnici del domani, competenti e soprattutto onesti.

Il suo carattere impulsivo gli gioca brutti scherzi, quando sfugge ai saggi consigli di Fortunato, nello scontro con un collega di Melfi. In un'altra circostanza riaffiora il suo vero io. Riceve una lettera di sfida da un vagabondo con l'immancabile appuntamento. Catenacci non si lascia intimidire, è puntuale all'incontro, armato di un randello, e provoca l'arresto dello sciagurato.

La sua giornata di lavoro è intensissima. Si alza molto presto, di buon mattino è a lavorare con rara competenza la terra (anche se avrà il pallino della vigna), si affianca ai cari contadini, con i quali canta entusiasticamente i nostri canti tradizionali e da questo contatto egli deriverà la conoscenza di tutti i loro problemi.

In qualsiasi circostanza è sempre pronta la sua disponibilità al bene. Giustino Fortunato gli affida la direzione dei lavori per un asilo da realizzare nella vecchia casa Corona; brucia le tappe con il suo consueto entusiasmo e il 3 febbraio 1924 l'asilo viene inaugurato con un meraviglioso discorso di Padre Giovanni Semeria, promotore dell'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia. L'asilo viene dedicato ad Antonia Fortunato Rapolla, madre di Giustino Fortunato, con una lapide e un medaglione di bronzo, opera dello scultore Luigi Iavarone di Corato, e l'epigrafe dettata da don Giovanni Minozzi:

Antonia Fortunato Rapolla

cui il figlio Giustino

volle piamente dedicato questo asilo

vita perenne

tra le genti di Rionero

ideale della donna mite soave operosa

nella luce di Dio

1923

Prende così avvio, con la direzione dei lavori dell'asilo, la sua collaborazione con Giustino Fortunato, Padre Giovanni Semeria e don Giovanni Minozzi per tutte le loro iniziative a vantaggio di chi soffre.

Ha bisogno di una persona che sia di equilibrio alla sua impulsività e la trova in Maria Rubino. Questa, nata a Ripacandida il 3 giugno 1898, inizia la vita scolastica nel suo paese a soli 17 anni. È la prima direttrice del nuovo Circolo Didattico di Rionero, istituito nel 1923, che dirigerà, con indiscussa competenza e con estrema sagacia, per ben 33 anni.

Nonostante la grande amicizia con Giustino Fortunato, Catenacci all'amico non fa nessun accenno del fidanzamento con Maria Rubino. Il Fortunato ne viene a conoscenza tramite Gennaro Catenacci e ci scherza in una sua lettera: "Sissignore, nulla tu me ne avevi detto, prima. E facesti benone: È noto, lippis et tonsoribus, che io non ho mai, mai consigliato alcuno a sposarsi; ché, anzi, non pochi ne ho distolti"5. Con tutto ciò il Fortunato nutre una delicata attenzione verso la sposa di Catenacci e scrive in un'altra lettera: "Ma che a ridirmi quel che già mi avevi detto, se sicurissimamente, io torno ad assicurarti, che molto mi tornò grato essere il tuo compare di matrimonio e, a un tempo, della figliuola di uno dei più vecchi costanti miei elettori di Ripacandida?. Giuro su la sincerità di queste mie parole. Or ora provvedo all'anello. Parmi io debba rimettere Gennaro Catenacci, che domani sarà costà, non a te. E' così?"6. Giustino Fortunato si rammarica per il rinvio del matrimonio, per la malattia della sposa. Si premura di mandare in anticipo il regalo per le nozze, specificando: "Il regalo, non è regalo: esso è e sarà pegno della nostra familiarità spirituale, che sopravviverà - ardentemente spero - di molti anni alla mia fine; tu e la tua prossima Signora e i futuri nati vostri non immemori - ne son certo - di me, che molto ti ho amato e ti amo: E che sia a rappresentarmi tuo cugino Gennaro, ultimo ed unico mio sostegno, io assai ne godo"7.

Gli ultimi giorni sono una continua preoccupazione di Giustino Fortunato per l'avvenimento: "Ricevo la partecipazione, che mi assicura del giorno preciso, il 30 [ottobre]. Ebbene, anticipate grazie e anticipati auguri alla sposa e a te, te pregando di

dirmi se gli sponsali avran luogo a Ripacandida od a Rionero, perché io quel giorno possa inviarvi telegraficamente saluti ed auguri"8. Ed infine: "Dunque, sabato 30 a Ripacandida, dove sarà Gennaro con la mia lettera di rito, e dove a te, di buon'ora, farò giungere un mio telegramma di auguri, che, sin da oggi, anticipo a te e alla sposa"9.

Non è solo l'amore a legare le vite di Catenacci e Maria Rubino; il mondo della scuola e la dedizione verso i sofferenti li accomunerà in una unità d'intenti. Soprattutto nella casa emergono le doti di nobile animo di Maria Rubino. In silenzio subisce di riflesso le persecuzioni patite dal marito, mette tutto il suo costante impegno per conservare tra le pareti domestiche la pace. Non concepisce il male per nessuno, gareggia con lo sposo nella generosità del perdono, uniti concordemente in una gara di bontà disinteressata.

Maria Luigia Tancredi, di Ripacandida, dopo un lungo periodo di assistenza agli anziani nelle proprie case, dà inizio ad una casa di riposo, in un caseggiato, sul rione Forche, chiamato "Serafina", il 19 marzo 1927. Dopo pochi mesi, per interessamento delle autorità del tempo e di anime generose, il 10 luglio si trasferisce nell'attuale sede attigua alla chiesetta di Sant'Antonio Abate. Maria Rubino, stimolata dalla compaesana Maria Luigia e soprattutto dal suo animo nobile, è una delle prime a collaborare. L'attuale statale 93 era allora un semplice tratturo di campagna, i locali e la chiesetta in una situazione molto precaria. Catenacci realizza una serie di modificazioni e di miglioramenti, fa dichiarare la Casa di Riposo Ente Morale, e, nonostante i suoi numerosi impegni, visita quotidianamente i vecchietti, quasi per trasmettere loro un po’ della sua esuberante energia.

Episodi di bontà costellano la sua vita, evidenziando la sua umanità. Un anziano signore è da lui sorpreso a rubare il poco aglio, piantato tra i filari della sua vigna. Catenacci non gli toglie la refurtiva e lo minaccia di denunzia. Il poveretto corre spaventato nello studio di Catenacci, ma, con grande meraviglia, lo trova trasformato, riceve addirittura una buona somma di denaro e la garanzia di aiutarlo nelle sue necessità, senza che ricorra al furto.

Nel giugno 1929 un grande nubifragio si abbatte nella valle di Vitalba con chicchi di grandine di straordinaria grandezza. Campi di messi, vigneti, uliveti, niente viene risparmiato dalla furia devastatrice della tempesta. Subito Catenacci è in mezzo ai suoi amati contadini, annota i danni, li conforta e garantisce il suo interessamento come consigliere della Commissione tecnica.

Ma il suo altruismo, la sua disponibilità trovano valida conferma in un'altra dolorosa circostanza. Alle ore 22 della notte precedente il fatidico 23 luglio 1930, con gli amici ascolta la radio, esaltandosi, davanti all'emporio di Giovanni Moretti, per le imprese al giro di Francia di Binda e di Guerra. All'una e 10 del 23 luglio, ancora una volta, un terribile terremoto semina distruzione e rovine nella nostra zona. Le prime luci dell'alba trovano il nostro Catenacci già in febbrile attività. Si prodiga per aiutare i feriti, per sistemare pietosamente i cadaveri, organizza una squadra di giovani volontari e si reca sul rione "Costa", il più colpito dal sisma. Ingaggia una lotta febbrile contro il tempo per salvare dalle macerie diverse persone da sicura morte, la nipote di Maria Luigia Tancredi e un certo Felice Fornicola. Moltiplica le sue energie per essere presente dovunque, per animare gli altri con il suo generoso impegno.

La rovina di tante case stimola le sue grandi capacità tecniche, non per approfittare delle circostanze favorevoli dell'emergenza, ma per mettere a disposizione delle famiglie, che hanno subito le tragiche conseguenze del terremoto, la sua competenza. Molti edifici pubblici, come la Chiesa Madre, la Cattedrale di Rapolla, gli orfanotrofi di Rionero e di Barile, vengono restaurati con la generosa disponibilità di Catenacci. Dirà con serenità, nell'ultimo periodo della sua vita: "Io ho fatto sempre il mio dovere di impenitente donatore di lavoro".

È così stimolante la sua carica per la ripresa cittadina, che viene segnalato per la medaglia d'argento al valor civile, che però non gli verrà mai concessa.

Di mentalità aperta alle prospettive del domani, è sempre pronto a dare la sua carica trascinante in tutte le iniziative che sorgono nel paese. Eletto presidente dall’Associazione Combattenti, subito si rende consapevole dei loro problemi e li affronta energicamente. Non accetta passivamente che un grande paese come Rionero sia ancora privo di una sala adeguata alle necessità moderne della vita cittadina. Per non restare tagliati fuori da qualsiasi iniziativa di rilievo, propone, progetta e dirige i lavori per la costruzione del teatro Combattenti, realizzando una sala per 400 posti, che sarà subito sede di grandi manifestazioni.

Vive la maggior parte del suo tempo a Rionero, "come l'ostrica allo scoglio" - dirà Giustino Fortunato -, si allontana dal suo paese per le faticose scalate sui monti degli Appennini o per le peregrinazioni alla ricerca di reperti archeologici. Non è un solitario, perché una intensa corrispondenza testimonia i suoi rapporti di amicizia e di cultura con numerose personalità. Oltre a quella con Giustino Fortunato, è in relazione con il drammaturgo Roberto Bracco, Francesco Saverio Nitti, Giuseppe Solimene, Adriano Olivetti, con uomini di cultura e impegnati in politica. Da don Giovanni Minozzi viene designato per dirigere i lavori dei due Istituti dell'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia, uno a Rionero e l'altro a Potenza. Da mons. Domenico Petroni, vescovo di Melfi, viene chiamato ad organizzare il grande Congresso Eucaristico Interdiocesano.

La prova del dolore, che sarà sempre presente nella sua vita, affinerà la sua sensibilità, come egli stesso si esprime. "Il più grande conforto nel dolore resta la vita intima spirituale".

Di questo conforto avrà un bisogno estremo alla morte del suo amico Giustino Fortunato, per non essere stato presente ai suoi funerali. La presunta colpa gli sarà causa di un profondo turbamento. La privazione della guida e dell'aiuto del Fortunato sarà molto sentita, e, nel frattempo, si aggiungerà un altro impegno, quello di dedicare tutte le sue energie alla rivalutazione del grande uomo rionerese.

La morte di Giustino Fortunato è l'inizio di una lunga serie di distacchi che scaveranno profondi solchi nel suo animo. La tragica morte del nipotino Michele, caduto dal treno mentre si recava a scuola a Melfi, la morte dell'altro nipote Francesco lo tengono sempre allenato alla prova del dolore, quasi a prepararlo al distacco più violento.

Come il primo articolo di Catenacci su Voci Lucane causò l'amicizia tra Fortunato e Catenacci, così la stessa amicizia fa superare a Catenacci la paura della critica, stimolandolo a pubblicare il discorso tenuto all'Istituto Tecnico di Melfi per l'inaugurazione dell'anno scolastico, nel quale vi ha inserito un nobile ricordo di Giustino Fortunato. Chiede scusa ai pochi amici perché gli perdonino "la presunzione di oratore e di scrittore", ma avvince l'uditorio e i lettori con la sua appassionata eloquenza. A conclusione del discorso fa appello ai giovani e al loro orgoglio perché la scuola non sia considerata dispensatrice di diplomi e di titoli. ma tenda a maturarli alle responsabilità della vita.

Moltissimi amici gli scrivono per congratularsi del suo discorso, con lettere che denotano di quanta stima e apprezzamento Catenacci godesse. Egli conserva sempre, in tutte le sue attività professionali, la sua dinamicità portentosa, oltre che la sua cristallina onestà. Generoso con tutti, non ammette corruzioni, disprezza i ladri e i disonesti, crea opere di beneficenza nelle quali profonde sempre il suo denaro e la sua attività. Dopo il mancato successo, molti anni dopo, nella politica, anche se amareggiato, ringrazierà l'avversa fortuna per non averlo distolto dalle sue numerose attività.

Questo suo contatto con le situazioni locali arricchisce la sua conoscenza della Questione Meridionale, sicché, quando pubblica Giustino Fortunato e il Mezzogiorno d'Italia, si è talmente immedesimato nel problema che il suo pensiero di identifica con quello del Fortunato. Questi mira alla unificazione sostanziale della patria, attraverso la soluzione del problema del Mezzogiorno, disputandolo con calore di apostolo al Parlamento, cercando di evidenziare che il risorgimento morale ed economico del Mezzogiorno era doveroso e necessario per il progredire della nazione. La terra che diede i natali a Giustino Fortunato apre lo sguardo su "un'umanità rada e sofferente nel regno del dolore e su un paesaggio, giallo di stoppie e di crete malerigene e crepazze", il tutto nel quadro generale della regione, geologicamente una delle terre più disagiate, lambite dall'Ofanto, solcata da quattro immensi torrenti, stagnanti d'estate e d'autunno, disseminando "tristezza nei cuori e malaria nel sangue", impetuosi negli acquazzoni d'inverno.

Catenacci condanna il tentativo di immigrazione dalle Romagne e dalle Marche di coloni, che, con trattamenti di favore, scendono al sud per sopperire alle presunte incapacità dei nostri contadini. I nuovi arrivati, vinti dal clima e dalla malaria, ritornano delusi alle loro terre, vedendo così confermato che nel Mezzogiorno "non sono differenti gli uomini, ma è differente soprattutto la terra". È solo segno di sfiducia nell'intelligenza e nel lavoro del nostro contadino, tanto è vero che poi nel conflitto mondiale il rude, tenace popolo meridionale sarà il più resistente alla terribile guerra di trincea.

Il periodo di tempo, dalla guerra d'Africa alla seconda guerra mondiale, è quello più difficile e tormentato per Catenacci. Trascorre le sue giornate ritirato nel suo studio per evitare problemi alla sua famiglia. Sempre contrarietà subisce nel mondo della scuola: gli viene contestata la mancata residenza a Melfi, dove insegna, quando molti altri professori viaggiano addirittura da Potenza; va in bicicletta e a piedi a scuola, pur di essere puntuale; viene investito da un automezzo militare inglese, ma pur malconcio rientra al più presto a scuola per evitare le recriminazioni del preside. Si accentua, per la sua salvezza, l'amore appassionato per i boschi e la montagna. Negli anni in cui il tormento spirituale più gli assilla l'esistenza, alle amarezze cerca schermo e difesa con il fare tutti i mestieri e appagando il suo animo con le sue famose ascensioni: "Chiamato dalla curiosità di vedere, e dal bisogno urgente di uscire dal borgo selvaggio, dove mi hanno costretto le necessità familiari, professionali e più ancora l'attaccamento alla disgraziata terra natia, ho scalato quasi tutte le più importanti vette dell'Appennino".

Esprime Catenacci tutto il suo tormento per questo stato di cose, ma resta incrollabile: "Il fascismo è impotente a domare lo spirito, come ogni dittatura, anzi nella violenza questo spirito si tempra e diventa fiamma incandescente".

Nonostante le terribili prove, la delicatezza del suo animo continuamente affiora, sia negli scritti e nelle lettere agli amici, sia nella vita, costellata di azioni di bontà. Una vecchietta paralitica, ospite della Casa di Riposo, lo colpisce in modo particolare, vede rispecchiata in lei la solitudine e la mancanza di affetto delle persone anziane, ne ha un riguardo particolare, e, alla sua morte, le dedica una poesia, tutta piena di sentimento e di affetto.

È sempre vicino ai giovani. Quando comincia a pubblicare le sue opere, specialmente quelle di storia, tanti di loro sono sempre nel suo studio a chiedere consigli ed aiuto. Quelli che si trovano in difficoltà nel preparare le loro tesi di laurea hanno in lui sempre l'amico disponibile, pronto a donare generosamente le sue pubblicazioni. A queste Catenacci non ha mai guardato come ad una fonte di guadagno, cambia continuamente le tipografie, per stampare i suoi libri, se resta qualche utile è per la sua Casa di Riposo.

L'amicizia con don Giovanni Minozzi, iniziata per la costruzione dell'asilo a Rionero, si intensifica sempre più. L'Opera Nazionale per il Mezzogiorno d'Italia allarga le sue istituzioni per gli aumentati problemi del dopoguerra e Catenacci è sempre pronto a offrire la sua collaborazione. Don Minozzi gli affida la direzione dei lavori per il grande Istituto "Principe di Piemonte" a Potenza e dall’intensa corrispondenza che intercorre tra loro emergono tutte le sue difficoltà per portare avanti la grandiosa opera. Gli scrive il 13 maggio 1945: "Ti raccomando vivamente. La provincia dovrebbe esaltare l'Opera per quanto ha fatto per Potenza; ogni opposizione è delittuosa … Se non verrà incontro la provincia con cordialità, non farò più nulla per Potenza, recisamente; andrò a lavorare tra gente più riconoscente, dove mi supplicano di andare, offrendomi aiuti di ogni genere. Se vuoi, posso far scrivere da Togliatti ai comunisti, da Matteotti ai socialisti...Tu lascia le polemiche, lavora come sai e stai tranquillo". Siamo nel periodo in cui Catenacci fa parte della Consulta Nazionale e, perché si faccia l’opera a Potenza, egli mette tutto il suo impegno, per far desistere don Minozzi e distoglierlo dalle sue decisioni. Non può permettere che non vada in porto nella sua terra un'opera tanto valida. Ma don Minozzi torna alla carica:. "È evidente l'esagerazione del prezzo richiestomi, che ha scandalizzato tutti i lucani intelligenti di Roma. Locali da me riparati me li vorrebbero far pagare a peso d'oro, far pagare insomma il mio denaro, il mio lavoro, la mia generosità per Potenza e la Basilicata. Se vieni a Roma sarò a tua completa disposizione per tutto quello che io possa fare per codesta povera terra, che mi ha preso a cuore più di te da oltre trent'anni".

Quest'amore per la nostra terra, che li accomuna, è motivo più che sufficiente per Catenacci per moltiplicare il suo impegno per superare tutte le difficoltà: Gli scrive don Minozzi: "Tu devi andare a Potenza, dove potrai lavorare per la tua povera Lucania". Ma la burocrazia della Provincia frena ancora una volta l'entusiasmo di don Minozzi, che è costretto ad insistere. "Inizia subito i lavori. Prometto che darò a Potenza un Istituto che sarà il più bello dell'Italia Meridionale. Gli studenti della Lucania e della Calabria verranno tutti a Potenza. Sbriga subito tutto per l'atto notarile. Avanti da bravo...".

Le difficoltà persistono e ancora il 24 ottobre 1945: "Perché non decidete per il resto? Perché date calci alla provvidenza? Volete proprio che abbandoni Potenza? La condotta della deputazione provinciale mi pare stranissima. Finirò con mettere tutto a tacere", e annota amaramente in una postilla: "Che strana gente e che strana terra...". Ma l'amore che lo lega alla nostra Lucania è più forte delle contrarietà. Infatti in tutte le sue lettere indirizzate a Catenacci conclude sempre con i saluti alla "nostra cara Basilicata".

Le doti del suo animo, la sua disponibilità sono ormai note a tutti, per cui tutte le iniziative che si intraprendono, a Rionero e nei paesi vicini, si assicurano la collaborazione di Catenacci. Il vescovo di Melfi, Mons. Domenico Petroni, da diversi anni ha in animo di realizzare nella sua diocesi un Congresso Eucaristico Interdiocesano e pensa a Catenacci come l'uomo adatto per l'organizzazione. Appena riceve l'adesione di Catenacci subitogli scrive. "Non potevo fare una scelta migliore! Le vostre iniziative e la vostra magnifica travolgente attività sono sicuro presagio della piena riuscita del grande avvenimento". Convengono sulla data, che viene fissata per il periodo 25 agosto - 2 settembre 1940, con degna conclusione del Congresso la solenne incoronazione della Madonna. Viene scelta come sede Rionero, perché, essendo il Congresso interdiocesano, la scelta di una sede vescovile avrebbe creato problemi. Il Vescovo raccomanda a Catenacci che è necessario che costituisca un comitato di tutti i paesi, per evitare i rischi del campanilismo, e gli raccomanda anche di frenare il suo entusiasmo, perché Catenacci vorrebbe "incendiare” tutto il Vulture.

Il carteggio si fa più intenso, a mano a mano che la data si avvicina, e quindi gli ultimi consigli e incoraggiamenti del Vescovo: "La perenne gratitudine nostra resta per quei bravi laici del vostro stampo; i quali, senza nulla chiedere o aspettarsi, danno tutto se stessi per un grandissimo ideale, tempo, denaro, energia e salute".

Il Vescovo, per tranquillizzare gli animi, dà anche spiegazioni dei motivi che lo hanno portato alla scelta di Rionero come sede del Congresso, e non Melfi e Venosa, sedi vescovili: "Le folle devono essere attratte a Rionero non dalle feste esterne, simili alla primavera siciliana o all'estate silana. Quello che meritare a Rionero l'onore di essere sede di un importante Congresso è il vostro ardente entusiasmo, la vostra instancabile opera fattiva, la generosità del popolo lavoratore, altrimenti non sarebbe possibile, perché a Rionero manca tutto".

La piena fiducia del Vescovo nella onestà e rettitudine di Catenacci gli fa affidare tutta la direzione dei lavori, e ciò dà forse un contributo determinante alla vita religiosa di Catenacci, che così si esprimerà in un'altra circostanza: "Da volteriano divenni cattolico militante".

Catenacci si mette subito all'opera e manda un appello a tutti i rioneresi fuori dalla terra natale, in Italia e nel mondo: "Non Melfi, non Venosa, non Rapolla, sedi vescovili e cittadine storiche molto più importanti di Rionero, sono state scelte, ma Rionero, il vostro e nostro paese. Ci esulta il cuore per la gioia, e la scelta commuoverà anche voi che la terra natale non avete dimenticata". Sa essere anche sentimentale nelle altre lettere che scrive: "So bene che la terra natale non si dimenticherà mai. Sono convinto che se, dopo la morte, si apre il cuore dell'emigrato, in uno si noterà un ultimo palpito amoroso per la zolla che ci diede i natali".

La risposta è entusiastica da ogni parte, in modo particolare dall'America. Qui la società di mutuo soccorso La Basilicata di New York va ancora oltre, lancia una sottoscrizione, non solo per il Congresso, ma per lasciare anche un'opera di pubblica utilità a ricordo perenne dell'avvenimento: il ricavato deve servire anche per costruire un ospedale a Rionero.

Rilevanti sono le somme raccolte, elettrizzante l'attesa per l'inizio, ma il divampare della seconda guerra mondiale infrange il sogno. Tutti i fondi raccolti in America vengono devoluti per le nuove e più impellenti necessità della guerra. Il Congresso viene rinviato a tempi migliori.

Durante la guerra, anche se non è in trincea e ha il tempo limitato, non resta indifferente alla grave situazione e organizza un comitato di signore per raccogliere biancheria per i nostri poveri reduci della Balcania. Il Comando Militare gli scrive: "Si apprezza molto il suo impegno per l'organizzazione del comitato, si raccomanda di raccogliere anche lana e danaro, e di fare presto, perché sono già giunti 7.000 reduci". Riceve diversi riconoscimenti per tutto il suo molteplice interesse a vantaggio delle vittime incolpevoli della guerra, come pure è elogiato dall'assistenza post-bellica per il suo interessamento per le famiglie delle vittime dell'eccidio di Rionero.

Terminata la guerra, alla caduta del fascismo, Catenacci dimentica il suo passato di soprusi, per i quali a sue spese ha provato l'amara sofferenza, ma non vuole che si ripetano per gli altri. E' contro ogni violenza, disapprova ogni persecuzione, corre in aiuto dei bisognosi, si fa apostolo di concordia e si oppone animosamente ai faziosi e ai turbolenti.

È vicino anche alle persone in debito con la giustizia, scrive spesso a Donato Rosiello (Tuccio Venanzio) nel carcere di Porto Azzurro; si interessa del suo problema, gli manda alcuni dei suoi libri. Rosiello, colpito da questa sua delicatezza, gli rispose dal carcere: "Grazie del suo nobile saluto alla terra vulturina, così bello, così divino nei riguardi della nostra terra, come l'ha dipinto il suo intelletto. Il cervello umano nasconde delle ricchezze, a cui le parole non possono esprimere il suo volere. Attraverso la sua poetica espressione ho visto la nostra terra. Affascinato e grato le dico: sono felice"

Mons. Petroni, Vescovo di Melfi, quando gli viene richiesta una sua opinione su Catenacci, non esita a dire: "Dichiaro che Catenacci Giuseppe, animato da nobili e patriottici sentimenti, ha sempre voluto, quantunque avversato dal fascismo, opera benefica verso il proprio paese e l'intera regione lucana. Ha salvato la cupola della Chiesa Madre di Rionero e la croce del Vulture. Per cui fu da me designato a presiedere il Congresso, che poi non si poté celebrare per la guerra".

Quando entra a far parte della Consulta Nazionale, gli insegnanti di Rionero, tra i primi Domenico Di Palma, gli inviano questo messaggio: "Per il benessere della popolazione rionerese, spesso dimenticata, per un ulteriore sviluppo di questa cittadella, in cui già vi sono i segni indelebili del dinamismo vostro, ci congratuliamo vivamente della meritata nomina e facciamo voti per maggiori affermazioni, onde possano trarre vantaggio anche le terre abbandonate".

Egli aggiunge così alle sue numerose occupazioni anche l'impegno politico, che non sarà per lui avaro di amarezze nella sua lunga militanza.

Gli viene finalmente riconosciuto il suo altruismo nel periodo del terremoto, e il Prefetto di Potenza gli scrive il 16 agosto 1948: "Ho appreso con vivo compiacimento che il Ministro degli Interni le ha conferito la medaglia di bronzo al valore civile, per i fatti del terremoto del Vulture. Le sue doti di coraggio e di abnegazione sono state così riconosciute e giustamente premiate".

Sanate un po’ le ferite della guerra, si torna a discutere del Congresso Eucaristico Interdiocesano. Il Vescovo torna a responsabilizzare Catenacci "per assicurare un esito trionfale al Congresso Eucaristico, di cui voi siete il più importante pilastro ... Riconoscendo che la vostra cooperazione è indispensabile per la riuscita del Congresso, affido a voi la carica di Vice presidente, rimanendo presidente il Vescovo, la carica di cassiere a Mauro Corona, e di segretario a don Michele Di Sabato".

I risultati del Congresso Eucaristico Interdiocesano del 1949 furono veramente trionfali, lanciando una ripresa spirituale molto intensa a Rionero e in tutti i paesi della diocesi.

Il 24 ottobre 1949, con un commovente discorso, a Melfi Catenacci dà l'addio alla scuola, per il volontario collocamento a riposo, sente vivo il dolore di abbandonare una palestra di dottrina, ricorda le ingiuste vessazioni subite in silenzioso, senza abbandonare la scuola, perché il soldato non abbandona il posto di guardia e perché gli uomini e i regimi vanno combattuti a viso aperto e senza odi. Lo accompagna la soddisfazione di aver educato i giovani alla vita rigida, e purtroppo senza gloria, della virtù. Il ricordo, l'amore, la stima, addirittura la difesa dei suoi giovani sono per lui sufficiente premio e conforto. "Per questa gioventù e per questa nostra disgraziatissima terra, alla quale indiscutibilmente e nostalgicamente sono legato - conclude - vi ricorderò con simpatia e passione: voi siete i compagni di lavoro, che avete riempito di gioia i miei trent'anni trascorsi nella scuola. La scuola è sacrificio e gioia di lavoro, ma non è gretta imitazione di forme e consuetudini sorpassate".

In occasione della commemorazione di Giustino Fortunato, di cui è animatore instancabile, ottiene la partecipazione degli uomini più illustri del mondo culturale che danno il loro contributo per la migliore riuscita dell'iniziativa. Tra le più significative è quella del geologo Giuseppe Di Lorenzo, che gli scrive."Vi sono grato dell'invito a far parte del comitato d'onore per le onoranze alla memoria di Giustino Fortunato, perché egli fu uno dei fari spirituali, che rischiararono le mie prime navigazioni sui mari della vita e del pensiero. Fui presentato a lui nel 1898 da un compagno di studi e conterraneo lucano, il dott. Emilio Fittipaldi di Potenza, trovai nella sua cerchia tre altri lucani, di spirito affine, con i quali mi legai subito con amicizia: Francesco Saverio Nitti, Vittorio Spinazzola ed Andrea Petroni; formando così con essi quasi una quadriade di pianeti, giranti, ciascuno nella propria orbita di arte e di scienza, intorno a lui, quale astro maggiore, che ci irradiava con la luce della sua intelligenza e col calore del suo cuore. Ed egli, nei pomeriggi domenicali, usava portarci, insieme o separati, in una grande carrozza a due cavalli, alle affascinanti riunioni presso Benedetto Croce, nell'antica casa di Gaetano Filangieri, in via Atri; dove era stato anche Goethe e dove convenivano poeti, letterati, artisti, scienziati e filosofi di ogni parte d'Italia e di fuori. Ed insieme a noi, prossimi pianeti lucani, pervennero nella sfera di attrazione di don Giustino anche due fulgide fugaci meteore, provenienti da lontano e destinate a sparire presto o lontano: due miei cari ed indimenticabili amici. Uno, mio collega in geologia, Carlo Riva di Milano, che doveva perire, nel 1902 in una catastrofe alpina, il quale, essendosi trovato con me nel congresso geologico, tenutosi a Lagonegro, nell'agosto del 1898, volle accompagnarmi a Rionero e partecipare, da eccellente petrografo quale egli era, al grande studio geologico, che io feci del Vulture, per ardente desiderio di Giustino Fortunato, sempre evocatore e suscitatore di tutto quello che potesse portare lustro e beneficio alla sua terra natia. L'altro, Karl Eugen Neumann di Vienna, destinato pure a morir giovane nel 1915, mio amato amico e maestro d'indologia e di buddismo, fece anche egli parte fugace, nel 1898 e nel 1902, del cerchio lucano di Giustino Fortunato. Belle figure e care rimembranze che io, ancora superstite di quella cerchia, ho oggi la fortuna di poter ricordare ai conterranei, che si apprestano ad onorare la memoria di Giustino Fortunato".

Con la nomina a consigliere provinciale, Catenacci esce più spesso dal suo paese, per rendersi conto personalmente delle situazioni locali. Questo continuo muoversi lo renderà il più profondo conoscitore della nostra regione e delle sue reali possibilità di sviluppo, il più tenace assertore degli interessi lucani.

Conosce Padre Achille Fosco, un frate francescano che gira per il paese a raccogliere un tozzo di pane per i suoi orfanelli e tenta, con la carità dei buoni, di costruire una casa decorosa per ospitarli. È stato pronto ad aiutare don Minozzi, per l'Opera Nazionale di Potenza, non può restare indifferente per l'opera che Padre Achille vuole realizzare nel suo paese. Nel presentare, però, un suo grandioso progetto, che poi non verrà realizzato, si rende conto della strana situazione del sito, che è in Rionero, ma fa parte del comune di Ripacandida, per cui si batte per la rettifica dei territori comunali tra i due comuni.

Nel periodo del suo isolamento scopre un'altra delle sue attitudini, che lo porterà a modellare con la creta le diverse opere che sono rimaste a testimonianza della sua fervida attività. Sono di questo tempo le muse dell'arte, incassate nel frontone del palcoscenico del Teatro Combattenti, le quattro teste di leoni sui sarcofaghi della cappella al cimitero, il gruppo della Pietà, messo nella nicchia dell'altare della stessa cappella. In un altro periodo di dolore modellerà il busto della moglie, di Michele Granata, di se stesso e di Giustino Fortunato.

Colpita da male ribelle, che da lungo tempo lentamente la sta consumando, la moglie è costretta a rinunziare alla sua amata scuola. Le atroci sofferenze degli ultimi giorni scavano solchi profondi nell'animo di Catenacci. Il suo spirito battagliero, sempre pronto a combattere ogni avversità e a non arrendersi a nessuno, crolla davanti alla impossibilità di poter dare un minimo contributo per strappare alla morte la sua compagna. Questa volta deve cedere al male inesorabile. Maria Rubino termina la sua esistenza e la sua dolorosa passione il 6 marzo 1956.

Una folla enorme partecipa ai funerali, testimoniando la grave perdita, non solo da Rionero, ma da tutti i paesi vicini. Viene sorteggiato, dato che tutti i maestri volevano esprimere il loro cordoglio, il maestro Pietro D'Anella per l'elogio funebre: "Devo tratteggiare – dice – la sua cristallina alta personalità di educatrice insigne e di incomparabile dirigente scolastica … Diresse il Circolo con indiscussa competenza, con ammirevole equilibrio, con profonda dottrina. Aveva la divina penetrazione di leggere nei nostri cuori, aveva un linguaggio nobile e misurato, ogni sua parola aveva la potenza di scuotere i nostri cuori".

Il giorno dopo il paese della defunta, Ripacandida, non è da meno nel tributare onoranze commosse alla scomparsa.

Una pioggia di lettere, piene di sentimenti nobilissimi verso la sua sposa, non riesce a lenire l'angoscia di Catenacci. Forse questa grande testimonianza di affetto accentuerà il suo tormento per la perdita di sì nobile donna. Gli scrive l'ispettore Luigi Lofranco da Melfi: "Rionero, auspice il suo direttore didattico Di Noia, dedicherà alla defunta il nuovo edificio scolastico; Ripacandida chiamerà col suo nome una delle sue vie più belle, da te sempre percorsa, la via del bene".

L'amico Nicola Russo così si esprime: "Ho avuto la fortuna di esserle collega nell'insegnamento, e poi seguendo la sua lunga appassionata opera direttiva, ho sentito in ogni tempo, quanto alte erano le sue doti di mente e di cuore". L'amico Giuseppe Solimene di Lavello, sempre vicino a Catenacci, gli scrive: "Anima nobilissima, nella quale rifulgevano cultura, bontà, senso del dovere, pronta sempre a offrire i preziosi doni della affabilità e di una dolcezza di modi, attraverso i quali aveva conquistato la simpatia e la benevolenza di quanti avevano trovato nella sua bontà e nella sua caritatevole umanità la parola benevola e fraterna nei momenti di sconforto e di prostrazione. Per di più la sua azione aveva portato negli animi dei piccoli, a lei affidati, la convinzione di vederla sempre assidua, volenterosa, diligente, zelante a sostituire nei consigli, nei suggerimenti, negli ammaestramenti la voce materna di una esperienza ricavata da molti anni dedicati alla educazione della giovinezza che si affaccia alla vita".

Tutta questa intensa manifestazione di affetto dei suoi amici non è sufficiente a colmare il vuoto creatosi. Catenacci si chiude per un anno nella solitudine e nel silenzio del suo studio. Solo la frenetica attività del suo spirito allevia il suo tormento ed è il momento dell'elegia, della scultura.

Peregrinando per dimenticare il grande dolore, incontra a Savona la persona che riporterà almeno un po’ di serenità al suo animo inquieto, Nicoletta Rosso, che, con garbo e delicatezza estrema, prenderà il posto della scomparsa il 30 luglio 1958.

Gli impegni di Catenacci si vanno sempre più restringendo alla sua attività di studioso. Sporadica si fa la sua presenza all’esterno; va il 15 agosto 1958 a Rapolla, dove il parroco Antonio Chiaromonte lo vuole all'inaugurazione della Cattedrale: “È indispensabile la vostra partecipazione all'inaugurazione, perché in essa molto di voi resta a perpetuo ricordo, perché la sua ricostruzione è stata da voi egregiamente diretta".

Numerosi e significativi gli attestati di riconoscimento, conferiti a Catenacci per le sue svariate attività; non sono certamente necessari a qualificarlo, perché l'attestato più valido e determinante è la sua vita e le opere di bene che ha saputo realizzare.

Nel ventennale della Consulta Nazionale gli viene conferita la medaglia d'oro, a ricordo di "quella prima assemblea di uomini liberi che, dopo la parentesi fascista, ha saputo indicare gli elementi essenziali della nuova direttive dello Stato democratico".

L'Accademia "Phoenix" di Bari, di cui è presidente Nicola Pende, gli conferisce il titolo di Dottore in Topografia .honoris causa.

Nel dicembre 1957 gli viene conferita l'onorificenza di Cav. Uff. dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana.

Il Commissario Prefettizio, Pasquale Locuratolo, gli elargisce a nome del Comune di Rionero la pergamena e la medaglia con una motivazione che sintetizza tutta la sua vita:

"Illustre Professore, mesi or sono ebbi il piacere di inviarLe copia della deliberazione da me adottata quale Commissario prefettizio di questa Nobile Città per l'attribuzione in Suo favore di una pergamena e di una medaglia d'oro a giusto apprezzamento dell'opera quotidianamente svolta, con tenacia, decisione ed amore per la terra natia.

A Lei, che è riuscito a riassumere le doti più elevate di strenuo assertore e conoscitore dei problemi del Vulture, di educatore di varie generazioni, di artista eccellente, per aver donato alle popolazioni pregevoli opere di problemi locali nonché il bronzeo busto del Grande Martire di ideali di libertà Michele Granata, rivolgo oggi, alla vigilia della cessazione del mio mandato commissariale, il vivo ringraziamento per ogni sacrificio compiuto con la mente, con la penna, col fisico e con la finanza privata, nell'interesse dei popoli. A tangibile segno di tale mio ringraziamento ed apprezzamento Le consegno in forma semplice e modesta, perché proprio in tale forma consiste certamente la grandezza e la nobiltà del riconoscimento, rifuggendo da pubbliche riunioni e discorsi d'occasione, la pergamena e la medaglia d'oro che formano oggetto della mia deliberazione, pubblicata cortesemente a suo tempo anche dalla rivista La Scuola Lucana”.

Nella pergamena è scritto testualmente:

Al Dr. Ing. Prof.

Giuseppe Catenacci

Educatore Artista e Scrittore

Profondo conoscitore ed assertore

dei problemi del Vulture

Il Commissario Prefettizio

Pasquale Locuratolo

a nome dei concittadini

Rionero in Vulture 20 giugno 1966

La medaglia:


Al Dr. Ing. Prof.

Giuseppe Catenacci

Educatore Artista e Scrittore

Il Commissario prefettizio

a nome dei Concittadini

Rionero in Vulture 1966


Voglia, illustre Professore, alla Sua Patria, che dette i natali all'Apostolo del Mezzogiorno Giustino Fortunato, manifestare sempre la piena gratitudine per la sua azione e per la sua opera, mentre io Le esprimo i sensi della mia profonda stima “

Nel 50° anniversario della battaglia del Solstizio, combattuta sul Montello dal 15 al 23 giugno 1918, gli viene concessa la cittadinanza onoraria, come segno di imperitura riconoscenza per avere, lì combattendo, contribuito alla grande vittoria.

La signora Nicoletta Rosso, alla quale è stato chiesto gentilmente quale fosse il suo ricordo del defunto Catenacci, ha scritto: "Ho di mio marito ricordi di giorni felici, di insperate gentilezze, di parole toccanti e care a mio riguardo ... Io non ero all'altezza dell'intelligenza di mio marito, ho vissuto alla sua ombra, facendo del mio meglio".

Espressioni toccanti che ci lasciano nell'imbarazzo se apprezzare più la nobiltà d'animo della signora Nicoletta o la insperata delicatezza di Catenacci.

Amareggiato dalle numerose incomprensioni che hanno sempre messo a dura prova il suo animo, così Catenacci si esprime in una sua riflessione. "L'Onnipotente vede e provvede, non ho pensato al male, e non ne ho fatto a nessuno, il bene che ho potuto fare io ho prodigato entro il limite delle mie possibilità".

Nell'ultima sua pubblicazione, pochi mesi prima della sua fine, quasi come un testamento spirituale, scrive che si è voluto cimentare ancora una volta con le Muse nella poesia. Vi inserisce un pensiero augurante al caro nipote Peppino, un ricordo triste del fratello Michele, caduto in guerra; ancora qualche quadretto di vita paesana e soprattutto le sue "Confessioni":

Credetti nella fede

Credetti nell'amore

Credetti nel lavoro che dà gioia

Credetti nell'onestà

Credetti nel progresso

Alla bontà dell'uomo

ho fiduciosamente e nobilmente

creduto... Sempre invano.


È quasi la sintesi della sua vita. Poi l'addio alla sua terra, al suo amato Vulture.


.......

Terra natale, salve! Di sole, di boschi festante,

nel piano delle Puglie, sui monti circostanti,

su cittadine bianche nel mare lontano azzurrino

te, alma terra, adoro del solitario Vulture!

.......

Gentile, arcana terra, t'adoro nel verde, nel vento

nel bianco delle nevi, negli orizzonti immensi.


Ci piace riportare a conclusione due giudizi molto significativi sulla personalità di Giuseppe Catenacci.

Per lo scrittore Alfonso Pugliese "Catenacci è un uomo vivo, ricco di impulsi generosi, sensibile agli interessi intellettuali, oltre che a quelli puramente idealistici, scienza e poesia, sentimento e ragione fanno di lui un uomo d'eccezione, il suo valore è pari alla sua modestia ed al suo amore per il prossimo. Catenacci è una personalità nel senso egregio della parola, un tipo del valore umano, che fa veramente onore al nostro paese lucano, che diede i natali a tanti uomini insigni, non ultimo lo storico Raffaele Ciasca, a questo paese che vide impostare dell'ingegno multiforme di un altro grande umanista e sociologo, Giustino Fortunato, per la prima volta la Questione Meridionale".

Infine, Enzo Cervellino così si esprime: "Catenacci è appassionato cultore delle patrie glorie, tenace assertore dei veri valori della nostra gente, fervido combattente per ogni causa giusta, pioniere di ogni forma di progresso. Generoso ed entusiasta è sempre tra i primi in ogni iniziativa con fini sociali, ribelle ad ogni prepotenza, risponde con impulso immediato ad ogni forma di ingiustizia; dal cuore che vibra prepotentemente, fino al lirismo, scevro da ogni calcolo opportunistico. Catenacci è un uomo primitivo, sincero, ingenuo, emotivo. Soffre delle miserie come si esalta di fronte alle bellezze, si commuove di fronte agli affanni e piange come ride e inneggia alla vita, alla gioia, impreca con la repentina volubilità del sognatore".

Non è un panegirico dell'amico Giuseppe Catenacci, ma la figura di una personalità che tanto ha amato la sua terra e ha speso tutte le energie, augurandosi e sognando un domani migliore.












4. Catenacci e Giustino Fortunato


Chi si appresta a consultare l'archivio Catenacci a Rionero, resta colpito dalla grande quantità di lettere, che vi sono conservate. Esse rappresentano solamente una piccola parte della corrispondenza fitta che l'ingegnere rionerese teneva con personaggi illustri, colleghi insegnanti ed ingegneri, amici meno "noti", elettori del suo collegio elettorale. Queste sicuramente rappresentano una fonte inesauribile di notizie, non solo per chi vuole tentare di conoscere più a fondo la personalità di Catenacci, ma anche per chi vuole approfondire la vita politica e sociale di Rionero negli anni tra il fascismo e la nascita della repubblica italiana.

Tra tante lettere è doveroso soffermare la nostra attenzione su quelle che, a nostro avviso, costituiscono una delle testimonianze più sincere della vita del grande meridionalista rionerese, Giustino Fortunato.

Da questo carteggio, intenso e quasi quotidiano, iniziato casualmente nel 1923 e protrattosi fino al 1930, alla vigilia della morte del Fortunato, emerge non solo il Fortunato, maestro saggio, guida prudente, consigliere esperto, ma soprattutto l'amico affettuoso e delicato, capace di superare le barriere dell'età e della notorietà.

In tutti i momenti delicati della vita di Catenacci, giovane ingegnere, ma già di carattere deciso e forte, gli illuminati consigli del maestro indicano la strada da percorrere, frenano gli impulsi irruenti del giovane, invitano alla calma e alla prudenza, prospettando le decisioni da prendere.

Le lettere denotano tutta la stima e la benevolenza che il grande meridionalista nutre per l'ancora anonimo ingegnere suo compaesano. Pur avendo avuto poche occasioni per vedersi, il carteggio è la presenza fisica del Fortunato accanto a Catenacci, è la scuola che porta alla maturazione il giovane ingegnere, il politico, lo storico, lo scrittore, l'appassionato amante della sua terra e delle sue secolari miserie.

Uno scambio di buste, che in grande numero riempivano il tavolo di Giustino Fortunato, per la sua fitta e quotidiana corrispondenza, fa pervenire la lettera indirizzata a Pasquale Catenacci, della Banca d'Italia, in Roma, al nostro Giuseppe; e viceversa a Pasquale Catenacci quella indirizzata a Giuseppe, contenente un biglietto di condoglianze per la morte della madre10. È l'occasione fortuita che dà adito a qualche lettera per chiarire l'equivoco, ne nasce subito un intenso e profondo legame che accompagnerà per sempre i loro animi.

Nel gennaio del 1923 Catenacci scrive un articolo su Voci lucane, giornale di Potenza, sulla manutenzione stradale. Giustino Fortunato, dimostrando ancora una volta che a lui non sfuggiva niente di quanto si scriveva, in particolare della Basilicata, manda subito un biglietto di compiacimento a Giuseppe e al tempo stesso scrive al suo amministratore di Rionero per sapere come mai non avesse conosciuto un rionerese, laureatosi in ingegneria a Napoli nel 1921, e come mai questo non avesse sentito il bisogno di recarsi da lui, padre spirituale di tanti giovani studiosi, soprattutto lucani. Infatti, in una nota della prima lettera indirizzata a Giuseppe, Giustino Fortunato, dopo aver cercato di darsi una spiegazione per lo scambio delle buste, annota." Ho detto qui a Gennaro Catenacci che non ricordavo d'avervi conosciuto e non sapevo d'un ingegnere rionerese, cosa che avevo sempre desiderato: Gennaro mi rispose che, studente, foste qui una volta a visitarmi. Ma io non ricordavo e non ricordo"11. In verità anche Catenacci ha di quell'incontro solo un vago ricordo. Scrive infatti in Giustino Fortunato e il Mezzogiorno d'Italia, pubblicato dopo la morte dell'amico: "Nello studio del sen. Fortunato, in Napoli, in un pomeriggio del luglio 1924, mi trovai in presenza di Benedetto Croce e di altri, di cui non ricordo il nome. Il conversare, a me giovanissimo e impacciato, sembrò, quel giorno, pesante; ma, ritornandovi qualche altra volta, imparai ad apprezzare quegli uomini che avevano potentemente contribuito a preparare la nostra generazione"12.

Fin dall'inizio, Giustino Fortunato saprà intravedere le future qualità di Giuseppe e mostrerà la sua gioia perenne: "Caro Peppino [sarà questo d'ora in poi il vezzeggiativo costante in tutte le lettere], mi fa assai piacere che, dopo esserci conosciuti, noi apriamo corrispondenza tra noi. La tua conoscenza mi ha ridata, tu credimi, un soffio di giovinezza, ed io te ne sono grato. Possa a te sorridere, come meriti, l'avvenire!"13; ed ancora: "Mi fosti subito simpatico (bada, ho buon occhio, e non sono ottimista!)", " ... o che ho altri, forse, con più sincera comunione spirituale?", "Sì, tu e – forse e senza forse– tu solo in Rionero puoi ora darti conto del mio stato d'animo!" 14.

Tale comunione spirituale sarà di grande sollievo per l'animo esacerbato di Giustino Fortunato. L'anziano e noto uomo politico gioisce di potersi avvalere della corrispondenza e dell'amicizia del giovane e sconosciuto rionerese. Giuseppe è ancora incredulo, teme di arrecare disturbo, non pensa di meritare tanto onore, chiede se può osare a continuare a scrivere. Subito la risposta rassicurante15: "Non mi “distogli” da nessun studio laborioso. Da te mi viene una consolazione che assai, assai, assai di rado m'è venuta da' nostri paesi!"; "Le tue parole mi tornano infinitamente grate, assai mi allietano l'animo, e del tuo affetto - puoi e devi credermi - sono orgogliosissimo".

Anche noi stentiamo a credere: il grande Giustino Fortunato, così riservato, così chiuso nel suo dolore, non si vergogna di esprimere questi sentimenti. È certamente indice della nobiltà del suo animo, ma è anche la personalità di Catenacci, seppure da poco tempo apprezzata, che ha colpito positivamente. Ne ha tanta stima che scrive: "Caro Peppino, puoi e devi leggermi nell'animo assai meglio di quel tanto che ti ho scritto"16.

Sempre con toni affettuosamente confidenziali, Giustino Fortunato segue ogni passo della vita di Catenacci nel difficile momento politico degli anni 1923-1930. Così, quando, nel 1923, il giovane ingegnere viene arrestato, per aver capeggiato una lista di opposizione al Fascio, amareggiato Fortunato gli scrive: "Il tuo arresto ... non ci posso ripensare senza ridomandarmi: ma, davvero, quel fatto avvenne, davvero?"17 e si lascia andare a considerazioni politiche profetiche, in tono molto confidenziale: "Il presente ordine di cose è tutt'altro che temporaneo ... Dureremo nell'equivoco e nel dominio di quelli, che particolarmente noi di Basilicata, abbiamo, fin che Dio vorrà"18. Ancora, commentando un discorso di Mussolini: "... è la esaltazione della umana demenza, che faccia Iddio non debba far capo ad una nuova avventura, che ci precipiti nel precipizio"19; e, parlando delle elezioni provinciali: "Il pensiero mio sulle elezioni provinciali, puoi divinarlo. Siamo sotto tirannia dei minimi! E vi saremo per un pezzo! T’inganni, su’ comizi politici. Saranno fatti sotto l'imperio della violenza"20. "Il corpo elettorale non esiste più", "...col fascismo in campo, è perfettamente inutile dire di Tizio e di Caio presumibili candidati futuri. Sarà candidato e, quindi, eletto colui che il partito dirà di volere poco prima della vigilia delle elezioni"21.

La delicatezza del momento politico è avvertita pure da Catenacci nel piccolo mondo della vita rionerese e del circondario, le cui tristi vicende, quasi quotidianamente, egli comunica all'amico in Napoli. E questi, conoscendo il carattere impetuoso del giovane Catenacci che mai sarebbe sceso a compromessi di sorta, non si stancherà mai di esortarlo alla calma, a non occuparsi di politica, addirittura ad emigrare fuori del "natio borgo selvaggio", alla ricerca di quella tranquillità che avrebbe potuto dargli la sola professione di insegnante. Così infatti Fortunato gli scrive in alcune lettere: "Quale la tua condotta? Ebbene, è dover tuo essere il più riguardoso, il più silenzioso, il più appartato uomo di questo mondo insino al giorno delle elezioni”22. “Tu, poi, hai lo stretto obbligo personale verso te e verso le tue sorelle, di non far politica … Non far politica, e pensa a te, alla tua professione, al tuo domani"23.

Ed ancora si preoccupa: "E tu, che un giorno più dell'altro, mi riesci caro, – per esempio, da questa tua lettera mi avveggo quale eletto scrittore tu sia – tu, mio carissimo Peppino, pensa a trovar modo come andar via dal selvaggio nostro borgo natio!"24; " ... sono sicuro di te e di tutta l'opera tua. Tu non dimenticare che la tua mira dee essere quella di trovar modo di vivere e da esplicarti fuori paese"; "Faccia Iddio che tu non debba pentirti del forsennato amor tuo per il selvaggio natio borgo!"25; " ... ma egli è che io non so darmi ragione di un ingegnere, che, sin da prima, si voti alla relegazione paesana. Hai, sì, l'onere – ed anche l’onore – di essere capo famiglia. E che forse non puoi trarre teco, i cari tuoi? Comunque, rimani pure come l'ostrica allo scoglio"26.

L'amore intenso per l'amico spinge Fortunato ad osare ed insistere sempre più per convincerlo: "Tu sei tanto, tanto superiore alla miseria umana che ti circonda, che è semplicemente ridicolo tu possa e debba marcire più oltre costà. Per Iddio, quando ti deciderai ad andar via? ... e non ti avvedi che l'aria natia non fa per te? Ma se è da tempo ch'io ti predico di dovertene allontanare ... , ... io ne' panni tuoi, anche in Sardegna, ora come ora non esiterei ad andare, pur di entrare in ruolo, pur di uscire dal misero padule di Rionero"27.

Giuseppe, che ascolta con grande stima e deferenza tutti i saggi consigli del grande maestro, su questo argomento non cede però di un passo, è irremovibile ed il suo "forsennato" amore per il paese natio costringe gradatamente alla resa il Fortunato. Questi, dopo le ultime accorate insistenze, cerca di darsi almeno una spiegazione: "Quanto mi scrivi della tua determinazione mi accora. Evidentemente sei risoluto a rimanere in paese; ... dolente di sapere che tu sei tanto risoluto di porre stabilmente tua dimora in Rionero, da non aver esitato a mettere mano alle riparazioni di tua casa", e infine "Forse avrò torto, forse è questione di temperamento. Ma io, oh, io a Rionero non ci resterei, no!".

Le preoccupazioni del Fortunato circa eventuali ritorsioni su Catenacci, per aver egli mostrato apertamente la sua avversità al regime fascista, non tardarono a trovar conferma nei fatti. Nei primi mesi di insegnamento a Melfi, un violento scontro verbale di Giuseppe con un collega, per una questione di carattere politico, suscita molto scalpore. Amareggiato e sconvolto per l'accaduto, Giuseppe non sa come regolarsi, ha paura del suo carattere impetuoso, chiede come sempre consigli alla sua guida a Napoli. Il Fortunato, sconfortato di non vedere valorizzati i suoi suggerimenti, subito e amorevolmente lo redarguisce: "Che non ti avevo raccomandato di essere riguardatissimo ne' menomi atti, nelle menome parole? Ma tanto ti costava rinchiuderti in te solo, in te stesso... Se tu davvero sapessi quanto, quanto io ne sia e ne resti addolorato! Pure, è dover tuo, semplice dovere verso te, verso i tuoi, verso me, di star calmo, calmo e freddo e silenzioso, al tuo posto"28.

Fortunato, che ha vissuto tanti momenti simili di impetuosità, continua a rassicurare l'amico: "Tutto avrei immaginato, fuor che avrei dovuto dare altrui ammonimenti di prudenza"29. E con estrema delicatezza aggiunge: "Fa’ animo, dunque. E rassicura me, pel primo, che ti amo e ti stimo come non altri, credo, al mondo!"30; "Io non mi stancherò di raccomandarti la calma e la pazienza. Sai tu di quanta calma e di quanta pazienza ho io bisogno, pure a 76 anni?"31. Quindi, di nuovo la solita raccomandazione:

"Intendo perfettamente la tua sospensione d'animo; né la mia è inferiore alla tua, tu credimi!... E' inutile: è così! Tu, poi, hai lo stretto obbligo personale, verso te e verso le tue sorelle, di ... non far politica. E non occorre tu proclami disinteressartene. Meglio, tu non devi disdir nulla di te e del tuo passato. Solo: non far politica, e pensa a te, alla tua professione, al tuo domani!"32.

Il domani! Così diverso nei progetti e nelle attese dei due amici: pieno di acciacchi fisici e di rassegnato pessimismo il Fortunato, ricco di impetuoso ottimismo e di esplosioni di dinamismo il Catenacci. Il quale, accortosi ormai che l'amico di Napoli si avvia alla fine dei suoi giorni terreni, con indicibile delicatezza muta abilmente l'argomento della loro corrispondenza: soltanto di tanto in tanto comunica i problemi legati alla sua attività professionale e politica in Rionero, ricevendone comunque sempre consigli e apprezzamenti. Viceversa si mostra sempre pronto a collaborare come ingegnere ed amico alla soluzione dei problemi della bonifica del Locone e della Pantanella, che daranno al Fortunato le ultime " preoccupate amarezze della sua vita".

Poi, quando la malattia agli occhi costringe il meridionalista rionerese a ridurre la corrispondenza, le lettere si faranno più brevi, essenziali e soprattutto dense di amareggiato dolore: "Mi duole di non potere, come pure vorrei, rispondere con pari abbondanza di scritto. Sono sovraccarico di lavoro, e mi rincresce assai, assai, dover essere, oggi più che mai, laconico con te. Ma puoi e devi leggermi nell'animo"33.

Catenacci sa che l'amico ha ormai notevoli problemi di vista, perciò si sforza di rendere il più possibile chiara la sua grafia, cosa che non sfugge alla sensibilità di Fortunato: "Non puoi credere quanto mi commuova questa tua lettera, anche perché scritta con evidente intenzione di rendermene assai facile la lettura, grazie alla riabbellita tua calligrafia"34, ma Fortunato non vuole arrecare fastidio e perdita di tempo all'amico: "Assai, assai bella, e anche a me più cara, proprio cara, questa tua lettera di ieri, quantunque non ancora ti decidi a scrivere come prima della nuova era si scriveva, ossia una facciata di pagina regolarmente dopo l'altra"35.

Nonostante questi accorgimenti di Catenacci per ridurre la sofferenza morale dell'amico, alla fine Fortunato deve arrendersi. L'occhio ormai non risponde più ed egli è costretto a chiedere di essere privato del diletto maggiore, quello di leggere le tanto attese lettere dell'amico: "E sta’ sano. Liberami, il più che puoi di lettere, dacché la vista non mi soccorre più"36.

Sotto la morsa dei suoi abituali dolori, è ugualmente sensibile e delicato verso l'amico: "Come sono contento di saperti sfebbrato! E quante mai volte ti penso! Tu, a dir vero, devi pure pensare a me, infelicissimo"37. Di una cosa sola lo rimprovera: "La tua lettera mi commuove assai, assai; ed essa mi compensa in buona parte, de' dolori, da me patiti in questo ultimo sciagurato mese di giugno. Proprio te ne ringrazio. Ma nel tempo stesso, acerbamente protesto contro il tuo volere, – quello cioè, di non volere essere ricompensato dell'opera tua – ... pretendo, assolutamente, dare a te quel che ti spetta: sarebbe ridicolo, e vergognoso per me, il contrario".

Le ultime lettere sono soltanto un disperato grido di dolore, consegnato alla sicura comprensione dell'amico: "Che dirti! Puoi, devi leggermi nell'animo! Ormai rassegnato a tutto, desiderosissimo di mia fine"; "Son tre mesi, ormai, che ho tirato, Dio sa come, i miei giorni, tra letto e lettuccio! Sol ho, tu credimi, sereno e pacato l'animo, come mai prima in vita!".

L'angoscia si accentua sempre di più: "Sono e debbo essere e rimanere non d'altro in aspettativa, se non della fine di una così crudele protratta vecchiaia"; "E che vuoi ch'io ti dica, io, che solo per vigliaccheria non mi sono buttato giù dal balcone, tali e tanti sono gli affanni e i turbamenti dell'animo, ben maggiori dei mali fisici?”38, e, infine: "Iddio mi perseguita come l'ultimo dei malfattori".

È drammaticamente evidenziato, in queste espressioni disperate di dolore, quanto possa prostrare l'animo umano, specie quello di un uomo sensibile, la sofferenza fisica e soprattutto quella morale.

Le ultime lettere del carteggio sono scritte dalla sorella Anna, perché la perdita della vista è ormai quasi completa. Il carteggio, poi, tace, ma non tacciono i loro cuori. Le tenebre, la solitudine, il silenzio consumano lentamente don Giustino. Giuseppe si strugge nel tormento di non poter recare nessun sollievo all'amico che si spegne.

Quando il 23 luglio 1932 Giustino Fortunato muore, la sorte vuole che Catenacci si trovi a Pistoia, dove apprende la dolorosa notizia solo dai giornali. È quindi nella impossibilità di recarsi a Napoli per rendere l'estremo omaggio all'amico scomparso. Questa assenza sarà da lui considerata quasi una colpa, per cui un cruccio tremendo lo assillerà per tutta la vita. Il non aver potuto fare il suo dovere di riconoscenza verso il maestro impegnerà Catenacci a dare tutto se stesso, a spendere tutte le sue energie per immortalare il nome e la memoria di Giustino Fortunato.

Questi era solito affermare che "la riconoscenza non è virtù del cuore umano". Giuseppe Catenacci ne è l'eccezione. L'ammirazione e la sconfinata stima per l'amico, coltivata amorevolmente durante la vita, aumenta ancora di più dopo la morte, per cui Catenacci si prefigge di mantenere a tutti i costi l'impegno morale, di esternare il suo attaccamento al Fortunato, in un periodo in cui non era certamente gran vanto dichiarasi amico ed estimatore del grande rionerese. L'occasione di poter assolvere al suo impegno non tarda a presentarsi e Catenacci non se la lascia sfuggire. Il 10 ottobre 1932, viene invitato a tenere il discorso di prolusione per il nuovo anno scolastico all'Istituto Tecnico di Melfi, dove il Catenacci insegna. Vi ha già tenuto altri discorsi, ma questo acquista per lui un significato particolare, parla ai giovani, parla alla scuola, palestra in cui i giovani devono addestrarsi alla conquista del pensiero e dello spirito dei grandi maestri. Chiedendo scusa per la digressione, inserisce nel discorso il pensiero del "suo" maestro e dice: "Intendo ricordare qui nella scuola, ai giovani, la figura veneranda del senatore Giustino Fortunato. ... Tanto uomo ricordo a voi, o giovani, perché fu l'amico sincero della gioventù, che protesse di un amore paterno e che, il più delle volte, nei casi di necessità, aiutò con animo e prodigalità di un grande mecenate. La figura di Giustino Fortunato, deputato al Parlamento d'Italia per trenta anni, e poi senatore del Regno, trascende la fama della provincia per diventare un grande della nazione a causa della impostazione esatta del problema del Mezzogiorno ... La gloria principale dell'uomo è l'appassionato e disinteressato vigore da lui messo nella ricerca dei mali della nostra terra. ... Inchiniamoci riverenti alla sua memoria".

Riprende quindi il discorso ai giovani, dopo la digressione, sul valore della scuola, che deve spalancare le porte ai problemi molteplici della vita, e conclude: "Qual forza non rappresenterete nella vita se la scuola riuscirà a lanciarvi nella società, convinti che non si vive per essere felici, o per essere ricchi, ma per compiere il dovere della dignità e della correttezza sociale, e che il sentimento del dovere compiuto è larghissima ricompensa di ogni opera, e di tutte le amarezze che l'uomo vi appresterà, lupo di se stesso? La virtù, il genio, il coraggio, la bellezza, sono la nobiltà che fecero i popoli. Questa nobiltà non potrete acquisire se non dopo il trionfo della vita spirituale e culturale, cui la scuola vi inizia".

È tanto l'amore di Catenacci verso il maestro, che supera persino la paura di affrontare il giudizio della critica, si sente incoraggiato a mettere da parte le sue remore della pubblicazione, perché, dice: "ho dovuto appagare il mio spirito col ricordare –brevemente – la veneranda figura del sen. Giustino Fortunato".

Un discorso nobile e coraggioso che riceve subito un coro di congratulazioni e di apprezzamenti da parte di moltissimi amici che gli scrivono per congratularsi.

L'amico Luigi Mininni di Ripacandida gli scrive il 17 dicembre 1932: "... dal letto, in cui sono costretto da oltre un mese, vi fo le più vive congratulazioni e pel libro L'esempio e la parola nella scuola e per le belle pennellate dedicate alla sacra memoria dell'on. Giustino Fortunato, che resterà fino a tanto che il sole risplenderà su le sciagure umane, il solo uomo politico, che amò, beneficò, illustrò questa terra di Lucania, tanto affaticata di gloria e di avventure. Con le migliori grazie vi abbraccio, e, sotto una fitta pioggia di baci, permettete che entusiasticamente dica con voi: Viva Giustino Fortunato, cui nessun elogio è pari".

L'avv. Giuseppe Solimene, il grande amico di Lavello, il 27 dicembre 1932, scrive: "Grazie del pensiero gentile e soprattutto per avermi procurato una vera gioia nel leggere il vostro bel discorso, che non solo è una nobile fatica per la elevazione dello spirito dei giovani, richiamati a quelle virtù, a quel coraggio, a quella bellezza che fecero i popoli, ma è anche un esempio di coraggio contro i rinnegatori di una gloriosa esistenza, che seppe vivere insegnando ed elargendo con regale prodigalità, senza mai dimenticare quelle doti necessarie alla grandezza dei popoli, e che voi avete meravigliosamente ricordate ai giovani".

Dello stesso giorno, ancora da Lavello, è la lettera di Tommasino D'Angelo: "Bello il vostro discorso, tenuto agli alunni dell'Istituto Tecnico di Melfi il 10 Ottobre c.a., e coraggioso l'accenno ai "timidi" ai quali non parve opportuno di partecipare alle onoranze funebri del nostro grande Perduto! Sì – carissimo amico – la riconoscenza non è virtù del cuore umano".

Angelo Bozza da Barile si congratula e gli esprime i complimenti per l'ottimo discorso stampato. Carmine Cappiello gli scrive da Napoli il 26 dicembre 1932: "Ho molto ammirato il tuo discorso, perché non è una delle solite pappardelle che si leggono ai giovani per disimpegnare non un dovere, non un bisogno, ma un incarico; ma è la voce, rude, di chi ha vissuto la durezza della guerra senza il beneficio del guiderdone chiesto ed ottenuto coi pianti e umiliazioni. Belle, belle le parole pel nostro don Giustino, che il Capo del Governo aveva in grande stima e pel quale egli ebbe - sempre - parole di ammirazione. Oh quanto diverso il sentimento dei vari amici suoi da quello insincero e scomposto di chi s'è beneficiato della sua volontà, aspettando con gioia vigliacca la fine, perché potesse continuare a sperperare una ricchezza creata col lavoro e accresciuta nel sacrificio. Povera grandezza ... povera "casa paterna" dove, come finiranno! Quanta malinconia mi viene pensando alla vita modesta, alla stanzetta cenobita del nostro don Giustino".

L'avv. Saverio Siniscalchi, da Napoli, gli scrive il 27 dicembre 1932: "Ho ricevuto il discorso. Un atto di generoso coraggio. Quale scudisciata per tutta la viltà che si manifestò dopo la morte di Giustino Fortunato! Ci fu mai, forse, uno spirito che più intensamente di lui amò la nostra terra? E vi fu, forse, in lui un solo gesto non che nobile, e puro, e leale?..."

Dall'amico Vincenzo Pallottino, da Roma, il 27 dicembre1932 riceve le seguenti espressioni: " ...ho ricevuto e ti ringrazio. Ho letto ansiosamente il tuo magnifico discorso e mi è piaciuto assai. Te ne faccio i più sinceri e vivi rallegramenti, soprattutto per la opportunissima e doverosa invocazione della benedetta memoria di Giustino Fortunato, le cui grandi benemerenze sono state ricambiate con tanta ingratitudine. Ma specialmente ti ammiro per quello che nel tuo discorso hai avuto il coraggio ... di non dire"

Francesco Cappiello gli scrive il 30 dicembre 1932 da Sofia: "Ho ricevuto un'ora fa, mandatomi da Brescia, ed ho terminato in questo momento di leggere il tuo discorso L'esempio e la parola nella scuola. Non solo mi compiaccio, ma son di te ammirato per quanto nobilmente hai detto. La figura di don Giustino ha avuto un affermatore sicuro della sua gloria. Egli negli ultimi anni non cercava ed amava che gli uomini, i quali avessero compiuto, senza rumore, il dovere loro, in guerra, perché soltanto costoro sarebbero stati in grado di misurare quello che di sé egli alla patria aveva dato.

Le prime notizie, che qui mi pervennero dei funerali, mi furono la conferma d'un riconoscimento della sua grandezza solitaria e prodiga di bene; i giovani di Rionero, che portarono la salma, per consacrare la memoria dello scomparso, i deputati Severino e Gianturco che con la loro presenza rinsaldarono la vecchia unione regionale e familiare; il Governo che col suo intervento affermò all'Italia la nobiltà spirituale dell'estinto. Poi lessi la rievocazione di Brescia. Ma contemporaneamente parecchi mi scrissero di un triste sbandamento avvenuto proprio in quelli che più avevano abusato nel passato del suo nome, e non mi nascosero quanta indignazione la loro condotta avesse suscitata nell'animo dei nostri vecchi. Due generazioni hanno compreso ed amato Fortunato, le due ora scarsamente numerose, eppure tanto valide nella forza morale:quella che ha inviato i figli a combattere e quella dei veri combattenti. Auguriamo che i giovani, pur non avendo conosciuto il grande scomparso, credano alle parole di quanti furono degni della sua amicizia.

La tua rievocazione è bella ed opportuna, perché additi Fortunato come riferimento morale nell'abbrutimento che la crisi determina per le coscienze, e perché innalzi la vita alla comprensione morale e doverosa degli eventi. Ed hai piena ragione:l'umanità nel dolore troverà le leggi della sua conservazione, e di essa saranno guidatori coloro che meglio avranno rafforzato il pensiero e rinunziato al dominio brutale. La formazione degli uomini nuovi potrà attuarsi soltanto nella scuola , perché la coscienza non è deviata nei cuori giovanili per tristissimo calcolo. Agli animi pensosi non rimane che il dovere come forza saldamente costruttiva".

L'avv. Enrico Presutti esprime da Roma il 26 settembre 1933 la sua profonda commozione per “le belle pagine, che ella ha scritto in memoria di Giustino Fortunato. I giornali di Roma non parlarono della sua morte; onde la notizia mi sfuggì. Avrei voluto anche io rendere omaggio all'uomo che fu dei migliori del Mezzogiorno, cui forse, come a tutti i meridionali, mancò lo slancio e l'audacia dell'agire, ma che ebbe in onore l'onestà non solo civile, ma anche politica, e che parlò sempre con profonde intuizioni. Ella ha parlato di lui con affetto filiale. Lei è veramente esempio per un giovane della sua generazione. Ma anche più essenziale è che ella abbia apprezzato la esattezza delle sue sagaci affermazioni. E' una grande verità questa: è solo con lo sforzo delle loro menti che i meridionali redimeranno la loro terra. Ciò è vero più che mai oggi".

Gli scrive Pietro Bonetti da Bari il 29 gennaio 1933: "Ho ricevuto il tuo opuscolo e te ne ringrazio vivamente. Il tuo discorso, che ho fatto leggere anche al preside Romanazzi, è solamente meraviglioso! E non tenere da parte mia stupida, convenzionale cortesia, perché agli amici come te, ritengo doveroso usare la sincerità: Hai detto cose così vere e giuste, con tanta franchezza e con tanta semplicità, che non si può fare a meno di approvarti e seguirti con sincero entusiasmo. Occorrerebbero molti italiani come te...oggi, che avessero il coraggio di scoprire con tanta audace competenza

le piaghe che affliggono la nostra terra, e incancreniscono sempre più, e non invece i ciarlatani comuni a cui piace parlare solamente delle glorie (!). Non sono tuo conterraneo, però ti dico lo stesso per la giusta parola in memoria del sen. Giustino Fortunato, così poco ricordato, anche dopo morto, da tutti".

Dell'avv Antonino Lancieri, Preside della Provincia, è la nota datata da Melfi 5 gennaio 1933: "Ho letto con immensa gioia il vostro discorso tenuto agli alunni del nostro sempre presente R. Istituto Tecnico, e vi prego di accettare le migliori espressioni dell'animo mio proteso verso di voi per vivissime congratulazioni . Vi ho ammirato per l'elevatezza dei concetti svolti e per l'eleganza della forma; come fo plauso per le belle parole pronunciate per onorare la memoria di un comune maestro, Giustino Fortunato. Anche io ebbi l'onore di commemorarlo, quando la salma benedetta e lacrimata non ancora era scesa nel sepolcro, a Napoli, nell'assemblea inter-regionale dell'Associazione per lo sviluppo del Mezzogiorno, presieduta da S.E. Baratono, col quale, dopo, intervenni alle esequie a rappresentarvi la nostra provincia. Dopo la vostra parola, parmi che tutto sia silenzio e tenebre:ma vive e vivrà nei nostri cuori!"

Dal sen. Camillo Mango riceve da Capri il 10 febbraio 1933: "Appena la posta mi ha oggi portato, qui, il bel fascicolo, che rievoca degnamente il carissimo don Giustino, lo ho aperto per leggere subito le sole prime pagine, ma ho finito con lo scorrerlo intero tutto di un fiato, tanto interessamento mi ha destato lo scritto sul compianto nostro grande scomparso. Avete trattato di lui con affetto e competenza".

Ancora, il dott. Michele Petraccone gli scrive da Muro Lucano il 16 agosto 1933: "La prego di scusare se la ringrazio con qualche ritardo della sua memoria riguardante il compianto sen. Giustino Fortunato. Come tutti di mia famiglia eravamo legati a lui da viva amicizia, non sapendo se ammirare più l'ingegno e la dirittura del carattere, per cui sono in grado di affermare che quanto ella ha scritto corrisponde a verità. Auguro alla nostra terra di produrre, sia pure di tanto in tanto, altri uomini dello stesso stampo di Fortunato".

Incoraggiato dai numerosi consensi per il suo discorso, Catenacci inizia una lunga serie di articoli, pubblicazioni, conferenze, non tralascia alcuna occasione per poter evidenziare la figura di Giustino Fortunato. Si fa inoltre promotore di un comitato nazionale per preparare onoranze grandiose in memoria del meridionalista rionerese.

Il lungo inverno successivo alla morte del Fortunato, Catenacci lo trascorre nella riflessione dell'amicizia stroncata, che gli ha permesso però di conoscere ed approfondire tutta la problematica della Questione Meridionale, che ormai ha bene assimilata alla scuola del maestro scomparso. Dà quindi alle stampe una nuova pubblicazione più completa ed approfondita per presentare una panoramica del pensiero politico del suo maestro sulla Questione Meridionale. Giustino Fortunato e il Mezzogiorno d'Italia è il suo nuovo lavoro, nella cui premessa scrive:"Egli era di quei mortali che l'Eterno dovrebbe perennemente tenere in vita, come le lampade dell'umanità, cui bisogna mirare, per salvarsi, in particolar modo nei momenti in cui i destini dei popoli sembrano maggiormente compromessi”. E ancora: “Non vi fu gente, specialmente della sua terra, cui non giunse l'aiuto morale e materiale d'ogni genere; non vi fu gente alla quale questo aiuto venne mai rinfacciato o rimproverato"39.

È tale l'entusiasmo e la passione di Catenacci, che sprigiona da questa sua nuova opera, che suscita ancora apprezzamenti e consenso. L'amico e compaesano Raffaele Ciasca, frenando un po’ l'entusiasmo di Catenacci, gli scrive da Roma il 6 aprile 1933: "Scrivo, come vedi, da Roma, dove mi fermerò ancora due giorni. L'archivio della Lucania e la R. Rivista Storica considerano, come chiusa, la loro partecipazione alle onoranze per la memoria di Giustino Fortunato, e non accettano altri scritti su di lui. Tu potresti indirizzare le tue pagine a don Giovanni Minozzi, al quale ho parlato di te e del tuo articolo e sarebbe ben lieto di pubblicarlo in una delle sue riviste. Fa’, dunque, di mandarglielo presto, facendogli, se credi, il mio nome. Fin da un mese circa dopo la morte di Giustino Fortunato, in un'adunanza tenuta al Municipio, pregai e ripetetti più volte in privato, dell'opportunità che si fosse costituito un comitato per le onoranze. Si fu d'accordo a parole, ma quando invitai a sottoscrivere e a darsi attorno per raccogliere i fondi, trovai oh quanto scemato il primitivo fervore! Vivendo io fuori - fuori in tutti i sensi - pur avendo assolto con quei due articoli sul Fortunato il dover mio come meglio ho potuto, sarei sempre pronto a sottoscrivere e a fare ... Se t'informi, forse potrai trovare ancora qualcuno che ricordi le mie recriminazioni col podestà e col segretario del Comune, quando non furono fatti i funerali pel trigesimo decisi all'unanimità. Se a Rionero si fa da te o da chicchessia qualcosa di concreto, avvisamene".

In ultimo Epicarmo Corbino gli scrive da Napoli il 26 settembre 1933: "Tornato ora dalla campagna, trovo il suo lavoro sul nostro grande amico scomparso, ed in cui sono poste così bene in breve le sue grandi virtù". E Umberto Zanotti Bianco da Roma il 2 ottobre 1933: "Ho ricevuto oggi ed ho subito letto le pagine da lei scritte con tanta dignità su Giustino Fortunato, sono infarcite dello spirito di lui, ed è questo, credo, il miglior elogio che le si possa fare. Sarebbe bene che ella non abbandonasse l'idea della sua pubblicazione sulle marane dell'Ofanto, la bonifica in corso avrà qualche effetto".

Gli entusiasmi suscitati dai suoi scritti si affievoliscono, gli incoraggiamenti, i propositi di tutti questi amici trovano difficoltà a tradursi nella realtà, non vi è insomma negli altri l'ardore e l'amore sconfinato verso il Fortunato che stimola prepotentemente il Catenacci.

Tuttavia egli non si arrende. Per il 21 gennaio 1951 organizza nel Teatro Combattenti di Rionero, da lui realizzato proprio per i grandi avvenimenti, una solenne commemorazione di Giustino Fortunato, gloria di tutta la nazione ed illustre venerato figlio di questa terra. Catenacci mette tutto il suo ardore per la migliore riuscita, vuole sensibilizzare la Direzione generale delle Ferrovie per una lapide da collocare nella stazione di Rionero e creare un fondo permanente,per una borsa di studio per quanti eccellono in Italia per studi storici, sociali, geologici nel Mezzogiorno d'Italia.

Apre la commemorazione il sindaco di Rionero, Giuseppe Grieco, che eleva la commossa imperitura gratitudine della popolazione per la realizzazione della ferrovia, a favore della quale tanto si era battuto Giustino Fortunato e soprattutto per il fatto che passa al centro del paese, il che tanto ha contribuito al suo sviluppo. Quindi parla Catenacci, l'animatore instancabile della commemorazione e iniziatore di un movimento provinciale e nazionale per onorare degnamente Giustino Fortunato. Nel presentare l'oratore ufficiale, l'avv. Sergio De Pilato, altro illustre lucano, Catenacci dice che non Giustino Fortunato ha bisogno di ricordo, essendo passato alla storia della Questione Meridionale, ma i cittadini di Rionero devono richiamarsi a lui e apprezzare le doti di mente e di cuore.

Prende la parola De Pilato, che traccia magistralmente il profilo morale, storico, di letterato e di parlamentare e definisce le pubblicazioni di Fortunato "opere insigni, controllate e severissime nell'indagine storica e statistica". Con delicato pensiero accomuna nel ricordo anche il fratello Ernesto, per 40 anni dedito alle terre della Valle d'Ofanto, per impegno uguale se non superiore a Giustino, ma sacrificato, per passione e per bisogni della famiglia, a un lavoro più umile e nascosto.

A conclusione della manifestazione, Catenacci legge molti telegrammi e lettere di adesione, tra cui quelle del grande geologo prof. Giuseppe De Lorenzo, dell’on. Rosario Pasquale Vassallo Junior, di don Giovanni Minozzi, di Giovanni Ansaldo, direttore del "Mattino ", del prof. Francesco Cappiello, ordinario di lettere al "Virgilio" di Roma.

È il primo impegno di grande rilevanza, primo di una lunga serie di convegni e di iniziative che Giuseppe porterà avanti per tutta la vita. Tiene conferenze in varie città del meridione, avanza la proposta di innalzare a Rionero un grande monumento in bronzo, in seguito lo proporrà per la Camera dei deputati.

Come sempre, si hanno risposte confortanti, incoraggiamento, ma non ugualmente l'impegno a collaborare, lo stesso suo ardore ad operare.

Per citare qualche esempio tra i tanti, il dott. Gioacchino Viggiani, da Napoli, gli scrive il 14 giugno1950: "Ascoltai con vero compiacimento la conferenza che tenesti alla Camera di Commercio, in ricordo di Giustino Fortunato. Trovo che tutto era a posto: la forma, la lunghezza e l'esaltazione misurata. Hai veramente fatto una cosa degna. Qui non so proprio come aiutarti nella tua nobile impresa, dato che io sono sempre in movimento". Sconfortante è anche la lettera del 16 marzo 1950 dell'amico Giuseppe Solimene da Lavello: "Sono lieto che vi muovete per il nostro indimenticabile don Giustino. Mio figlio aveva lanciato l'idea di raccogliere le lettere sue, e Zanotti Bianco aveva raccolto l'iniziativa, pubblicando alcune lettere sull'Archivio Storico del Bruzio e Lucania. Ma la bella idea pare sia abortita. Perché non formare un comitato perché la magnifica iniziativa non abortisca? Don Giustino, attraverso le sue lettere, ne uscirebbe col suo vero volto".

Zanotti Bianco, che dirige l'A.N.I.M.I. (Associazione Nazionale per gli Interessi del Mezzogiorno d'Italia), si interessa all'iniziativa e scrive da Roma:"Io personalmente non credo ai comitati. Per mio conto curo la pubblicazione di quasi tutte le opere di Giustino Fortunato nella mia Collezione Meridionale, ed ultimamente con la pubblicazione delle sue pagine storiche, che riprende la sua vita, credo d'aver innalzato al caro amico un monumento ben più duraturo di un busto di bronzo. Ma se ha l'adesione delle varie province, perché non chiede loro un versamento? Quando avrà il denaro in mano, potrà ordinare il busto ed allora potrà smuovere le autorità, perché intervengano alla cerimonia. Quanto alle lettere di Fortunato, ne ho qualche centinaia, ho poi avute quelle di Ciccotti, e altre ancora. Attendo di aver raccolto qui a Roma, alla sede di Palazzo Taverna, che ha i libri di Giustino Fortunato, un numero sufficiente di lettere, per farne una scelta e pubblicare l'epistolario di lui. Vorrei che tutte le lettere di Giustino Fortunato fossero qui depositate, in modo che anche nell'avvenire potessero essere consultate e non andranno perdute. Al mio ritorno a Roma parlerò del tuo progetto a S. E. Luigi Einaudi".

Il desiderio di Zanotti Bianco avrebbe coinvolto anche il nostro Catenacci, che non poteva immaginare che un giorno, tra le lettere di Giustino Fortunato, conservate nel Palazzo Taverna dove è la sede dell'A.N.I.M.I., sarebbero state annoverate anche le numerose lettere del Carteggio Giustino Fortunato - Giuseppe Catenacci, per gentile concessione della famiglia Catenacci. Sarebbe stata una grave lacuna per la ricchezza del Fondo Fortunato la mancanza di questo carteggio, che, per il rilevante numero, e per essere tutte le lettere scritte alla stessa persona, ci offre una panoramica della vita di Rionero, dal 1923 al 1930, estremamente interessante.

L'impegno di Catenacci per onorare degnamente il nome di Giustino Fortunato è sempre al centro delle sue attenzioni. Quando fa parte della Consulta Nazionale, durante le animate discussioni politiche nel famoso "corridoio dei passi perduti", nota la numerosa serie di busti per ricordare i grandi uomini politici, che hanno dato prestigio alla nostra Italia. Catenacci si adopera intensamente per inserirvi quello di Giustino Fortunato. Ma, non risultando eletto alla Camera nelle elezioni del 1948, non può portare a termine questa sua iniziativa di immortalare Giustino Fortunato tra gli uomini illustri della politica italiana.

Sempre vigile su tutto ciò che riguarda Giustino Fortunato, egli fa sentire la sua voce sui giornali per tutelare la salvaguardia del palazzo avito e dei tesori in esso contenuti. Si batte strenuamente per la conservazione della "Casa Fortunato" come patrimonio pubblico, conoscendo l'immenso attaccamento del Fortunato alla sua casa e ricordando l'acerbo dolore provato dall'amico, quando venne indecorosamente imbrattata. Catenacci era consapevole dell'amarezza dell'amico al pensiero che il suo casato sarebbe estinto con la sua morte, come egregiamente lo stesso Fortunato volle esprimere nella lapide, da lui dettata, che si legge nell'atrio del palazzo


"Carmelo Fortunato,cittadino Giffonese,

prese stanza ed aprì famiglia,dal 1728

al '30 in questa casa,che,tra il cadere

d'un secolo e il sorgere dell'altro,il figlio Pasquale

ampliò,il nipote Anselmo abbellì.

Quivi Re Giuseppe Bonaparte sostò,

il mattino dell'11 aprile 1802,cavalcando da

Venosa a Valva; e quivi Re Ferdinando II di

Borbone albergò,la sera del 5 ottobre 1846

viaggiando da Potenza a Melfi.

Il tremuoto del 14 agosto 1851 la sconquassò;

risarcita da Pasquale iuniore,il figlio

Ernesto,trentadue anni dopo la restaurava

nella speranza rimasta vana che il casato

avesse a continuare.

Giustino Fortunato,ultimo della stirpe,

questa lapide,il 6 dicembre 1923,pose "

Anche Catenacci prova lo sconforto di non aver potuto realizzare per l'amico tutto quello che il suo cuore bramava, perché la presenza di Giustino Fortunato è stata, senza dubbio, la svolta determinante di tutta l'opera dell'ingegnere rionerese.





4.1 L’incontro con Giustino Fortunato nel ricordo di Catenacci

(Nota di Michele Traficante)


“Chi è quel presuntuoso del mio paese che, laureatosi qui a Napoli, non ha sentito il dovere di venirmi mai a fare visita? “, Così scriveva Giustino Fortunato al suo amministratore di Rionero Gennaro Catenacci dopo aver letto sul giornale locale “Voci lucane” un articolo dell’ingegnere Giuseppe Catenacci sulle condizioni delle strade campestri della Regione.

Si sa che al Fortunato nulla sfuggiva di quanto si scriveva sulla stampa locale e certamente rimase ben impressionato dello scritto del Catenacci. Fu così che, sollecitato dall’amministratore di casa Fortunato, Giuseppe Catenacci si recò per la prima volta a far visita al famoso parlamentare rionerese nella sua casa di Vittoria Colonna in Napoli.

Quante volte il Catenacci mi ha raccontato questo primo incontro. L’emozione e il timore provati furono pari allo sconfinato affetto e devozione che ne seguirono e che mai scemarono nel corso dei lunghi anni della sua vita. Da ragazzo il Catenacci aveva visto tante volte Giustino Fortunato circondato dalla riverenza dei rioneresi ogni qual volta che, arrivando a Rionero da Napoli, dalla stazione ferroviaria si dirigeva verso la sua casa posta nella piazza principale che attualmente porta il suo nome. La gente, mi raccontava Catenacci, faceva ala al suo passaggio togliendosi il cappello in segno di rispetto e di saluto.

Nello studio napoletano del senatore Fortunato, ove si recava poi spesso, ebbe modo d’incontrare e conoscere gli uomini più illustri della cultura italiana frequentatori abituali di quella casa.

Mi raccontò ancora il Catenacci che un giorno si trovò di fronte niente di meno che Benedetto Croce e che il Fortunato, chiamatolo da una parte, gli sussurrò in un orecchio: “ sai in quella testa è racchiuso tutto il sapere umano”. Tracce profonde lasciarono nell’animo e nella mente del giovane ingegnere la conoscenza di questi grandi della cultura, tanto da spingerlo a studi sempre più approfonditi. Il Fortunato gli fu sempre di grande stimolo, di suggerimenti e di aiuti, forgiandolo nel carattere, nel rigore intransigente della moralità, ma soprattutto nell’amore sconfinato per la sua terra natia, insieme al bisogno di percorrerla passo passo per conoscerne i mali ma pure la bellezza selvaggia che tanto incanta i cuori templi. La stima di cui il Fortunato faceva oggetto il giovane ingegnere spinse quest’ultimo, nel 1926, a chedere al grande vecchio di fare da testimone al suo matrimonio con la leggiadra signorina Maria Rubino, già direttrice didattica del Circolo di Rionero. Entusiasta il Fortunato si sentì onorato ed accettò con grande piacere. Non venendo di persona alla cerimonia nuziale, per aver deciso di non mettere più piede a Rionero dopo il vile attentato di cui fu vittima la sera del 2 agosto 1917, Giustino Fortunato si fece rappresentare dal suo amministratore Gennaro Catenacci e donò agli sposi un anello favoloso che, mi diceva Giuseppe Catenacci, era il regalo più bello e che teneva più caro.

In seguito il Fortunato affidò a Catenacci l’incarico di progettare e dirigere i lavori di

riparazione della sua casa avita in Rionero gravemente danneggiata dal terremoto del

23 luglio 1930. Giustino Fortunato si spense in Napoli il 23 luglio 1932 e il Catenacci, trovandosi lontano per ragioni di lavoro, non potè partecipare ai funerali. Ma l’anno dopo, quasi ad assolvere ad un debito d’onore, pubblicava il volume “Giustino Fortunato e il Mezzogiorno d’Italia” nel quale esprime il suo profondo affetto per l’Apostolo del Mezzogiorno.

Si mise successivamente alla testa di un apposito comitato per le onoranze a Giustino Fortunato interessando e coinvolgendo Enti e personalità di grande prestigio a cominciare dall’allora Presidente della Repubblica.

Quando alcuni mesi fa alcuni studiosi meridionali, fra cui Tommaso Pedio, misero in dubbio l’onestà del Fortunato, il suo disinteresse nell’operato parlamentare e verso i provvedimenti richiesti (si disse, fra l’altro, che il Fortunato aveva perorato la realizzazione delle Ferrovie dell’Ofanto per portare il treno alla sua tenuta di Gaudiano), con l’irruenza che gli era propria, insorse con decisione contestando tali giudizi e valutazioni nei confronti del grande meridionalista. Pubblicò allora il volumetto “Il mito di Giustino Fortunato” in cui difende con grande passione le altissime virtù morali, il grande impegno del Fortunato per la rinascita delle neglette regioni del Mezzogiorno.

Così Giuseppe Catenacci scriveva del Fortunato nella premessa del citato volumetto “Giustino Fortunato e il mezzogiorno d’Italia”.

“Egli era di quei mortali che l’Eterno dovrebbe perennemente tenere in vita, come le lampade dell’umanità, cui bisogna mirare, per salvarsi, in particolar modo nei momenti in cui i destini dei popoli sembrano maggiormente compromessi”.

Mai come oggi tale giudizio appare di grande attualità.


































5. Catenacci politico


I tre anni della guerra alla quale Catenacci ha partecipato con il fratello Michele gli hanno offerto un'esperienza di sacrifici, di solidarietà nelle prove, di maturazione nei momenti difficili della vita.

Il rientro non è però incoraggiante. Le numerose vittime, fra cui il fratello, cadute sui campi di battaglia, con un eroismo impensabile nei contadini delle nostre terre, non hanno arrecato nessun vantaggio alla nostra Italia. Tutti i combattenti vivono, quindi, i disagi della delusione e dell'amarezza. Inoltre, eventi politici di grande portata stanno nel frattempo maturando nell'Italia.

Catenacci, per il suo carattere, per la sua disponibilità, per il suo temperamento impulsivo non può estraniarsi dalla nuova situazione che comincia a delinearsi nella nostra nazione.

Come tanti suoi commilitoni, egli è attratto dall'ideologia del fascismo, che, in quei momenti di scoraggiante incertezza, garantisce ordine e sicurezza. Si inserisce subito nella politica, ma questo impegno gli procurerà lotte, incomprensioni, delusioni e soprusi di ogni genere. Catenacci anche in politica manifesta se stesso, non è di facile adattamento alle mode dei tempi, per il suo carattere è decisamente ostile ad ogni forma di clientelismo, sicché impronterà la sua vita alla ribellione ad ogni forma di coercizione della persona umana.

La lunga militanza nel mondo complesso e difficile della politica confermerà in pieno quanto innanzi.

Catenacci è uno dei fondatori del partito fascista a Rionero e si iscrive ufficialmente il 1° settembre 1922. Dura però soltanto pochi mesi la sua partecipazione, sino agli inizi di gennaio del 1923, perché già dai primi tempi si intravedono quali saranno i metodi per imporre la nuova ideologia.

Si verifica a Rionero, come in seguito in molti altri paesi, un episodio sconcertante: un giovane viene barbaramente ucciso a randellate e ciò scuote fortemente la fede di Catenacci nell'ideale fascista. Quando gli animi già si infiammano per le prossime elezioni amministrative del Febbraio 1923, egli ritira la sua adesione. Si dimette, come egli scrive, "nel dicembre 1922 per fatti di violenze private e per un eccidio che turbarono la suscettibilità del mio animo giovanile"40.

Per il partito, invece, egli "viene espulso perché, a capo di un gruppo di pregiudicati, presentava una lista di consiglieri comunali in opposizione a quella del fascio locale; e nella lista vi erano nittiani e socialisti, già sbandati dallo squadrismo di Rionero". Per questo veniva arrestato per "misure di pubblica sicurezza".

Il carteggio su questo argomento è molto ricco e contiene documenti estremamente importanti. Ci soffermeremo sugli episodi più salienti, con prudenza e serenità.

Catenacci, per il suo carattere fermo e deciso, non può restare indifferente, dopo il suo ritiro dal partito; ma la carica che lo aveva stimolato nel diffondere il nuovo ideale, sarà riversata nell'ostacolare con tutte le forze il diffondersi di quell'ideale.

L'occasione si presenta subito. I cittadini rioneresi, come di tanti altri paesi d'Italia, non vogliono accettare supinamente la lista ufficiale, imposta dal regime. A capo di questo gruppo vi è logicamente Catenacci.

L'agricoltura, in quei tempi, era la fonte principale di vita; l'abbondanza delle acque e la sagace industria dei cittadini aveva dato notevole impulso alla categoria degli ortolani. Questi godono di una discreta agiatezza economica, prudentemente, però, si tengono lontani dalla lotta politica. Catenacci intravede la forza che può scaturire da questo gruppo, come Presidente del Consorzio Campestre, li fa uscire dall'isolamento e forma una lista civica, per opporsi al predominio incontrastato della lista ufficiale.

Un grave evento, che in seguito sarà anch'esso comune in tante altre zone d'Italia, turba la libera competizione a Rionero. Qualche giorno prima delle elezioni, come riporta in prima pagina il giornale Basilicata del 1° marzo 1923, nel cuore della notte, Giuseppe Catenacci e Giovanni Chieppa, candidati nella lista di opposizione al Fascio, con due cognati, Pasquale Labella con il figlio Michelangelo, Francesco Valenza e Giuseppe Grieco, tutti facenti parte del comitato elettorale, vengono arrestati per impedire la loro partecipazione alle elezioni. Evita l'arresto solo Arcangelo Brenna, che si rifiuta di aprire alle minacce dei carabinieri, preoccupandosi poi di cercare la salvezza nella fuga, prima dell'alba.

È sintomatico l'arresto di Catenacci e compagni: per garantire la maggioranza plebiscitaria delle elezioni, vengono eliminati temporaneamente i concorrenti, che potevano turbare, con la loro velleità, l'imposizione del sistema. Inizia così la lunga serie di soprusi e di violenza, che metteranno a dura prova, nel corso della vita, il focoso temperamento di Catenacci.

La conferma del sistema di violenza che si vuole instaurare viene dopo pochi giorni, ancora sul giornale Basilicata del 9 marzo 1923, in cui è riportato: "La sera del 5 marzo una numerosa comitiva conveniva a banchetto nell'officina di Antonio Maulà, per fare onore agli arrestati. Cerimonia imponente e allegra. La sala addobbata da Francesco Campanile con lusso orientale, canti al Re, alla regina e a Mussolini, brindisi di augurio a Mussolini da parte di Giovanni Russillo e Antonio Scolamieri. Dopo tanta lotta elettorale – conclude la cronaca – e dopo così strepitosa vittoria fascista, giova ritrovarsi tra amici per far buon sangue col ridere e col mangiare".

Sempre sulla prima pagina dello stesso giornale, il resoconto dell'andamento delle elezioni: "Ieri, 25 febbraio, hanno avuto luogo le elezioni amministrative. La lista nazional-fascista-nittina ha conquistato maggioranza e minoranza, contro la lista formata da agricoltori, combattenti e fascisti dissidenti. Nessun incidente degno di nota s'è avuto a deplorare, durante la votazione, anche per l'assenza quasi completa di rappresentanti del partito di opposizione ai seggi. Il fatto che qualche giorno prima della votazione erano stati arrestati alcuni membri del Comitato di opposizione aveva sfavorevolmente impressionato ed impaurito la popolazione, tanto che si sono avuti casi tipici come questi:candidati della lista di opposizione che non vanno a votare; parenti strettissimi ed amici intimi che votano la lista contraria ai parenti e agli amici. Oggi ci sono state manifestazioni molto composte ed ordinate dei fascisti, inneggiati Pasquale Labella col figlio Michelangelo".

A festeggiamenti ultimati, Catenacci viene rimesso in libertà. È il periodo della sua irruente giovinezza, delle sue difficoltà per inserirsi nel mondo della scuola, e, soprattutto, il periodo della guida a distanza di Giustino Fortunato, che cerca di tenere lontano Catenacci da imprudenze e impulsività. Gli scrive, infatti, Fortunato l'11 dicembre 1923: "Pochi giorni fa Michele Brienza, scrivendomi, mi disse del giusto suo sdegno per la condotta servile della provincia, a proposito della ingiuria senza nome patita dal Nitti. Ed io convenni con lui. Ma poi aggiunsi: "E che dire di Rionero dello scorso anno, che tacque a veder Peppino Catenacci ammanettato”? Ed egli, rispondendomi: "Avete ragione”!. Caro Peppino, nello scorso anno io non ti conoscevo come ti ho conosciuto dopo, e pure io arrossii di essere nato in una tale borgata barbara!"41. Sapendo quanto sono stati intimi e cordiali i loro rapporti, è naturale la costante preoccupazione di Fortunato che conosce ormai bene Catenacci: "Tu hai un temperamento aggressivo, e, alle volte, spavaldo”42.

La decennale esperienza nella politica del Fortunato è ora al servizio di Catenacci. Per le prossime elezioni politiche questi si preoccupa di nuove liste, ma gli fa notare da Napoli il Fortunato: "Il corpo elettorale non esiste più: ve ne volete convincere o no? Tu parli di due liste. Forse e senza forse, la lista sarà una sola, la ufficiale"43.

I metodi di vendetta, usati dal partito, si scatenano su Catenacci. Nonostante gli avvertimenti di Fortunato, un giorno, nell'Istituto Tecnico di Melfi, dove egli insegna, avviene un violento scontro con un collega, perché, ad alta voce e senza paura, Catenacci manifesta il suo dissenso al fascismo. Alle espressioni di rammarico di Catenacci, risponde subito Fortunato: "Ma ... come lasciarti andare a questionare, sia pure meno massimamente, con un tuo collega, – un collega! – melfitano, per giunta? Dovevi prevenire l'incresciosissimo incidente, di cui io sento, non meno di te, la offesa"44.

Catenacci però continua a non essere prudente. In quel periodo, nel 1924, i giornali Basilicata e Giustizia si fanno promotori di una sottoscrizione per un monumento a Giacomo Matteotti. Catenacci non solo ne è entusiasta, ma subito sottoscrive per 5 lire per mezzo del Prometeo, un giornale di Napoli che collabora per la sottoscrizione.

Nel lungo carteggio tra Fortunato e Catenacci, a cui abbiamo accennato, molte lettere sono scritte proprio per frenare gli impulsi di Catenacci e per cercare di tenerlo lontano dalla politica: "Nel frattempo, carissimo Peppino, tu sii ognora calmo e padrone, nonché de' tuoi atti, d'ogni tua parola"45. "Le cose di oggi e di domani sono e saranno quali io ti ho detto. E' inutile: è così! Tu, poi, hai lo stretto obbligo personale, verso te e verso le tue sorelle, di ... non far politica! E non occorre tu proclami disinteressartene. Meglio, tu non devi disdir nulla di te e del tuo passato. Solo: non far politica, e pensa a te, alla tua professione, al tuo domani. Così avessi, sin da prima, potuto ammonirti"46; "... e non ti pregai, non ti esortai – sin da prima – di smettere ogni menoma attitudine politica, contraria al presente orrido stato di cose, orrido, ma incorreggibile?”47. “Ti è, più che forza, obbligo di rimanere prudentissimo, anche a costo di provocazioni. Iscriverti al fascio, oh, no! Ma vincere te stesso, come mai uomo si è vinto, sì"48.

Invece, nel 1926, senza suo consenso, per volere dell’avv. Siniscalchi, viene nuovamente iscritto al partito. Gli viene la conferma incoraggiante di Fortunato: "Se ti sarà necessario, ebbene, iscriviti pure al Fascio. Non cadrà il firmamento per questo. O non è stato più grave il passo da te dato, del matrimonio? Io, rivivessi cento volte, non mi ammoglierei"49; "Sin da prima ti ho esortato, imposto anzi, di tirar diritto per la tua strada, fuor d'ogni impiccio e impaccio di politica, e, alla occorrenza, di aderire al nuovo ordine di cose. Se ben rammenti, io volevo che tu non fossi tornato costà. Ora come ora che fare? Dio buono … facendoti forza e tanto coraggio, letteralmente morire alla vita locale. Dio santo, quale altro consiglio io potrei darti?"50:

Ma Catenacci non può restare al di fuori della politica. Continue pressioni vengono effettuate da parte di molti amici, non essendo scemata, nonostante tutto, la stima nei suoi riguardi, affinché accetti la carica di podestà che gli viene insistentemente offerta.

Ancora una volta interviene la parola di Fortunato per eliminare le sue titubanze: "In tutto questo putiferio, non mi par dubbio, che il dover tuo – dovere!, – sia quello di accettare, se la offerta ti vien fatta” 51, offerta che, “avvenuta, lascerà me, che solo al mondo non ho pentimenti, né rossori, indifferentissimo"52.

Anche l'amico "Ciccio", a nome dell'Associazione Provinciale Insegnanti Fascisti di Potenza, gli scrive il 3 gennaio 1927:

"Carissimo Peppino,

comprendo la tua curiosità, e, perché ti conosco uomo d'onore, né voglio né posso negarti la fiducia che domandi, sicuro che né ora né dopo romperai il segreto.

A capo della provincia è ora Siniscalchi, questo già conosci; ma forse non sai quanto intelligente e serio egli si riveli. È preoccupato di porre a capo del fascio uomini onesti e di chiaro intelletto, non immiseriti in lotticciole, e di un passato moralmente incontaminato.

Capirai che, quando si eleva il livello della scelta, non è facile trovare: sciocchi e disonesti se ne trovano sempre. Ieri sera dunque, parlando con lui di cose estranee al Partito, mi richiese improvvisamente chi credessi l'uomo adatto per Podestà a Rionero, di un paese cioè di 15.000 abitanti, con uno sviluppo commerciale da avviare, con opere pubbliche da eseguire e che deve avere l'uomo a ciò adatto. Mi venne senz'altro il tuo nome, ed egli, che ti conosce, lo notò con piacere. Non so se prima di designarti consulterà altri; forse è bene lo faccia, perché dalla scelta degli uomini, come lui li vuole, dipenderà l'avvenire della nostra provincia. Io non sono nulla né sarò mai nulla in politica, però non posso come uomo negare che tu hai le due qualità essenziali per riuscire: sei onesto ed intelligente.

Ma se la scelta cade su di te, non rifiutare per quieto vivere:tradiresti quello che Siniscalchi, combattente, aspetta dai combattenti (i veri): la redenzione morale della nostra regione; tu devi continuare in vita l'eroismo di tuo fratello Michele.

Rionero, con te, fra due anni non offrirebbe lo spettacolo miserevole di non riuscire a dare un uomo che degnamente stia alla sua testa.

Inoltre bada che rifiutare la propria opera per un'anima pura come quella di Siniscalchi, che ha avuto la forza di rifiutare un comodo posticino di deputato, sarebbe un'azione non degna di te, vecchio ufficiale di fanteria.

Io spero che i nostri compaesani non vorranno negare quello che è in te non una vanteria di amici, ma una realtà (l'intelligenza e l'onestà) e che fra giorni io possa salutarti podestà della nostra Rionero"53.


La proposta resta tale, perché vengono ancora svolte altre indagini sul passato di Catenacci, che è di nuovo espulso dal partito il 31 ottobre 1928, perché ha fatto parte della gazzarra "quartarellista"54. La direzione provinciale ratifica l'espulsione il 15 novembre 1928.

Pronta la parola confortatrice di Fortunato: "T’ho scritto, stamane, dicendoti che molto mi è rincresciuto il bando tuo dal P. F.; ti riscrivo, or che ricevendo il Giornale di Basilicata, l'animo mi rattrista e mi si addolora assai di più, perché temo che possa, come impiegato dello Stato, venirtene male55". Previsioni che puntualmente si verificheranno e per molti anni.

Nel 1932, continuamente stimolato dal Fortunato, che, ormai al termine dei suoi giorni, si preoccupa giustamente del futuro del suo amico, Catenacci richiede l'ammissione al partito. Lo conforta ancora Fortunato: “ Per questo, io non approvo la tua reticenza ad essere riammesso al partito. Anzi perché tuo amico, ti esorto, ti consiglio, ti prego di smettere dalla tua negativa, e di andare serenissimamente incontro a quel che di necessità è fuori discussione"56.

Il Fascio di Rionero tiene conto della buona condotta politica e morale di Catenacci dal 1928 in poi, della sua disponibilità a sottoscrivere generosamente ai prestiti emessi dal Governo, all'opera svolta in occasione del terremoto del 1930, della risposta favorevole dell'inchiesta dei Carabinieri, e per tutte queste motivazioni esprime parere positivo.

Il segretario avv. G. Lacava di Potenza, il 23 aprile 1934, due anni dopo la domanda, scrive all'avv. Adelchi Serena, vice segretario nazionale in Roma, motivando al contrario il suo parere negativo per la riammissione del Catenacci: Catenacci ha partecipato alla lista di pregiudicati; dall'espulsione del 1922 è stato sempre propagandista antifascista, malgrado la sua qualità di professore a Melfi, per cui non è riconoscente del posto che occupa; ha scritto l'opuscolo sul monumento ai caduti (sequestrato per ordine del prefetto); in occasione del conferimento della laurea ad honorem al duce, si è espresso in termini poco benevoli; infine, da allora non ha dato nessun segno di ravvedimento e sparla continuamente del regime.

Vedremo come in seguito, esasperato per le continue vessazioni, ritornerà a farne richiesta nel 1941.

Poco tempo prima che venisse respinta la sua richiesta, Catenacci, con il passaporto del Questore di Potenza, si reca in Francia con una comitiva di turisti. Quando sostano a Parigi, Catenacci riesce ad avvicinare Nitti, che lì si trova esule. A conclusione di una vivace discussione, l'invito rivolto da Catenacci a Nitti di rientrare in Italia, viene da questi respinto.

Ormai la rottura con il partito è insanabile e Catenacci, non più trattenuto dagli inviti alla prudenza di Fortunato, esprime spregiudicatamente le sue idee.

Nel 1935 a Rionero, in piazza del Popolo (l'attuale piazza Giustino Fortunato), vi è una grande adunata dei militanti per ascoltare dalla radio la parola del duce, che annunzia l'aggressione dell'Italia all'Etiopia. Catenacci, insieme a Nicola Russo (che parteciperà alla seconda guerra mondiale e sarà decorato con la medaglia d'oro dopo il suo ritorno dalla prigionia in Russia) e a Nicola Labella, non è affascinato dall'enfasi del duce e manifesta apertamente il suo dissenso.

Da questo periodo fino al termine della seconda guerra mondiale, le nere previsioni di Giustino Fortunato sulle difficoltà che Catenacci avrebbe incontrato in seguito al suo atteggiamento di opposizione al partito, si avvereranno in pieno.

Nel 1937 vuole andare di nuovo a Parigi e a Bruxelles per visitare la mostra internazionale, ma ormai è nel mirino e ne subisce le conseguenze. Infatti, quando giunge a Torino, gli viene vietato di proseguire; alle sue rimostranze gli si risponde che la Questura di Potenza aveva negato il permesso.

È soprattutto come impiegato dello Stato che Catenacci si vede maggiormente messo in gravi difficoltà. Deve ogni giorno recarsi a Melfi, per insegnare presso l'Istituto Tecnico, in bicicletta e spesso a piedi, attraverso la montagna, per poter essere presente in famiglia in quei momenti difficili. Le autorità scolastiche, appellandosi al dovere dell'insegnante di risiedere nel luogo dove insegna, lo costringono a trovare una casetta in fitto a Melfi.

Sono tante le angherie che subisce, che si vede costretto ancora una volta ad impugnare la sua mancata riammissione al partito, ma è sempre sotto sorveglianza. Viene segnalato infatti alla direzione del partito che Catenacci, intimo dell'insegnante Michele Preziuso, ha continuato ad avere atteggiamenti ostili, per cui è opportuno trasferirlo ed adottare nei suoi confronti tutti i provvedimenti necessari. Viene ancora fatta questa segnalazione al federale di Potenza: "Due sono gli esseri ingrati ed abbietti, che circolano nella nostra città, in queste ore fatali che attraversiamo. Infatti, perché, nella loro qualità di impiegati statali, non hanno in nessun conto il pane quotidiano che dà loro il governo ... presso la locale sezione cacciatori, hanno luogo i maggiori sfoghi di questi due irriducibili antifascisti ... Questi due superuomini, a cui danno l'aggettivo di patrioti, sono l'insegnante Michele Preziuso e l'ingegnere Giuseppe Catenacci".

Dopo tutte queste informazioni ricevute, è doveroso per il partito rendere ufficiale la revoca della residenza a Rionero, che era stata da poco tempo concessa a Catenacci.

Il federale di Potenza, Ernesto De Marzio, scrive al preside dell'Istituto Tecnico di Melfi: "Catenacci non soggiorna a Melfi e pertanto ogni giorno, dopo la scuola, rientra a Rionero. Poiché mi viene riferito che il Catenacci, per il suo passato politico e per il suo comportamento verso le autorità locali turba l'ambiente di Rionero, vengo a pregarti quindi di voler revocare il permesso accordatogli".

Il preside si rivolge al provveditore agli studi, Salvatore Gaetani, il quale completa il ciclo il 2 novembre 1941, comunicando al preside e al segretario federale: "Questo ufficio ritiene opportuno la revoca dell'esonero dall'obbligo di residenza concesso al Catenacci e vi autorizza a provvedere in merito".

Il ricordo di lunghi anni di sofferenza viene cancellato dal Catenacci alla caduta del fascismo: Egli si oppone categoricamente a qualsiasi atto di violenza, invita tutti alla calma e alla serenità, per riprendere il proprio impegno al servizio della libertà riconquistata. Con nobili parole annulla un passato di umiliazioni: "Ho dimenticato le persecuzioni e guardo a tutti gli italiani, come fratelli, e non come nemici".

Nei difficili momenti del passaggio dalla dittatura alla democrazia è molto intensa la sua opera per istituire sedi della Democrazia Cristiana in tutti i paesi del Vulture-Melfese, recandosi spesso in bicicletta per parlare ai giovani, soprattutto ai numerosi suoi ex alunni, che, in conseguenza del suo ascendente, in massa entrarono nelle file del partito. Egli si può vantare, senza retorica e senza tema di smentita, di aver collaborato alla nascita di 60 sezioni maschili e diverse femminili della Democrazia Cristiana in vari centri della Basilicata.

È tanta la stima indiscussa, è tanta la rettitudine morale del suo operare, che viene designato a far parte della Consulta Nazionale, in preparazione della prima Carta Costituzionale.

Questa felice scelta viene condivisa da personalità e amici. Scrive il Ministro della guerra l'11 agosto 1945: "La nomina è il giusto riconoscimento dei tuoi meriti, delle tue distinte doti di mente e di cuore, è il compenso dovuto per le tante sofferenze, soprattutto morali, da te sopportate in così lunghi anni". Il sindaco di Rionero, a sua volta, gli si rivolge il 10 dicembre 1945 con questo indirizzo: "A nome del comune di Rionero, ti confermo i sensi della più sincera gratitudine per l'opera veramente encomiabile da te svolta per la nostra terra, dimenticata da Dio e dagli uomini; aveva bisogno di un uomo onesto e sereno che ne prendesse a cuore le sorti. Il popolo, che ha dato alla patria carne da cannone, senza null'altro chiedere, ha bisogno di cure amorevoli per risorgere da una lunga crisi morale, che ne ha paralizzato i gangli vitali".

L'amico Antonino Lancieri esulta con lui il 26 dicembre 1945: "Auguri, auguri, auguri. Nel nostro immortale Giustino Fortunato, tutti i lucani dovremmo unirci per il bene della nostra Provincia".

Intenso e laborioso il suo contributo durante la sua permanenza nella Consulta Nazionale. Viene affrontato il problema della bonifica dei campi minati. Catenacci prepara un promemoria per il relatore. on. Grassi, facendo notare l'urgenza dell'intervento per la salvaguardia dei cittadini e per poter ridare al più presto vasti terreni all'agricoltura: Mette in evidenza le difficoltà per disinnescarle, perché alcune mine sono di metallo, e, quindi, facilmente individuabili con apparecchi elettromagnetici, altre invece sono antimagnetiche, di legno, bachelite, vetro, per cui sono recuperabili solo con una sonda speciale, che deve ridurre al minimo il pericolo e salvaguardare la vita dei ricercatori..

Fa parte della Commissione per la Ricostruzione, Lavori Pubblici e Comunicazioni. Molto importante il suo intervento del 23 novembre 1945, sotto la presidenza di Micheli, subito dopo quello del Ministro dei Lavori Pubblici, Romita. Afferma a viso aperto Catenacci: "Sia concesso anche a me di chiedere qualche cosa per la mia terra. La Lucania, o Basilicata che dir si voglia, può bene considerarsi la cenerentola d'Italia. Essa è al centro della Questione Meridionale, ed ha dato i natali a Giustino Fortunato, che ne è l'apostolo. Io sento il peso di essere suo compaesano".

Siamo, è bene ricordarlo, subito dopo la guerra e, quindi, ci tiene Catenacci a mettere in risalto la necessità di ricostruzione di ponti e case, di manutenzione stradale; approva l'idea che le strade siano patrimonio della Nazione, non potendo le province e i comuni provvedere alla manutenzione. Insiste a parlare della Lucania, che pur affacciandosi su due mari, non ha un solo porto ed è al centro della Questione Meridionale per la sua povertà, per il disordine idraulico, per le frane, per la siccità e per la malaria. Fa presente la situazione disastrosa delle strade nella regione e rivolge un caloroso appello per la difesa delle foreste, difesa che sarà al centro dei suoi interessi durante il suo impegno politico in campo regionale e nazionale.

Fa, ancora, notare le conseguenze subite dalla nostra regione, anche a causa dell'assurda mentalità del governo. Infatti, quando un funzionario dello Stato non era all'altezza del suo compito o la sua onestà non era ineccepibile, questi veniva trasferito, per punizione, nelle isole o in Lucania. È da vedersi se il punto sia il funzionario o la regione, che aggiungeva ai suoi secolari problemi un nuovo disagio.

Insiste continuamente per la sistemazione della fiumara di Atella, inclusa già nella legge del 18 Giugno 1899, classificata diverse volte di 1^ categoria, per lavori idraulico-

forestali, come pure rileva i gravi disagi che provoca la mancata esecuzione dei lavori previsti, citando, come esempio, due gravi fatti di cronaca: un povero maestro, che si recava a scuola su un mulo, venne travolto dalle acque, per mancanza di ponti e strade; il cadavere di una donna, a causa della neve, fu sepolto nel cimitero dopo 15 giorni dal decesso.

Quando si discute dell’art. 75-ter dello schema della legge elettorale per la nuova costituente, in cui si legge: ”A ciascun deputato viene corrisposta, a decorrere dal giorno in cui entra in funzione, una somma mensile a titolo d'indennità", Catenacci, per stimolare la presenza e l'impegno dei deputati, propone la seguente modifica: "Al deputato venga corrisposta non una somma mensile, ma un'indennità per ogni giornata di presenza. La somma delle indennità giornaliere corrisponderà a quella mensile, proposta dall'articolo". Questo accorgimento è suggerito dal Catenacci, perché i deputati sentano oltre che moralmente anche materialmente il dovere di essere presenti all'assemblea.

Il partito della Democrazia Cristiana indice per il 1° novembre 1945 una "Giornata della solidarietà popolare". Catenacci viene designato da Dossetti a tenere una conferenza a Matera, dove, presentandosi al pubblico, non tanto come oratore, ma soprattutto come un “lavoratore dei campi", tiene un notevole ed applaudito discorso.

Il suo operato nel campo della politica viene apprezzato da amici ed avversari, per il suo risaputo disinteresse. Mauro Tita da Ruvo del Monte gli scrive il 23 marzo 1946: "Ti assicuro che tutti stiamo lavorando per te, perché quando gli ideali sono così belli, così nobili ed alti come i vostri, si può parlare e lavorare alla luce del sole, senza alcun timore": Così il sindaco di Maratea gli esprime la sua gratitudine il 10 maggio 1946: "Ringrazio per il suo valido interessamento nella Consulta per Maratea. Pur militando in un partito diverso, mi auguro per la sua vittoria per le prossime elezioni".

Essere in politica a quei tempi, significava andare incontro a enormi difficoltà e pericoli, disagi nei viaggi per raggiungere Roma, durante i quali Catenacci spesso riceve anche minacce. Il suo rifiuto a bustarelle compromettenti è motivo di rischi non indifferenti. Si richiedeva ai politici, in quel tempo, una certa dose di coraggio, dote che a Catenacci certo non mancava.

Nelle elezioni del 1948, forte del suo notevole impegno nella Consulta, si presenta come candidato al Parlamento, unico ingegnere tra numerosi avvocati, nella lista della Democrazia Cristiana. "Gli altri - dirà, tra l'altro, Catenacci nel presentarsi agli elettori - abbandonano questa terra per ritornarvi solo per il voto; io invece sono qui attaccato nostalgicamente a questa nostra Lucania". Risulta però, negli scrutini, il primo dei non eletti; non avendo certamente ricevuto tutto l'appoggio, che il suo disinteresse e la sua onestà gli avrebbero meritato. Di ciò egli si dorrà più tardi, in una lettera del 22 ottobre 1950, indirizzata al prof. Guido Gonnella, allora segretario nazionale della Democrazia Cristiana57.

Resta deluso, ma non accetta l'offerta che gli rivolge il 14 novembre 1949 l'on. Odo Spadazzi, segretario del Partito Monarchico, che gli scrive: "Per la grande stima che godi, ci auguriamo di poterti inserire nelle liste del nostro partito".

Nel 1950 profonde tutto il suo impegno politico per l'accesa polemica tra Rionero e

Melfi. Con la legge delle regioni, l'Italia Meridionale deve provvedere alle sue necessità con i propri mezzi. L'amministrazione comunale di Melfi delibera di elevare la propria cittadina a capoluogo della nuova provincia e chiede che anche l'amministrazione di Rionero deliberi la sua adesione. Mentre Melfi prepara una vasta programmazione, con una dettagliata analisi storica, economica, industriale, agricola. Rionero, dopo una movimentata seduta, rigetta la proposta della città normanna, perché, anche se alcuni paesi dell'Avellinese dovrebbero entrare a far parte della nuova provincia, Melfi resta sempre troppo decentrata, trovandosi nel limite estremo della nostra regione.

Rionero, a sua volta, presenta la propria candidatura, per la felice posizione topografica, perché centro economico e commerciale per molti paesi dei dintorni. Viene formato un Comitato intercomunale, di cui è presidente Catenacci, per la risoluzione dei problemi locali, comitato composto da tecnici e lavoratori, che non devono però far carriera. In polemica con un corrispondente romano, su Il Mattino, che critica il vasto programma del Comitato intercomunale, Catenacci, nella sua spontanea esuberanza, scrive che anche se fosse stato sant’Ilario e non Rionero avrebbe ugualmente proposto la sua candidatura di diritto, esclusivamente per la centralità topografica.

Nello stesso periodo si cerca di avviare la realizzazione di un'altra grande opera. Promotore, ideatore e animatore ne è il prof. Franco Noviello. Si vuol dar vita al Consorzio di Bonifica Medio-Ofanto e Marmo. Nel novembre 1949 a Bella si costituisce il Comitato promotore, diretto dal prof. Noviello. Catenacci subito vi aderisce, perché è presente in tutte le iniziative, e collabora per superare le difficoltà di vario ordine e per unire tanti comuni e tanti proprietari, perché offrissero le terre per la bonifica. Per la valida collaborazione di Catenacci, Noviello gli scrive il 1° marzo 1950: "Con sommo piacere, abbiamo appreso nel nostro ultimo giro di propaganda, che voi dovevate recarvi a Ripacandida per tenere una conferenza sulla costituzione del nostro Consorzio di Bonifica Marmo-Ofanto, allo scopo di raccogliere adesioni. Come sopra abbiamo detto, questo ci fa immenso piacere, perché il vostro riverito nome è ben conosciuto e la vostra parola è più che avvincente. Saremo desiderosi, a tal uopo, sapere l'esito di tale, certamente, efficacissima propaganda".

Il 22 luglio 1950 viene a Potenza il presidente del Consiglio, Alcide De Gasperi, il secondo presidente, dopo Zanardelli, a visitare la nostra regione. Franco Noviello, nel fermento e nell'animazione per il Consorzio, scrive su Il Mattino, di cui è corrispondente: "On. De Gasperi, la Lucania attende e vi giudica". Si cancelleranno i tempi e finalmente il 29 ottobre 1950 a Bella nasce ufficialmente il Consorzio Marmo-Ofanto, alla presenza di numerosi parlamentari e autorità. Noviello, nel suo intervento così si augura: "Promettiamo ... sicuri che la Lucania, da Giustino Fortunato definita "una macchina spinta sopra un binario morto, in mezzo al gran movimento di cento locomotive”, diventi un ingranaggio pulsante di una locomotiva possente e superba". Catenacci, nel suo intervento, tecnico come al solito, si dice entusiasta dell'impresa e richiama l'attenzione dei responsabili sul problema idrico.

In attesa di completare pratiche burocratiche, come sempre a lunga scadenza, viene nominato presidente provvisoriamente Catenacci. Le lungaggini si protraggono, purtroppo, e anche il Consorzio Marmo-Ofanto entra nell'elenco delle opere incompiute del nostro Mezzogiorno.

Conclude Catenacci nel suo opuscolo: ”Anche questa che abbiamo intrapresa è una battaglia per la risoluzione dei problemi meridionali. La Basilicata è il centro di questo problema. Non ci stancheremo di ripeterlo; come non è inutile ricordare che l'Italia non sarà mai fatta finché i suoi due tronconi - Sud e Nord - non correranno armonicamente verso il progresso economico e sociale".

Per la sua rettitudine e competenza viene richiesta la sua adesione a tutte le iniziative intraprese. L'Ente per lo sviluppo dell'irrigazione e la trasformazione fondiaria di Puglia e Lucania "si onora" della nomina di Catenacci, con decreto del Ministero per l'Agricoltura, come membro del Consiglio di amministrazione.

Il Ministro dei Trasporti ”si congratula della valida collaborazione di Catenacci per una colonia montana, organizzata a Monticchio, per i figli dei ferrovieri". Ancora la presidenza della Società Italiana di Economia Demografia e Statistica lo ringrazia della valida e preziosa collaborazione e fa aggiungere il suo nome nella lista dei soci che onorano la società.

Nelle elezioni provinciali del 1952 risulta eletto nelle liste della Democrazia Cristiana. Allarga, per questo nuovo incarico, l'orizzonte del suo impegno politico e segue tutti i problemi della sua zona. Cura i lavori di bonifica nei comprensori di Metaponto, della Media Valle del Bradano, della fiumara di Atella, del medio corso dell'Ofanto, delle strade della regione, del porto di Maratea.

Nei suoi numerosi e qualificati interventi, anche se resta nell'ambito dei problemi meridionali, cerca di identificare i problemi del nostro Mezzogiorno con quelli di tutti i paesi del bacino del Mediterraneo. Si sforza di comunicare a tutti gli italiani un po’ di fuoco delle proprie idee, per quel contributo di pensiero e di lavoro che tutti dobbiamo dare alla costruzione del grande edificio della fortuna nazionale.

Febbrile entusiasmo, ardente passione e nello stesso tempo visione chiara e lungimirante dei più avanzati problemi, ampiezza d'informazione e profonda competenza sono gli elementi basilari che caratterizzano gli interessanti studi, articoli, conferenze di Catenacci.

Come, per la mania degli alunni che scelgono gli studi classici, manca una classe di operai qualificati, specializzati, di cui ha soprattutto bisogno il nostro paese, così la stessa mancanza si nota nei nostri uomini al Parlamento: troppi giuristi, troppi professionisti della politica, avulsi dalla vita, mentre mancano i tecnici, gli agrari, gli industriali, insomma quegli elementi veramente in grado di indirizzare la Nazione verso un futuro migliore di benessere economico e di equilibrio in ogni campo.

Lo stesso impegno mostra nei suoi interventi in campo europeo. Al Congresso internazionale degli ingegneri a Zurigo, espone la sua idea personale per risolvere le difficoltà secolari che si frappongono a realizzare il sogno dell'unione europea. Poiché ogni nazione dell'Europa, per secoli di storia e addirittura per millenni, non accetta di rinunziare a un glorioso passato e i loro politici accampano diritti di priorità, forse sarebbe più congeniale affidare la risoluzione dell'annoso problema ai tecnici e agli ingegneri che accomunerebbe più facilmente i popoli d'Europa. Fa notare ancora che l'Europa, in conseguenza di queste divisioni, resta soffocata da America e Russia. Di conseguenza l'unione degli stati europei è necessità di vita per poter competere con due colossi internazionali

Naturalmente, nel problema europeo egli inserisce uno sguardo storico alla grandezza di Roma, venuta solo dopo l'unione dei popoli occupati. Lo stesso Sacro Romano Impero, la grandezza della Chiesa con Roma centro della cristianità hanno avuto forza e compattezza, solo quando è stata possibile l'amalgama politica o spirituale dei numerosi popoli che la componevano.

Nelle elezioni comunali del 1957 Catenacci è eletto consigliere e si distingue per i suoi proficui interventi circa la delibera di importanti argomenti.

L’anno seguente egli si avvicina ad Adriano Olivetti, il fondatore del Movimento di “Comunità”, di cui condivide principi e finalità politiche. Nelle elezioni politiche del 25 maggio 1958 Catenacci è candidato alla Camera dei Deputati, circoscrizione Potenza – Matera nella lista Comunità di Olivetti riportando 442 voti di preferenza. È un’adesione di breve durata, perché l’improvvisa morte di Olivetti il 27 febbraio dell’anno dopo, causata da un ictus mentre in treno recava da Milano in Svizzera, segna anche la fine di “Comunità”.

Nel 1960 è di nuovo deputato provinciale, ma questa volta, per divergenze o incompatibilità, come indipendente nelle liste del P.S.D.I. La sua instancabile operosità induce nel 1963 i dirigenti nazionali e regionali di questo partito a sollecitare con calore la sua candidatura al Senato nel collegio di Melfi nelle elezioni del 28 aprile. Catenacci non viene eletto, nonostante i voti riportati, che però non sono sufficienti al partito per avere un senatore in Basilicata.

Sono gli ultimi anni della sua presenza attiva nella politica, ma non vengono meno il suo impegno e la sua passione.

Un altro fuoco si accende per risvegliare il deleterio ed inutile campanilismo tra Melfi e Rionero. Dal Capo del Governo e Ministro dell'Interno, Antonio Segni, vengono istituiti due sottovicariati prefettizi, uno a Spoleto, l'altro a Melfi. Campane a stormo, entusiasmi euforici nei due capoluoghi; in contrapposizione violenti polemiche nelle due regioni. Melfi, come per la provincia, si appella alla sua gloriosa storia per avallare la scelta caduta sulla città, già capitale del ducato Normanno, sede di concili e glorie pontificie, con il castello, simbolo della sua antica potenza.

Il consiglio comunale di Rionero si trasforma in comitato d'azione contro l'inutile provvedimento. Il popolo prende la mano agli amministratori comunali e Rionero è alla ribalta della stampa e della cronaca nazionale per la violenza drammatica degli scioperi. Un migliaio di carabinieri e poliziotti assediano la cittadina; per fortuna la violenza resta ai limiti ragionevoli e solo qualche ferito è l'unica realtà concreta di un eccessivo campanilismo.

Le passioni e le delusioni o vittorie del momento passano, restano le opere per le quali si è dato il contributo fattivo per la loro realizzazione.

Gli ultimi suoi impegni, durante la permanenza nel Consiglio Provinciale, sono sul progetto dell'autostrada Napoli-Bari e i suoi interventi per il bilancio e la "finanza allegra in Provincia di Potenza e ... in Italia". Coerentemente con il suo stile, non ha paura di dire la verità, anche se provoca reazioni violenti. La moglie, leggendo un suo intervento, gli dice spaventata: "Io non sono in grado di comprendere tante cose, ma temo che tu possa non morire a letto per la verità che hai descritto". E Catenacci, di rimando: "La tranquillità? Nulla di più semplice. Io morirò tranquillamente a letto perché, pur volendo il pubblico apprendere, la verità ha perduto il significato di una volta. Oggi il fare bene i propri interessi significa fare una buona politica; io sono una innocua Cassandra. Nessuno si cura di me; sto all'ombra e mi fumo una sigaretta, non curandomi neppure del cancro di cui si dice essere causa".

Negli ultimi anni della sua vita egli si allontana definitivamente dalla politica, dedicandosi con impegno giovanile, nel silenzio e nel raccoglimento del suo studio, agli amati studi di storia, che tanto l'appassionavano, e alla sua passione per la poesia. Attività che gli hanno certamente riservato meno amarezze della politica.

Quasi all'inizio della sua lunga partecipazione attiva alla vita politica, in un suo articolo su Rinascita del 1945, esprime con chiarezza quale sarebbe stata la linea di condotta del mondo della politica.

Viene attaccato sul giornale Il Lavoratore, che gli fa colpa di aver offerto un quadro poco allettante della nostra regione nel discorso da lui tenuto al teatro Stabile di Potenza in occasione della visita di Gronchi, per aver cioè rimarcato la povertà della nostra regione per le cause geologiche, climatiche e sociali, per aver detto che è al centro della Questione Meridionale, sottolineando il disordine idraulico dei suoi torrenti e delle gronde montane, denudate dal manto boschivo, le continue frane e la conseguente recrudescenza della malaria. Catenacci aveva testualmente affermato: “Le popolazioni apatiche e diffidenti ad ogni onesto afflato del movimento politico fanno sacrifici enormi di lavoro per strappare alla zolla ed al clima i magri raccolti che mai sollevano la generale miseria".

La sua grave responsabilità, secondo il giornale, è di aver troppo degradato, davanti a Gronchi, la nostra regione. In contraddizione con il suo stile di vita, Catenacci avrebbe dovuto nascondere, sotto belle parole, la dura e speciale verità, come se nascondere la realtà contribuisca a renderla meno sconcertante.

Concludiamo con le sue nobili parole, sempre su Rinascita: "Giratela questa nostra Italia, e non fermatevi nelle città. Scalate i monti, scendete nelle valli dei fiumi, conversate con i contadini, con gli operai, e specialmente con la natura nostra rude. Ma soprattutto, amatela questa nostra terra, e sposate sempre la verità. E nella verità vi è tutto l'ardore del mio dinamismo, e della speranza di vedere migliorate le nostre genti".






6. Catenacci ingegnere


È difficile dire in modo univoco quale sia stata la personalità di Giuseppe Catenacci, piuttosto poliedrica per le numerose attività, che lo hanno visto impegnato intensamente per tutta la vita. Egli, che è contemporaneamente ingegnere, professore, poeta, storico, scrittore, politico, sfugge a qualsiasi classificazione, è lo stesso in ogni manifestazione del suo operare, un tipo originale, un protestatario, che non si uniforma alla mentalità comune.

È, di conseguenza, contro corrente anche nella scelta dell'indirizzo dei suoi studi.

I nostri paesi del meridione hanno sempre indirizzato il maggior numero di giovani allo studio della cultura umanistica, allo studio della medicina, per cui i dottori in utroque iure, i medici, i notai, gli speziali sono stati da sempre gli intellettuali che hanno governato la vita dei nostri paesi. Catenacci, invece, superando le perplessità del padre e le meraviglie degli amici, trascura la prospettiva di una posizione tranquilla e si iscrive alla facoltà di Ingegneria presso il Politecnico di Napoli.

Anche se nella vita conserverà sempre una tendenza per gli studi letterari e in modo particolare per la storia romana e locale, intuisce che nella nostra regione è di improrogabile necessità la presenza di tecnici per cercare di affrontare e risolvere i secolari problemi di emarginazione. La sua scelta del domani è pertanto ponderata, non casuale. E, nonostante sia costretto ad interrompere gli studi, per la sua partecipazione alla guerra mondiale, si laurea brillantemente il 2 maggio 1921.

Da poco laureato si mette in evidenza molto presto con un suo articolo, apparso su Voci Lucane, settimanale di Potenza, nel 1923, che provoca l'ammirazione di tutti e, in modo particolare, quella di Giustino Fortunato. L'articolo riguarda la manutenzione delle strade provinciali ed avanza delle proposte, adeguate al sistema viario di quei tempi, rapportato ad una regione impervia, come è la nostra, ed è apprezzato per la sua concretezza e il valore critico. Infatti il giovane Catenacci, con toni sinceri e convincenti, contesta i progetti faraonici del tempo, miranti alla costruzione di grosse arterie, che contribuirebbero sì alla soluzione del problema della viabilità nella regione, però sottraendo finanziamenti urgenti alla riattivazione e alla manutenzione delle strade già esistenti, che necessitano di rinforzi ai ponti lesionati, di risistemazione delle scarpate franate, di rifacimento del fondo stradale. Tutti problemi, alla cui soluzione egli stesso, nell'articolo, non manca di dare utili e validi suggerimenti tecnici.

Questo articolo, come abbiamo avuto modo di dire, desta l'interesse di Giustino Fortunato per il giovane ingegnere rionerese suo compaesano, e dà inizio a quella corrispondenza avanti analizzata.

La laurea in ingegneria consente al Catenacci non solo l'esercizio della libera professione, ma anche l'insegnamento di Topografia e Costruzione presso gli Istituti Tecnici, sebbene l'una e l'altra attività ben presto vengano ostacolate dalle autorità fasciste locali, che non hanno dimenticato la partecipazione del Catenacci alla lista di opposizione nelle elezioni del 1923.

Come professore di Topografia insegna a Melfi, momentaneamente ad Ancona, quindi di nuovo a Melfi. Si mette subito in evidenza non solo per le sue doti di insegnante, ma soprattutto per l'ascendente esercitato sui suoi giovani alunni, che vedono in lui il padre e l'amico più che il professore. Ancora oggi, molti tecnici della nostra zona ricordano di aver avuto in Catenacci un maestro insuperabile, sempre vicino alle loro difficoltà.

Ma per Giuseppe Catenacci l'insegnamento è una occupazione provvisoria. Nonostante le continue pressioni, avanti citate, di Giustino Fortunato, affinché la sola ed unica occupazione del giovane rionerese sia quella dell'insegnamento, fuori della Basilicata possibilmente, Catenacci mira sempre alla professione di ingegnere. E, fin tanto che insegna, la esercita solo gratuitamente al servizio di amici e soprattutto della pubblica utilità, tanto da meritarsi l'appellativo di “impenitente donatore di lavoro".

Questa generosità è confermata da molte circostanze. È il caso del 1930, allorché, in occasione del terremoto, egli offre gratuitamente la sua disponibilità a tutti quelli che vogliono servirsi della sua competenza. I restauri di molti edifici pubblici vengono diretti da lui, sia a Rionero che nei paesi vicini.

In questa occasione si ricorda il suo qualificante intervento per salvare la cupola della Chiesa Madre di Rionero, gravemente danneggiata dal sisma. L'Ufficio Tecnico del Genio Civile, costretto dall'urgenza del momento e dal numero di perizie necessarie da presentare in breve tempo, non pondera bene la situazione statica della cupola, per cui stabilisce la demolizione della stessa e dei suoi organi di sostegno e quindi la successiva ricostruzione. La spesa è garantita dallo Stato al 50 per cento; ma la seconda metà è sempre una somma rilevante e, data la situazione di emergenza, difficile da reperire. Catenacci intuisce il pericolo che, una volta demolita la cupola, chi sa quanto tempo questa avrebbe dovuto attendere per riprendere a svettare nel cielo di Rionero.

Dopo un accurato ed approfondito studio, l'ingegnere offre gratuitamente la sua opera, presenta una proposta, che, dopo attento esame dei tecnici, viene approvata. Contribuiscono a coprire le spese la vendita delle impalcature che erano di proprietà del Vaticano, il sussidio dello Stato e il generoso, come sempre, contributo dei fedeli rioneresi, sensibili alle necessità della chiesa della loro città. In tal modo, la sua competenza e la sua generosità rendono possibile l'opera e ridanno coraggio e forze agli abitanti di Rionero, che, stimolati dalla rinata cupola, si sentono impegnati a non arrendersi alla fatalità.

In quella stessa occasione egli studia i progetti per la ricostruzione della Cattedrale di Rapolla, dell'asilo di Barile, della Chiesa della SS. Annunziata di Rionero, dell'orfanotrofio dell'ex casa Corona di Rionero (lavoro affidatogli da Giustino Fortunato), del pubblico lavatoio e della croce del Vulture, tanto cara a lui, perché legata a nostalgici ricordi della sua fanciullezza. Il 1° agosto 1936 presenta (ma la cosa non va a buon fine) il progetto di ricostruzione della chiesa di Caravaggio, distrutta dal terremoto del 1930, da farsi sul suolo del Piano Regolatore, dove attualmente è sita la Casa della Gioventù. Il fabbricato sarebbe stato costituito, oltre che dalla chiesa, da un piccolo ospedale e da due terrazze per convalescenti. Alla spesa prevista di £ 160.365,02 si sarebbe provveduto con il sussidio dello Stato e con i fondi della Confraternita di Caravaggio.

Anche se Catenacci è da poco laureato, senza il bagaglio di una lunga esperienza, Giustino Fortunato ne ha tanta stima che lo vuole suo tecnico e gli affida la direzione di tutti i lavori che si vanno realizzando nella sua proprietà terriera e, dopo il terremoto, anche le riparazioni della sua casa natia. Durante il corso dei lavori di ampliamento dei fabbricati colonici e di bonifica della tenuta Pantanella, in territorio di Canosa, che sta dirigendo Catenacci, Giustino Fortunato gli chiede di approntare anche una monografia tecnica, soprattutto per ciò che riguarda l’incanalamento delle acque, che sono causa di malaria, perché stagnanti nelle marane. Queste sono degli acquitrini di qualche decina di metri di larghezza che, per vari chilometri, sulla strada Canosa-Lavello, sono da lungo tempo all'origine della malaria e perciò sono assolutamente da eliminare per bonificare i terreni.

La monografia, già pronta, non viene pubblicata perché il comprensorio della bonifica viene esteso anche al torrente Locone, affluente dell'Ofanto. Inoltre il protrarsi dei lavori e le complicazioni che seguono accentuano ulteriormente la malattia di Giustino Fortunato, che, nonostante tutto, continua da lontano a guidare il giovane ingegnere, suggerisce modifiche, chiede chiarimenti su un progetto da lui non condiviso appieno.

Ecco quanto gli scrive in proposito il Fortunato: "Bada, nessuno più di me ha la certezza della follia bonificatrice dell'arido Mezzogiorno. Mah! Il torto tuo e di Gennaro e di Peppino Di Lonardo è quello di credere, che la folle, stupida idea del Locone non attecchirà. Vi ingannate. Non sapete chi è colui che l'ha voluta e la vuole, chi l'ha suffragata e suffraga dell'opera sua. Tu sta’ pronto a mettere mano alla Pantanella: tocca a noi dar l'esempio di opera realmente bonificatrice, a proprie spese, e ... non alle spese e alle spalle altrui"58. E ancora: "Scrivo a Roma per farti aver copia del N. del 10 corrente mese della Tribuna, dove è un articolo su la bonifica del Locone. In esso articolo è parola de’ canali in muratura (!) per le marane de' fondi della Pantanella, tra’ quali fondi il "Comprensorio" non incluse, oh, no!, il nostro; "comprensorio" fatto prima che noi avessimo messo mano al lavoro di bonifica. Te ne fo aver copia, perché sappia del preciso intento loro, circa le marane ofantine"59.

Il Fortunato è molto legato alla buona riuscita dell'opera e continua ad insistere. "In primis, nessuna tavoletta di marmo, che ricordi il mio nome. Poi, puoi e devi giudicare che la marana era frutto de' "fontanili", e questi delle varie discendenti tavole di tufo impermeabili, che degradano dagli altipiani murgesi all'Ofanto. Sissignore, hai carta libera a scrivere. Ma devi essere arcisicuro d'ogni tua sillaba, perché la mala gente sarà felice se potrà aggredirti. Intanto, toglimi un dubbio: i tubi sono di cemento, e non di ghisa. Ma il cemento, certo, è più debole della ghisa e, quindi, più frequenti potranno essere e saranno le loro rotture. E' così?"60.

A causa della grande fiducia nelle capacità dell'ingegnere, insiste sul lavoro tecnico da eseguire: "Tu devi pensare soltanto alla relazione, la quale deve essere titolo d'onore per te. Non lunga né enfatica. Ma modello di tecnicismo e di serietà”61. “La quale dee rimaner tecnica, dal solo necessario presupposto topografico de' fontanili: comuni a tutta intera la val d'Ofanto. Basterà tu dica che era pascolo, perché tale sotto vincolo, e a servizio di tutta l'industria delle pecore, giunte, al '60, al numero di 9 mila”62.

Giustino Fortunato ci tiene a rinunziare al sussidio dello Stato, concesso per la bonifica di terreni paludosi, e Catenacci, a sua volta, non vuole accettare il dovuto per la direzione dei lavori. È una gara meravigliosa di altruismo e di generosità fra due amici, che rinsalda sempre più la loro identità nell'operare.

Nel 1932 Catenacci partecipa ad un Convegno di ingegneri a Messina, per affrontare, dopo il terremoto del 1930, nella città d'Italia più danneggiata dai terremoti, le soluzioni da adottare. Viene vivamente apprezzata la sua brillante conferenza: una disanima sulle cause dei terremoti, sulle diversità dei danni a seconda della differenza delle costruzioni, una critica serrata sugli interventi eseguiti per riparare i danni. Prospetta quindi l'applicazione delle nuove leggi asismiche, dimostrando che si può convivere con il terremoto, quando vengono applicate le nuove tecniche, diverse per le città soggette ai terremoti e per i centri rurali.

Al termine, dopo un fraterno saluto ad altra gente accomunata dal dolore, alle vittime dell'ultimo disastro tellurico del Giappone, così saluta Messina, sventurata e pur tanto nobile città, in un momento in cui si discute e si scruta l'avvenire per salvarsi dalla maggiore delle sciagure umane: "Noi siamo come le rondini, come le formiche, come il ragno, cioè siamo costretti a fabbricare il nostro nido dove passa, con fremiti di morte, il nume distruttore. Costruiamo le nostre case con coscienza e con competenza, non derogando dalla semplicità dei mezzi".

In questi stessi anni, sempre disinteressatamente, progetta la costruzione del "Teatro Combattenti" a Rionero, forte anche della sua carica di presidente della locale sezione dell'Associazione Combattenti e Reduci. Il progetto prevede la costruzione di un'ampia sala con palcoscenico, provvista di numerosi posti a sedere, e la sistemazione della piazza antistante, oggi piazza XX Settembre. Dopo innumerevoli difficoltà di ordine tecnico, specie dopo il terremoto, perché vengono richiesti accorgimenti particolari, riesce a portare a termine l'opera, raccogliendo poi le sue impressioni nel volume Come ho costruito un teatro, che il poeta e drammaturgo Roberto Bracco definisce "una vera miniera di idee, di suggerimenti, di saggezza, di verità, per costruttori di teatri e per costruttori di edifici di ogni genere, con pagine scritte magistralmente. Soltanto dalla provincia ormai sorgono rivelazioni di ingegni superiori".

Catenacci, ingegnere, però non si identifica con il tecnico che sta nel suo studio a realizzare progetti e soddisfare le richieste delle persone. Il suo raggio di azione è soprattutto quello di offrire le sue capacità tecniche al servizio della rinascita della sua zona. Non c'è prospettiva di qualche nuova iniziativa che subito non infiammi il suo animo, non c'è speranza di miglioramento che non lo veda accorrere a dare il suo contributo Quando, per esempio, vengono effettuati nella nostra zona dei sondaggi per ricercare petrolio nel sottosuolo, si prospetta in molti l'illusione di veder finalmente risolto il problema della povertà delle regioni meridionali, con impianti di raffinerie e stabilimenti industriali. Catenacci, che pure si augurava da tanto tempo che quel sogno divenisse realtà concreta, modera i facili ottimismi e invita alla prudenza: "I meridionali sono dei grandi sognatori ad occhi aperti", commenta Catenacci, e, purtroppo, i risultati negativi delle perforazioni gli danno ragione. "In questa Italia meridionale – afferma ancora amaramente – pare che tutto debba fallire per l'ineluttabilità del fato".

Cerca allora di dare dei suggerimenti più rapportati alla realtà geografica della nostra terra. Data la mancanza di materie prime del nostro Mezzogiorno, potrebbe essere prospettiva più concreta la ricerca di soffioni vulcanici, che garantirebbero l'energia a buon mercato, elemento indispensabile per qualsiasi decollo di un futuro di investimenti industriali.

Nel marzo 1954, partecipa a due convegni, il primo sulle acque, a Bari, il secondo sulla industrializzazione del Mezzogiorno, a Palermo. Tutte le province meridionali, interessate al problema, si ritrovano a Bari per trovare una soluzione alla secolare mancanza di acqua, che ha sempre assillato la sitibonda Puglia. Vengono rilevate le gravi deficienze, da parte del Catenacci, dell'Acquedotto Pugliese, considerato invece da altri molto efficiente. Catenacci evidenzia l'errore di non aver incanalato anche le sorgenti di Cassano Irpino e soprattutto di aver costruito una sola condotta di acqua, fatto che crea gravi problemi, ogni volta che necessita una riparazione. A Palermo invece Catenacci insiste, nel suo intervento, sulla profonda persuasione che il processo di differenziazione tra le due Italie vada sempre più accentuandosi, perché è impossibile fermare il progresso del Nord, ed è utopia decollare per il Sud, che continua a subire l'emarginazione di sempre.

Nel 1956 è presente a Zurigo ad un Convegno Internazionale di ingegneri, dove si discute dell'unione europea. Unico degli ingegneri italiani ad intervenire, e nella propria lingua, è Catenacci. L'apporto delle sue considerazioni è altamente apprezzato. Dopo aver tratteggiato la figura ed il compito dell'ingegnere moderno, Catenacci fa notare che, per superare con maggiori possibilità di riuscita gli ostacoli che si frappongono, per realizzare l'unione degli stati europei, sarebbero più utile gli incontri di ingegneri che di politici. Il linguaggio infatti che usano gli ingegneri, quello della tecnica, è identico in tutte le nazioni, quello invece dei politici, espressione degli interessi nazionali, è molto diversificato, per cui, seguendo la via della politica più difficilmente sarà raggiunto il traguardo dell'unione europea.

È in cantiere la progettazione dell'autostrada Napoli-Bari: una prospettiva affascinante per il nostro Catenacci. Nessuno più di lui può meglio intravedere gli enormi vantaggi legati ad una simile realizzazione. Un'opera determinante per lo sviluppo delle zone che vengono attraversate, le quali zone logicamente possono usufruire dei benefici che una moderna autostrada apporta. Come tecnico e come giornalista interviene con numerosi articoli sui vari quotidiani, di cui è corrispondente. Si discute sul percorso, non sempre disinteressatamente, giacché molti interessi economici sono legati ad un'opera di sì vasta portata. Viene proposta come direttiva la linea Napoli-Salerno-Potenza-Bari. Catenacci nei suoi interventi suggerisce, non solo per campanilismo, il percorso attraverso l'Avellinese, la zona del Vulture, Venosa-Bitonto-Bari, come il più breve e il più naturale. Nel presentare le sue indicazioni, si sofferma a specificare i motivi tecnici, come sempre corredati di chiarificazioni storiche, evidenziando la rivalutazione che sarebbe seguita per la zona archeologica di Venosa.

Vengono riconosciuti, dalle varie redazioni dei giornali, gli argomenti di natura obbiettivamente tecnica, anche se – dicono - "è comprensibile che il nostro egregio collaboratore si faccia appassionato interprete delle legittime aspirazioni della sua regione del Vulture". I contrasti tra le varie province si accentuano, come sempre non prevalgono le ragioni tecniche nelle decisioni che vengono a determinarne la scelta.

Cerca di dare la sua adesione a tutti i convegni, dovunque si svolgano, sempre a sue spese, per apprendere nuove iniziative e soprattutto per far sentire la voce delle nostre terre afflitte da difficoltà di sviluppo tuttora trascurate ed insolute. I suoi interventi sono sempre calati nella nostra realtà, non progetti irrealizzabili, troppo lontani dalle nostre possibilità.

Nel giugno 1959, nell'aula magna dell'Università di Bologna si tiene un Congresso per la protezione della natura, sotto gli auspici della Società emiliana "Pro montibus et silvis". Il giornale Sovranità Popolare manda, come suo rappresentante, il collaboratore Giuseppe Catenacci, anche in qualità di presidente provinciale del Consorzio di bonifica Medio-Ofanto e Marmo. La presenza di Catenacci non è però determinata dalle sue competenze onorifiche, perchè il tema del Congresso è talmente stimolante e da sempre oggetto del suo appassionato amore, che egli vi avrebbe partecipato ugualmente, pur di far sentire la sua voce. Infatti, pugnaci e polemici, ma concreti come sempre, sono gli interventi di Catenacci. Il Ministro della Pubblica Istruzione presenta un panorama roseo ed idilliaco del suolo d'Italia, che è molto vario e bello e quindi deve logicamente attirare le numerose comitive di turisti. Molto più prosaica, ma aderente alla realtà, la replica di Catenacci. Egli denunzia, senza mezzi termini, ai congressisti il degrado geologico dei monti della zona settentrionale della Basilicata, in cui frane continue, l'abbandono dei terreni e l'incontrollata opera di taglio, anche ad opera delle stesse popolazioni, hanno quasi del tutto spogliato vaste zone di terreno, ove prima erano rigogliose estensioni boschive.

Il 15 agosto 1959, dopo trenta anni di lavoro di restauri, finalmente Mons. Domenico Petroni, vescovo di Melfi, può riconsacrare la Cattedrale di Rapolla. I lavori sono stati diretti da Catenacci, che ha dovuto superare difficoltà di finanziamenti, contrasti e vedute diverse sul modo condurre avanti i lavori, data l'importanza storica ed artistica della Cattedrale, specialmente per il restauro del campanile. Alla cerimonia dell'inaugurazione il parroco don Antonio Chiaromonte esige la presenza di Catenacci, direttore e animatore instancabile dei lavori.

Del 1961 è l'ultimo intervento di rilievo dell'ingegnere. La maestosa Croce che svetta sul monte Vulture, a lui tanto cara, a causa di una violenta tempesta, crolla rovinosamente. Catenacci non può risalire la sua montagna senza la protezione della Croce: si sente subito impegnato personalmente per la riparazione, scrive articoli sui giornali, pubblica un opuscolo e lancia un appello per la immediata ricostruzione .

La croce caduta era opera dell'ingegnere Donato Di Muro, con basamento in pietra vulcanica alto m. 7,25, e con una croce con traliccio di ferro, alta m. 10. Catenacci apporta delle modifiche con un nuovo progetto, di 70 centimetri più alto. Il traliccio viene eseguito da una ferriera di Pordenone. Dopo un anno dall'appello, Catenacci con grande gioia può annunziare alla stampa: " La Croce del Vulture è risorta".

Per il resto della sua vita può dedicarsi con maggiore calma e serenità ai suoi prediletti studi della storia e delle antichità della Basilicata.

È da mettere in evidenza che l'ingegnere Catenacci, anche se vive nel "natio borgo selvaggio", secondo l'amara espressione di Fortunato, è alle continua ricerca di migliorarsi nella sua competenza. Nei paesi della nostra zona, specie in quei tempi, era facile adagiarsi nelle conoscenze acquisite nella scuola, senza stimoli ad approfondire e allargare gli orizzonti, confrontandosi con le novità e le esperienze degli altri. Questo appiattimento era possibile nella scuola, in modo particolare, ma anche nell'esercizio della libera professione. Catenacci invece è sempre aggiornato, tanto da poter dire una sua parola saggia e competente sui più svariati problemi tecnici, riguardanti la nostra zona; segue con interesse l'evolversi delle nuove acquisizioni, partecipa a molti congressi dove porta le sue proposte ed ascolta quelle degli altri.

Purtroppo molti di quei problemi, che Catenacci aveva compreso a fondo e per i quali aveva indicato la giusta soluzione, attendono ancora.

























7. Catenacci pubblicista


Per comprendere appieno la figura dell'ingegnere Catenacci e la sua intensa attività di giornalista e di scrittore, è necessario conoscere l'epoca in cui ha operato, tenendo presenti le tappe più significative della sua vita.

Nella Basilicata, nei primi decenni del secolo scorso in particolare, vi è stata una grande fioritura di giornali a carattere locale e regionale, che testimoniano lo spirito di intraprendenza dei nostri predecessori.

Il ricco archivio di Catenacci conserva numerose copie di giornali rari, in modo particolare i numeri unici di Rionero e dei paesi vicini, molto utili per conoscere la nostra storia.

Assai interessanti, per esempio, sono quelli che attestano il vivace dibattito tra maggioranza e minoranza del Comune di Rionero nel 1910.

Inizia la minoranza con un denso numero unico dell'ottobre, recante il titolo Scena amministrativa, pubblicato per motivare le dimissioni come segno di contestazione alla pubblica amministrazione. Risponde la maggioranza con il numero unico di novembre, il quale, dovendo far luce su tutti gli atti di accusa della minoranza, s'intitolatava La Luce. Evidentemente la luce non è stata sufficiente per diradare le tenebre, giacché la minoranza replica con un terzo numero unico del 24 dicembre 1910, dal titolo Luce o tenebre?. Da ciò risulta un modo veramente democratico di come fare politica amministrativa attraverso la stampa.

In quel periodo emergeva nella nostra regione il giornale La Basilicata, quotidiano politico di Potenza, fondato nel 1918. Nel 1923 un numero speciale è dedicato alla commemorazione alla Camera del deputato Francesco Perrone; su un altro numero le notizie dell'arresto di Catenacci e i risultati delle elezioni amministrative a Rionero in Vulture.

Catenacci, così, ha avuto modo nelle sua gioventù di conoscere questo proliferare di lotta giornalistica e di sentirne l'influenza.

Il 10 gennaio 1923 inizia le pubblicazioni un nuovo settimanale di Potenza, Voci Lucane. Sarà su questo giornale che avrà inizio l'attività di giornalista e di scrittore di Catenacci, che, laureato da poco in ingegneria, tratta argomenti specifici della sua competenza. Il suo primo articolo è “Manutenzione stradale in Basilicata", in cui espone una serie di critiche costruttive sull'argomento, con conseguenti acute proposte.

È talmente positivo e valido il suo articolo che suscita l'interesse di Giustino Fortunato (a cui nulla sfuggiva di quanto si scriveva della sua terra) e ne provoca l'amicizia. In una risposta, qualche mese dopo la pubblicazione dell'articolo, ad una lettera di Catenacci, l'anziano parlamentare rionerese, ammirando lo stile della lettera, quasi preconizzando la futura vocazione di scrittore, risponde: "E tu, che un giorno più dell'altro mi riesci caro, - per esempio da questa tua lettera mi avveggo quale eletto scrittore tu sia..."63.

Il secondo articolo, sempre sullo stesso giornale, è "Ingegneri e Muratori in Basilicata", in risposta ad un tale Giuseppe De Stefano che aveva criticato la sua opera professionale.

Offre la sua collaborazione, sempre nel 1923, al giornale La Rivoluzione liberale di Torino, su un numero del quale vi è un poderoso articolo di Natalino Sapegno su Giustino Fortunato con una antologia di pensieri dello stesso Fortunato.

Le ben note vicende politiche di quegli anni, in cui è coinvolto, gli impediscono di scrivere per manifestare le sue idee.

In un suo discorso, inedito, tenuto nel 1929 nell'Istituto Tecnico di Melfi, in occasione della festa dell'albero, si notano accenti ed espressioni che fanno intravedere il futuro poeta. "Parlare dell'albero in Basilicata vuol dire gridare e sempre più gridare alla necessità del bosco... L'albero selvaggio, imponente esempio di bellezza e di fiera indipendenza, è per la Basilicata una necessità economica oltre che geologica. Torni Lagopesole, con a cavaliere il castello, torni ad essere la foresta che fu una volta la caccia riservata di Federico II... Tornino a vegetare le difese di Armatiera, di Montesirico, di Monte Caruso, di Forenza, di San Cataldo, di Banzi, di Acerenza ... Ritorni a vegetare il famoso nostro bosco di Monticchio ... Quanta ricchezza, quale vitalità meravigliosa di piante nascono dalla roccia eruttiva, e quale lotta terribile e silenziosa tra i giovani arbusti prepotenti e i vecchi che, marcesciti, ritornano alla terra per dar vita alle piante nascenti e per rinvigorire i giovani. Amiamo l'albero, amiamo la selva, prodigioso tempio dei popoli primitivi e sacro rifugio di serenità dei grandi iniziati dell'umanità ... Amiamolo l'albero col sogno di Faust, amiamo l'albero, tempio in cui vivono armoniosamente cento vite, in cui gli insetti danzano allegramente nell'ultimo raggio di sole, dimora aerea di mille uccelli che animano i rami con frenetico saltellare e col garrulo cinguettare; tempio sotto la cui volta brulica la vita del suolo e sotto cui si rivela l'intima sacra e possente forza della natura"

L'attaccamento alla sua terra sarà la costante di tutti i suoi scritti. Nell'opuscolo sul "Monumento ai Caduti", esalta la Lucania, "cenerentola d'Italia", ma la più generosa, che con i suoi soldati si è sacrificata senza chiedere compenso, come sempre ha fatto questa povera terra di Basilicata, "dalle valli funestate dalla malaria e dai paesetti appollaiati sulle vette dei monti, come nidi d'uccelli solitari ed estranei al consorzio umano". Unico vantaggio – fa rilevare – per i nostri contadini, in guerra, l'aver girato l'Italia per ricredersi che la patria non è solo il paese di origine.

Altre due pubblicazioni sono di questo periodo, quella del discorso d'inaugurazione dell'anno scolastico a Melfi, nel quale vuol far emergere l'importanza della scuola, che deve preparare i giovani alla vita e ad inserirsi nella società, senza chiudersi nel campanilismo del paese o della nazione. Ai giovani dice: "Chi si è formato una coscienza, attraverso il sacrificio dello studio, non temerà le lotte della vita. ... Dobbiamo educarci alla scuola del dovere, il quale sentimento deve essere superiore a tutte le vanità".

L'altra pubblicazione è per un debito verso il suo maestro Giustino Fortunato, per esaltare la figura dell'apostolo della Questione Meridionale.

Al termine della seconda guerra mondiale inizierà la sua frenetica produzione di giornalista e di scrittore.

Giornalista pubblicista, iscritto all'Albo dell'Associazione nazionale con tessera n° 4978 della sezione di Bari, Catenacci è direttore responsabile del mensile La sveglia lucana, è corrispondente di numerosi quotidiani e settimanali regionali e nazionali fra cui Voce del Popolo, La Gazzetta, Il Mattino, Il Tempo, Roma, Sovranità Popolare, Rinascita, Momento Sera, Il Giornale d'Italia, Il Popolo di Lucania, Libertà e Lavoro, L'Ordine, La Famiglia Lucana, Terra Lucana, ecc.

Le doti di spontanea intuizione dell'argomento da affrontare, la versatilità nello scrivere con stile piano ed immediato fanno degli articoli di Catenacci, oltre ad una fonte interessante di notizie, anche una godibile lettura. Una caratteristica che emerge dalle sue pubblicazioni è che non scrive mai per esibizione di cultura, per perseguire fama e notorietà di scrittore.

In un articolo nel 1945 su Rinascita espone chiaramente il suo pensiero sulle caratteristiche specifiche che deve possedere il giornalista (opinione che poi mi ripeteva più volte nel corso delle nostre frequenti conversazioni e corrispondenze): "Il giornalismo dovrebbe essere una palestra nobilissima per l'educazione delle masse: Ma, usato a scopo demagogico, e peggio ancora, diffamatorio, è l'arma più adatta per pervertire le coscienze. E poiché mi sono proposto di lottare a fine di portare il mio piccolo contributo per l'aiuto materiale e più ancora morale della gente della mia terra, eccomi ancora una volta sulla palestra del giornalismo, per mettere in chiara evidenza la verità".

È un programma al quale si attiene per tutta la vita: far conoscere a tutti i disagi della "gente sana" della sua terra, perché vengano affrontati e risolti.

La sua produzione giornalistica è assai vasta, perché egli interviene a ritmo continuo sui vari giornali su qualsiasi argomento, anche se non di sua stretta competenza, pur di far sentire la voce della sua terra.

In una serie di articoli su L'Ordine, periodico di Potenza, su “Il mezzogiorno d'Italia visto dall'alto di un santuario", vi è quasi un'anticipazione del libro Ascensioni. Infatti, dal Santuario di Santa Maria di Pierno egli abbraccia con lo sguardo il vasto orizzonte che descrive, con la sua bellezza ed anche con le sue desolanti visioni di miseria: "La visuale a nord e a est è come un immenso anfiteatro con il cono vulcanico del Vulture. Panorama biblico di anacoreti e di pensatori, immalinconiti dalla schiacciante potenza della natura e del suo Creatore, ma anche panorama giallo di stoppie, di crete dilavate e di torrenti rapidissimi". Quindi, una descrizione delle folle che, tre volte l'anno, il 1° maggio, il 15 agosto e l'8 settembre, salgono sul monte a venerare la Madonna.

Nel descrivere le sue ascensioni, l'occhio indagatore dello scrittore osserva e nota particolari interessanti. Quando, con tre amici, scruta il Vulturino, per rendere più realistiche le condizioni di vita degli abitanti di quei luoghi, fa risaltare la meraviglia e la curiosità delle persone, che non sanno spiegarsi la presenza di quattro forestieri "turisti", che salgono sulla montagna solo per scoprire le meravigliose bellezze dei loro monti, mentre da loro quei monti sono visti soltanto nella dura realtà del faticoso quotidiano lavoro, e non in un alone poetico e turistico.

Degni di nota sono una serie di articoli su Rinascita, trimestrale della democrazia per la Basilicata, su "I contadini e i capitali alla terra". È l’annoso problema, mai risolto, della nostra terra, che, “geologicamente e climaticamente tra le più disgraziate del mondo, stanca di produrre da secoli e secoli, ci è ingrata”.

Il 1954 è l'anno di inizio della sua più intensa produzione di giornalista e di scrittore. Pubblica una voluminosa raccolta di suoi studi Cristo si è mosso ... ma non per noi, alcuni dei quali già apparsi su giornali e riviste, che racchiude il tormento di Catenacci: La coscienza critica dell'autore e la sua sensibilità vorrebbero solo ricordare quegli ambienti, quelle usanze, che invece sono ancora un'amara realtà, un quadro di sconcertante desolazione. Nello stesso titolo, però, egli ha voluto racchiudere la sua costante speranza e la sua fiducia sconfinata che la rinascita della sua terra doveva essere frutto della capacità degli stessi abitanti, impegnati a conoscere profondamente i propri problemi e a trovare le adeguate soluzioni, senza attendere ancora inutilmente leggi e provvedimenti.

La rudezza della critica e il verismo accorato delle sue prove però nascondono la sua sofferenza di dover presentare situazioni che è costretto a dire, ma che, nell'intimo del suo cuore, vorrebbe che non fossero più di attualità.

Molte delle situazioni esposte sono oggi certamente superate, ma le osservazioni, le critiche approfondite dei problemi, la spontanea freschezza del suo parlare sono indirizzate a raggiungere un fine sempre nobile, seppure il suo animo esacerbato e il suo attaccamento sofferto emergano continuamente dai suoi scritti. C'è tutto il dramma della Questione Meridionale, la necessità di migliorare le condizioni di vita dei contadini, denunziando le colpe dei responsabili.

Le scuole, il turismo, le ricerche, il sottosuolo, l'utilizzazione delle acque dell'Ofanto sono argomenti di sua stretta competenza, frutto dei suoi studi accurati e diligenti.

Fedele alla sua vocazione di giornalista libero, sempre nel 1954, insieme all'avv. Giuseppe Valente di Venosa e ad altri giornalisti, dà vita al settimanale Sovranità Popolare, voce del Partito Italiano del Lavoro.

A spingerlo in tale nuova iniziativa è la fede nella libertà e nella democrazia. Preoccupato per uno stato di quietismo, nel dilagare della corruttela, si muove per nuove battaglie civili. Nella lettera che scrive ai corregionali di Basilicata afferma: "Voi avete urgentemente bisogno di una classe dirigente selezionata. … Il giornale è oggi una piccola fiamma. Incendierà domani le coscienze degli uomini liberi italiani, i quali sono stanchi dell'aurea superficialità dei capi improvvisati".

Nei suoi numerosi articoli sul problema del Mezzogiorno, Catenacci allarga l’orizzonte delle sue indagini alle altre regioni d’Italia con confronti sagaci ed intelligenti. Partendo dalla considerazione che la depressione economica è di tutti i paesi del bacino del Mediterraneo, senza dare adito a pessimismi di maniera, insiste perché si abbiano finalmente idee chiare sul problema. Prospetta soluzioni di concreta possibilità ed auspica una politica tendente a risollevare le sorti dell'intero paese, ma in particolare del Mezzogiorno. Perciò propugna la necessità di uno snellimento della burocrazia e di una rigorosa selezione della classe dirigente. "A coltivare i campi - sostiene - ci vogliono gli agricoltori, a costruire le case i muratori, a fare la felicità dei popoli occorrono i saggi amministratori".

È molto difficile seguire tutta la sua vasta partecipazione a tanti giornali. Ci si chiede soltanto come trovasse la forza e il tempo per poter assolvere e portare avanti tanti impegni.

Nel 1955 alcuni studenti delle ultime classi dell'Istituto Magistrale di Rionero in Vulture (ed io fra questi) diedero vita al periodico Il Rastrello. Dietro invito del direttore Franco Bochicchio, fratello della ormai famosa Gianna Bochicchio Schelotto, Catenacci con entusiasmo assicurò la sua collaborazione "con la voglia matta - come scrisse - di dare picconate su picconate alle credenze comuni".

Interviene diverse volte sulla progettazione dell'autostrada Napoli-Bari, assicurando di aver fatto il suo dovere di tecnico e di giornalista nell'esporre i criteri della soluzione, senza lasciarsi guidare da sentimenti campanilistici. Prospetta però l'eventualità, che poi sarà realtà, che vi siano altre componenti che determineranno l'ultima decisione.

Con energia cerca di riportare alla calma i drammatici avvenimenti di Rionero, nel periodo della lotta con Melfi, in seguito alla costituzione dei vicariati di Spoleto e di Melfi. Purtroppo la cronaca di un paese entra di prepotenza nel quadro della storia nazionale e Catenacci, con i suoi articoli richiama alla propria responsabilità quelli che sono alla guida del paese, perché non stiano a prendere decisioni, le cui conseguenze non sanno valutare.

Crolla la croce del Vulture e i suoi articoli sono determinanti ad accelerare i tempi della ricostruzione.

Muore l'amico Nicola Mennella e, per l’occasione, scrive un opuscoletto, in cui affiora la profonda sensibilità del suo animo: "Non temo la morte, il silenzio armonico dei cipressi ed il culto dei trapassati mi chiama al raccoglimento e al disprezzo delle insane passioni umane".

Nei suoi ultimi interventi sulla politica, profonde ogni energia, senza risparmi. Dà alle stampe i suoi opuscoli, "perché il pubblico sappia di quante cure e sacrifici è fatta la carica sia pure non importante di consigliere provinciale di una regione povera".

Nelle sue pubblicazioni di storia continuamente evidenzia il divario tra Nord e Sud,

perchè alle regioni meridionali è toccata la grande sventura di non aver potuto decidere per proprio conto, ma di aver dovuto accettare quello che altri e le situazioni imponevano"; "Sempre sfortunato il Mezzogiorno! ... Cambiano le dinastie, ma il risultato è sempre il nostro sfruttamento. Ed è logico: nessun cambio di guardia è avvenuto per forza nostra!".

Continuamente richiama l'attenzione su Monticchio, sull'incomparabile bellezza dei suoi laghi e sulla mancanza di un piano che li rivaluti appieno. Su Famiglia Lucana, è famoso il suo articolo “Monticchio, la Tebaide del Turismo Italiano": le sue considerazioni di allora in gran parte sono ancora di attualità.

Vi sono ancora nell'archivio Catenacci molti articoli inediti, alcuni dei quali pubblicati negli anni scorsi sul Giornale della Comunità Parrocchiale della parrocchia del S.S. Sacramento di Rionero in Vulture, sui più svariati argomenti e curiosità. Così, in un articolo sulla "Toponomastica di Roma" trova nel rione di Monte Sacro della Capitale, Piazza Monte Vulture e Via Rionero. Questa denominazione paesana è dovuta all'avv. rionerese Antonio Castelli, trasferito a Roma nel Ministero della Pubblica Istruzione, che nella capitale ha voluto un po’ di Rionero. E il concittadino Ubaldo Mottolese si reca nel cinema di Piazza Vulture, lontano da casa sua, pur di sentirsi rionerese a Roma.

Ancora, sempre nel ricco archivio vi sono moltissime novelle: "I debiti li pagherà la Madonna", "Rincinedda", "Le scommesse del prepotente", "La riserva di calore", "San Pietro giudice", "Due mondi", "La fortezza e la mala sorte", "Delitto d'amore", "Caino", "Notte di sangue", e tante altre.

Sintetizza, in un intervento su Il Mattino, in risposta a un corrispondente romano che critica il suo programma di Presidente del Comitato intercomunale, come ha inteso svolgere la sua missione di giornalista: "... gridiamo sulle piazze, scriviamo sui giornali e sui muri, nella speranza che il popolo si svegli e ci senta, e che più ancora ci sentano coloro che stanno in alto, ed hanno il dovere di venire incontro alle necessità della nostra terra”. E, a conclusione, lo ringrazia del titolo di "sorvegliante" a lui gratuitamente regalato. Sorvegliante della cosa pubblica e delle strade ferrate? Così fosse possibile fare da sorveglianti intransigenti, dove si amministra il denaro pubblico! Gli Italiani non hanno fama di essere troppo severi con se stessi, nell'amministrare la cosa pubblica. "Io m'illudo almeno di fare il cane che abbaia per le stampe, se non per le strade. E ne sono fiero".

Anche se molto spesso non veniva ascoltata la sua voce, per il coraggio di dire sempre la verità, non è mai venuto meno a questo suo compito di sentinella vigile, che ha fatto conoscere a tutti la realtà dei nostri paesi, non con il pessimismo amaro di Giustino Fortunato, ma con la nascosta speranza che presto divenisse realtà il sogno di benessere e di rinascita economica, morale e sociale.

Questo, pur se per sommi capi, fu il giornalista e lo scrittore attento alle cose della sua terra, ansioso di dare il suo contributo di idee e anche di azioni, assolutamente autonomo nei suoi giudizi e nelle iniziative.

Una lezione certamente per quanti operano nel settore della carta stampata.






























8. Catenacci storico


Il rapporto maestro-discepolo tra Giustino Fortunato e Catenacci si esalta in modo particolare nella comune passione per la storia. Gli stessi interessi che avevano stimolato Giustino Fortunato storico si ritrovano in Catenacci. Questi riprende, rianalizza, aggiunge considerazioni personali a molte vicende storiche trattate dal Fortunato nelle sue monografie sulla valle di Vitalba; più propriamente si sforza di presentare una rielaborazione letteraria di quelle opere, dato che della documentatissima e rigorosa impostazione storica del Fortunato non c'è traccia alcuna nelle pubblicazioni di Catenacci.

La sua opera di scrittore di storia è di getto, frutto della impulsività che gli è congeniale; non sempre i suoi scritti sono avvalorati con ricerche di biblioteca, ritenute in certo qual modo inutili, non perché si tratta di cose già scritte dagli altri, ma nel senso che non fornivano argomenti nuovi per arricchire la storia della sua terra.

Catenacci ha dedicato molto del suo tempo alla ricerca di cimeli storici, che potessero avvalorare testimonianze concrete della presenza romana nella nostra zona. Su ogni personaggio, su ogni reperto storico, su ogni avvenimento remoto o recente della regione del Vulture, egli ha voluto dire la sua opinione, ha voluto dare una sua interpretazione personale.

È affascinato dalle poche vestigia romane, reperibili nella nostra zona, non certo ricca di testimonianze del passato, come altre zone della stessa Basilicata e soprattutto delle altre regioni d'Italia, per questo oggetto di invidia da parte sua. Egli ritorna frequentemente sui luoghi dove la storia ha lasciato tracce e mette tutta la sua passione per evidenziarne l'importanza.

Si serve di numeri unici, articoli, conferenze, pubblicazioni, di tutti i mezzi a disposizione per richiamare l'attenzione degli archeologi su Venosa romana, le catacombe ebraiche di Venosa, Canosa romana, i luoghi della battaglia di Canne, i sarcofaghi di Atella e di Melfi, il viadotto romano sulla fiumara di Ripacandida.

Non vuole però restare ancorato al solo passato, per cui la sua attenzione di storico non si limita unicamente al periodo romano e medioevale, ma si avvicina ai tempi più recenti, in modo particolare a quegli avvenimenti nei quali vi siano interessate persone della nostra zona, come la rivoluzione del 1799, in cui perse la vita il carmelitano rionerese Michele Granata.

È talmente appassionato della storia che ogni suo scritto, qualsiasi argomento tratti, reca in premessa una parte storica. Quando, per esempio, scrive del Teatro Combattenti di Rionero, per la realizzazione del quale ha dato il suo contributo di progettista e di direttore dei lavori, subito tratta della funzione e del valore del teatro in relazione ad epoche e paesi diversi. Fa notare come, sia nella Grecia antica che nella Roma dell'ultimo tempo della repubblica, venivano rappresentati negli immensi anfiteatri spettacoli gratuiti per istruire in certo qual modo le folle, ma specialmente per tenerle calme e tranquille. Viene quindi evidenziato il diverso uso della forza del teatro, lungo il corso dei secoli, fino alle folle oceaniche, durante i regimi dittatoriali, ammassate nei grandi Circhi, per far dimenticare con la grandiosità dell’apparato il vuoto dei contenuti.

Si evidenzia questo suo continuo richiamarsi alla storia, quando descrive le Ascensioni sul Volturno e sui monti Lattari: vi inserisce continuamente riferimenti storici, che hanno interessato i luoghi che percorre e tutte le città che si presentano al suo sguardo, nell'orizzonte che abbraccia dall'alto delle cime dei monti, annotazioni mitologiche, considerazioni di carattere sociale sulle condizioni di vita degli abitanti di quei luoghi, giudizi non lusinghieri sulla potenza della repubblica marinara di Amalfi, considerazioni sul governo fascista che fa della Lucania terra di confino, constatazioni sulla spaventosa miseria dei contadini dei paesi che attraversa, Abriola, Albano di Lucania, Calvello.

Forse le numerose citazioni di storia e di mitologia appesantiscono un po’ la meravigliosa bellezza degli squarci poetici delle sue considerazioni. Quando raggiunge la cima del Vulturino, esclama: "Non possiamo non ammirare questi incanti che lo scultore dell'universo, il sole, ci prepara ad ogni passo ed ad ogni svolta della strada"; "lassù non è il regno della violenza, ma il richiamo alla pace tra gli uomini".

Poesia e storia si fondono: dopo la poesia, la passione per la storia è certamente la più sentita. È grande il suo cruccio, quando si reca in un posto per visitare le antichità esistenti, ma non può accedervi perché molto spesso l'ingresso è impedito da cumuli di macerie. Le sue recriminazioni più frequenti sono con l'amico Emanuele Lauridia di Venosa, perché non ha potuto studiare le catacombe, a causa del terreno franato.

Quando viene richiesta la sua collaborazione, subito è disponibile, anche se tiene ad evidenziare la sua modestia. Risponde infatti ad una proposta che gli viene fatta: "Metto a disposizione delle autorità la mia conoscenza - se non della storia perché storico non sono - dei luoghi per largo raggio intorno al Vulture".

Con la stessa spontaneità con cui afferma di non essere poeta, manifesta i limiti della sua competenza specifica in materia, non però della sua sconfinata passione per la nostra storia.

Quando può accostarsi ad episodi famosi della storia romana con la possibilità di poterli verificare sul luogo dove sono avvenuti, è più costante il suo impegno. Infatti nel suo lavoro del 1968 La battaglia di Canne. Canosa Romana sfilano davanti a noi tutti i protagonisti della vicenda storica. Il paesaggio in cui tale conflitto si svolge è di una bellezza sovrumana. Vediamo davanti al nostro sguardo le legioni di Annibale e dei consoli romani accampati in mille tende dai più vari colori. Le domande che lo storico Catenacci, ben a ragione, si pone sulla identificazione del luogo della battaglia, che nel 216 a.C. mise quasi a terra la potenza di Roma, derivano da un eccessivo scrupolo e sono pienamente giustificate. Sono però lontane e avulse nelle nebbie dell'incertezza, per cui, non si può con sicurezza affermare che questi luoghi abbiano conservato nel tempo la fisionomia caratteristica che avevano, anche perché - e questo sarà sempre il suo lamento - non si stimolano ricerche programmate e capillari su tutta la zona.

Sono, queste ricerche, lavori talmente difficili, che una mente deve essere appassionata per tali studi; esse sono curiosità storiche ed archeologiche, per cui lo studioso non deve meravigliarsi se il popolo è assente e non si lascia trascinare dall'entusiasmo di Catenacci. Questi si lamenta molto spesso del disinteresse dei giovani di oggi verso queste ricerche storiche, ma ne dà una spiegazione. Il tempo attuale, infatti, è più scientifico che storico, per cui la storia è sopraffatta dalla scienza, così come l'uomo di pensiero dall'uomo di azione.

A questa mancanza di interessi supplisce l'impegno di Catenacci; sicché assai importanti risultano il lavoro storico e l'appassionata ricerca dei luoghi e cose che egli fa con spirito di storico e vera abilità di profondo studioso.

Riesce stupendamente quando si ferma a parlare della situazione tattica, strategica e psicologica degli eserciti: ad onta della combattività delle milizie romane, la disparità di situazioni ebbe per conseguenza la vittoria dell'esercito cartaginese, al comando di Annibale.

Dopo aver dato un'inquadratura degli eserciti, Catenacci mostra tutta la sua valentia, e riesce insuperabile nella descrizione degli eventi. Nessuno, meglio di lui, combattente valoroso della grande guerra mondiale, può avere una visione esatta delle cose e dello svolgimento dei fatti.

Giunto a questo punto Catenacci si domanda se i sepolcreti trovati casualmente in contrada Fontanelle, siano le tombe dei tanti romani e cartaginesi caduti a Canne. Poiché il fiume Ofanto nell'estate scorre pigro e senz'acqua nella piana, nelle sue piene alluvionali dovette innalzare di molto il livello della campagna circostante, sì che è scomparsa ogni traccia delle fosse, ove i cadaveri erano stati inumati. Dopo aver ubicato Canne nell'assolato tavoliere pugliese, Catenacci conclude la sua pubblicazione tessendo l'elogio dello sfortunato, ma valoroso esercito romano, che quattordici anni dopo, a Zama, doveva fiaccare definitivamente la potenza cartaginese.

Dobbiamo perciò a Catenacci l'indagine accurata dei luoghi dove si svolsero questi grandi avvenimenti, e dobbiamo alla sua passione di storico se, con questi vagabondaggi meridionali, egli sa suscitare l'interesse storico.

Non è senza motivo far notare che questi studi, in cui Catenacci è particolarmente versato, partono ancora una volta dalla Lucania, terra che ha sempre dato validi ed appassionati studiosi.

Un'altra opera di storia romana molto apprezzata è Venosa romana, sia per l'impegno profuso ad evidenziare tutte le numerose antichità presenti in quella città, sia per stimolare, con la sua pubblicazione, le autorità responsabili, affinché si impegnassero a valorizzare il grande tesoro d'arte romana che purtroppo non era tenuto nella giusta considerazione.

Il 10 agosto 1968, il Commissario straordinario di Venosa, dopo aver preso visione della pubblicazione su Venosa, fa approvare questa delibera, che onora grandemente il nostro Catenacci: "Premesso che l'illustre prof. ing. Giuseppe Catenacci, da Rionero in Vulture, profondo ed appassionato cultore dei problemi che interessano particolarmente la zona del Vulture, ha inteso, dopo minuzioso studio ed approfondite ricerche, curare la pubblicazione "Venosa Romana", che detta pubblicazione, dopo una prima parte di interessante difesa di Orazio, sostenuta con dati e concetti di squisita logica e correttezza, passa alla minuziosa e competentissima e tecnica esposizione di ogni dato afferente ai ruderi delle Terme e dell'Anfiteatro Venosino, con l'indicazione di elementi molto utili e specificativi per sviluppare ulteriori possibilità di ricerche dei resti che stanno a determinare la grandezza di Venosa romana, infine la pubblicazione, fatta con competenza magistrale, dei Fasti Municipali di Venosa. Considerato che la pubblicazione stessa ha un rilevante valore storico e culturale per la città di Venosa e che, pertanto, in primo luogo occorre rivolgere un vivo ringraziamento all'autore per l'attaccamento e per l'interesse manifestato in questioni di alto valore per questa città e di esprimere, nel contempo, più vivo apprezzamento per l'opera realizzata, manifestando all'autore, anche a nome di questa popolazione, il compiacimento per la completezza dell'opera. Di conseguenza si decide per l'acquisto di numerose copie della pubblicazione".

Mentre attende alla pubblicazione di opere storiche più impegnative, non trascura di essere continuamente presente sui vari quotidiani, pubblicando numerosi articoli, che poi raccoglie in volumi.

Tra la vasta produzione storica l'opera più completa e di maggior valore è certamente Il Vulture e la Badia di Monticchio. Il suo attaccamento a Giustino Fortunato e l'appassionato amore per il Vulture e la sua storia sono stati gli stimoli più potenti a guidarlo in questo lavoro. Infatti, ad imitazione del suo maestro, ha voluto ripercorrere in questa pubblicazione la storia della Badia, che costituisce un po’ la storia non solo della regione ma dell'intera Italia meridionale. Dal titolo del libro si potrebbe cadere nell'errore che si tratti di un'opera di interesse regionalistico, ma così non è, perchè attraverso le vicissitudini storiche e burrascose di questa antica Badia, il lettore, curioso dei fatti dell'oscuro medioevo e dell'evo moderno fino all'unità d'Italia, può farsi in breve una idea chiara dei rapporti politici ed effettuali fra Bisanzio e il Papato ed i vari barbari che infestarono a turno con grave calamità le nostre fertili terre.

Molti documenti storici Catenacci ha diligentemente consultato e studiato, ma l'opera che maggiormente lo ha guidato in questo suo nuovo sforzo è stata la storia impegnativa e diligentissima del primo e più illustre meridionalista, Giustino Fortunato. L'importanza dell'opera del Fortunato è nei 71 documenti inediti, che vi sono raccolti: un'ulteriore testimonianza dell'impegno profuso dall'autore in un'opera di ricerca quanto mai profonda ed appassionata, al fine di far luce, con il materiale reperito, sugli avvenimenti che in quel lembo di terra della Basilicata si verificarono, e che costituiscono un capitolo basilare nella storia della regione lucana e del Mezzogiorno.

Da un'analisi disinteressata, e non preconcetta, dei fatti della storia narrati, ci si può facilmente rendere conto che il potere temporale del Papato di allora, che, ancora oggi, per studiosi e politici non certo imparziali, può essere giudicato come un errore della Chiesa Cattolica, fu invece troppo spesso l'unico efficace baluardo di difesa di quella gente, che fu prima fiera di essere civis romanus e che poi decadde alla misera condizione di assoggettata a giovani popoli barbari e primitivi. La gente delle regioni in cui regnava la sovranità temporale del Papato fu in buona parte, per secoli, al riparo delle angherie e delle prepotenze degli invasori.

Le vicende storiche della Badia e degli abitanti dei paesi che la contornano sono comuni a tutti i paesi della nostra Italia, frazionata e divisa per secoli da annosi conflitti di ordine territoriale ed ancora più per gli interessi fiscali, con cui le varie autorità dei tempi andati tassavano spietatamente le povere e misere popolazioni. Anche allora esistevano le beghe personali dei potenti ed anche allora esistevano gli ingranaggi di una burocrazia disumana ed arbitraria, mossa da spietati dominatori.

È un periodo della storia molto denso di contrasti, che prende la mano del nostro autore per una vasta panoramica. Si sofferma infatti Catenacci a considerare il ruolo della Chiesa, che dovette fronteggiare barbari invasori, come i Longobardi, e difendere la terra e i luoghi contornanti i suoi santuari e le sue chiese. La narrazione di queste vicende, fatta in modo breve ma efficace da Catenacci, riesce ad essere interessante appunto perché i casi della detta Badia e delle genti del Vulture ci danno un'idea chiarissima del penoso travaglio politico, economico e storico di tutto il nostro paese, dove i Longobardi lasciarono tracce profonde e per lungo tempo, e specie nell'Italia Meridionale, che essi dominarono con i principati di Benevento e Salerno.

La Badia fu prima un santuario situato in una grotta del Vulture, nella quale, secondo la tradizione, apparve l'Arcangelo Michele, il cui culto venne introdotto dai Longobardi. I monaci Basiliani in questo santuario attendevano a diffonderne la devozione. Successivamente, in conseguenza dell'aspra lotta religiosa tra Bisanzio e Roma, in mezzo ai laghi del Vulture si vennero a stabilire i Benedettini, che rimasero i soli con l'affermazione politica e militare dei Normanni.

Anche in questo periodo, sostiene Catenacci, fu per merito della Chiesa di Roma se il faro della nostra civiltà classica e di cultura non si spense mai nel giro dei lunghi secoli di servaggio e furono salvati e difesi molti di quei monumenti di sapienza dell'antichità, che secoli dopo servirono agli umanisti per aprire la via al periodo d'oro della Rinanscenza, con la quale i popoli vicini, oppressi ed oppressori, entrarono nel corso dell'evo moderno, ricco di promesse per la conquista della libertà e della dignità politica dell'uomo.

Catenacci in questa sua opera manifesta chiaramente tutto il suo amore per il Vulture e per la storia della sua zona.

Proprio questa sua passione per la storia lo porta a girovagare per additare a tutti i tesori d'arte da salvare. A due passi da Melfi, e precisamente sotto l'imbocco della stradetta che dalla provinciale per Rapolla porta al bel cimitero cittadino, esiste una cappella ipogea dedicata a Santa Margherita, una fanciulla che, per aver resistito ai tentativi di seduzione del prefetto romano Ovidio, venne rinchiusa nel carcere e divorata dal drago. Questa tragica storia fu mirabilmente affrescata da un ignoto pittore del 1100. Catenacci, dopo aver narrato la leggenda di Margherita, deplora lo stato pietoso della chiesetta, che è diventata una stalla, fa quindi appello ai cittadini melfitani, civili ed arguti, per un maggior rispetto di questi nostri tesori d'arte.

Dopo aver dedicato per lungo tempo il suo impegno di storico alle ricerche sul periodo romano, Catenacci si cimenta anche su avvenimenti più vicini ai nostri tempi.

Invitato a modellare un busto del martire Michele Granata per la scuola media di Rionero, dedicata al suo nome; Catenacci dalla sua passione di storico è portato a rivivere il burrascoso periodo del 1799, come egli stesso ci dice: "La curiosità storica ispirò il ricercatore a tornare ai tempi passati". Descrive brevemente le drammatiche vicende della repubblica partenopea, soffermandosi logicamente sulle vicende che riguardano il concittadino. Evidenzia il periodo di oscurantismo, durante il quale si diffondevano le idee illuministiche, alle quali anche molti tra lo stesso clero aderirono. Tra il clero di Napoli emerge per la profonda dottrina il carmelitano Michele Granata, professore di matematica all'Accademia Militare della Nunziatella. Nella vita del frate si alternano momenti di onore, di condanna, di carcere. È commissario, nel breve periodo della Repubblica Partenopea, di uno dei sei cantoni in cui è divisa Napoli, quello del Sannazzaro. L'invasione del cardinale Ruffo fa precipitare gli eventi e il martire rionerese sale sul patibolo il 12 dicembre 1799.

Non avendo la storia della nostra regione momenti di fulgido splendore, basta la presenza di un figlio della sua terra in avvenimenti del passato per determinare l'impegno dello storico Catenacci.

Vengono da lui valorizzati ed evidenziati tutti gli episodi, tutti i personaggi, tutti i luoghi che possono aver contribuito a determinare la storia della Lucania ed in particolare della zona del Vulture. Articoli, frutto delle divagazioni storiche, pubblicazioni maturate specialmente nell'ultimo periodo della sua vita, quando, non potendo più continuare nella ricerca, rielabora e dà ordine alle numerose cognizioni accumulate; tutto questo attesta il notevole impegno di Catenacci storico. Lo evidenzia molto bene il suo amico Giuseppe Solimene d Lavello, in una sua lettera per la pubblicazione Cristo si è mosso... ma non per noi: "Ho letto il tuo nuovo lavoro, con viva ammirazione e con diletto e profitto, perché esso colorisce di nostalgico amore l'appassionato tuo tormento per la rinascita di questa nostra terra lucana, che tu segui con desolata contemplazione tra le squallide ruine, tra i rupestri monti, tra le mura dei paesi abbandonati, privi di quelle necessità essenziali per vivere, e ciò perché chi ama la propria terra, la ama non solo nella sua storia, ma anche negli strati profondi della sua vita economica, sociale, geologica. Per questo amore ti sei mutato in un viaggiatore solitario ... viaggi che hanno dato vita a questi studi accurati, nei quali affiorano problemi sociali, osservazioni giudiziose e tecniche, ricerche storiche ed artistiche".

Catenacci non ha scritto di storia solo per amore della sua terra, non l’ha fatto per semplice esibizione di erudizione, ma vi ha inserito calzanti osservazioni, critiche rudi e violente, dettate dall'amore per la sua terra, ha evidenziato situazioni che voleva vedere scomparire, testimonianze incontestabili della sua sofferta partecipazione alle vicende di ieri e di oggi della storia della nostra terra.




















9. Catenacci poeta


Catenacci, storico innamorato della sua terra, che ama come nessuno mai, filantropo che mette a disposizione continuamente le sue capacità professionali di ingegnere per costruzioni e lavori di manutenzione di pubblici edifici, appassionato cultore dell'agricoltura, valido meridionalista e politico, è anche poeta, e poeta elegiaco nel senso antico e moderno dell'accezione.

Egli, uomo di un dinamismo formidabile messo a servizio di attitudini positivamente costruttive, avrebbe potuto benissimo emigrare al Nord o in altre città, in questo continuamente stimolato da Giustino Fortunato, ma non si è lasciato allettare da prospettive, che certamente gli avrebbero consentito una vita più serena e tranquilla, non però confacente al suo temperamento. Non ha la forza di lasciare i suoi campi, la sua casa, la sua terra lucana, popolata da gente che dai Greci ha ereditato il sentimento della bellezza e della bontà e dai Romani un quadrato e costruttivo buon senso. Venosa, Rionero, soprattutto il suo Vulture sono lì ad avvinghiarlo tenacemente.

Tutte queste componenti non devono farci meravigliare se, sotto l'irruenza e l'asprezza del suo carattere, potesse nascondersi un notevole sentimento poetico. Infatti, uno degli aspetti che maggiormente può farci capire Catenacci è proprio la sua vocazione alla poesia. È in modo particolare come poeta che Catenacci manifesta tutta la nobiltà del suo animo, notevolmente sensibile al bello, per il suo continuo contatto con la natura, che gli apre i suoi orizzonti sconfinati.

Anche il grande poeta Gabriele D'Annunzio, affascinato dalla bellezza del Vulture, nell'epistolario con la famiglia Montanarella di Melfi, ci lascia un'espressione "Sospiro verso la solitudine e la pace del Vulture", che manifesta lo stesso amore di Catenacci per lo stesso monte.

Ecco come emerge il sentimento poetico di Catenacci, da una sua semplice lettera scritta all'amico Barbieri il 28 novembre 1942: "Vieni. Ci recheremo sul monte Vulture con qualunque tempo, anche con la nebbia, di cui attualmente è coperto. Se sapessi come è bello superlativamente in questo novembre. Il verde cupo e argenteo degli ulivi alle pendici, quello severo dei pini e degli abeti nelle vallate verso Melfi, e poi la tavolozza incantata dei colori delle foglie dei castagni che cadono dolcemente come i sogni della nostra passata giovinezza".

Appare un sentimento poetico nitido e spontaneo in questa delicata descrizione del Vulture, anche se Catenacci nel seguito della lettera al Barbieri manifesta le sue incertezze: "Ti mando tre componimenti poetici. L'amico drammaturgo Roberto Bracco mi chiama poeta. Sì lo sono nell'animo, perché non so concepire bassezze, ed amo la vita per la lotta contro la malvagità e la vigliaccheria, ma poeta, no! Per essere poeta ce ne vuole. Ed io ho lavorato molto a mettere su quella impalcatura di versi, perché non ho tutte le carte in regola”.

Espressione sincera nel confessarsi poeta nell'animo, manifestazione sofferta nel dover constatare i suoi limiti e la coercizione di dover dare forma poetica al suo sentimento.

Per tutta la sua vita Catenacci è l'amante appassionato dei silenzi maestosi dei monti, in cui l'anima umana spazia sovrana ed incontrastata, elevandosi su tutte le meschinità terrene, che formano oggetto di lotte e di invidie dei piccoli uomini che popolano la terra. E, proprio dalle descrizioni delle sue prime scalate, scaturisce la sua naturale attitudine a sentire e cantare la poesia delle cose e della natura.

Prima di affidare alla stampa le sue riflessioni, non avendo fiducia nei suoi mezzi, invia i dattiloscritti all'amico Roberto Bracco, il quale, al contrario, entusiasta di quello che ha letto, gli scrive da Napoli il 12 maggio 1942: "Vi ringrazio, vi ringrazio d'avermi costretto, per parecchie ore (leggo lentissimamente), a distrarmi dalle mie malinconie che si sono aggravate in quest'ultimo periodo della mia vecchiaia. Siete riuscito a farmi vivere con l'immaginazione una vita affatto nuova per me, affatto contraria alle mie abitudini, alle mie possibilità, alle mie facoltà.. Sono stato sempre un poltrone, non ho mai fatte delle escursioni faticose, ho sofferto maledettamente del mal di montagna e di aerofobia, e per qualche tentativo di superare tali sofferenze - di cui mi vergognavo - son rimasto ... terrorizzato come chi per miracolo esce incolume da un mortale pericolo. Con l'immaginazione vi ho seguito dovunque, ho provato la vostra avida curiosità, ho assaporato tutte le vostre osservazioni, tutti i vostri commenti precisi, tutte le piccole scoperte del turista sapiente, esperto, sereno - sereno della disciplina della stessa curiosità -; ho ben sentito insieme con voi i vostri compiacimenti, le vostre voluttà; insieme con voi ho sentito la conquista di un benessere non reperibile in nessuna delle attività da me sperimentate. Ho detto "con l'immaginazione". Ma è certo che i miei nervi, le mie fibbre, il mio sangue han preso parte a questa parentesi di emozioni sane mai conosciute. Tutto ciò non è potuto essere soltanto il risultato della vostra competenza di escursionista, di alpinista, del vostro nobile bisogno di spazio, di aria, di luce, della vostra passione di osservare, sulla quale fiorisce l'evocazione storica con personali discernimenti polemici o il bozzetto dell'episodio personale. Tutto ciò - dico - è stato altresì il risultato della vostra arte, della poesia che si espande da un animo semplice, giovane, energico, aristocratico. (Superfluo spiegare che mi riferisco a una aristocrazia spirituale: a quell'aristocrazia del pensiero e dei sentimenti che ci fa vivere nell'ardente desiderio d'una perfetta democrazia sociale).

Già in qualche altro vostro scritto, in cui l'arte non era sventolata, io ho riconosciuto l'artista. E credo d'avervi chiamato poeta prima di sapere che per diletto solete verseggiare ... Son contento di non essermi e di non avervi ingannato. E non aggiungo altro. Cioè, no. Voglio aggiungere che vi garantisco la mia sincerità, non l'assoluto valore delle mie impressioni.

P.S. ... Stamani m'è giunta la vostra cartolina dell'11 corrente. Mi accennate al proposito di sopprimere qualche periodo o ... pagine intere, dopo d'avermi consultato. Ma no! Ma no! Niente da togliere, secondo me. Forse ... sarebbe opportuno staccare la lirica dal vostro scritto; nel quale c'è già - come ho detto - il respiro della poesia. È bello che la poesia si senta nella prosa dell'alpinista, dell'escursionista, dell'osservatore. La lirica, fresca, alata, armonica, dovrebbe essere collocata in un volume di versi. Senza dubbio, voi avete nel cassetto altre e altre liriche. Ebbene, perché non raccoglierle? Idillio al mare figurerebbe luminosamente nel volume del ... Poeta Errante. Badate ho cominciato con un forse".

La conferma del giudizio del Bracco emerge dalle espressioni di Catenacci in Ascensioni.: "Al cospetto delle montagne ci si trova soli con la propria intelligenza, a vincere gli ostacoli che la natura ci oppone ad ogni passo. Quindi non può tacere l'io dello scalatore, che è tutto nella prepotenza di vincere la natura, e di salire sempre più in altro". E ancora: "La vita all'aria aperta, l'armonia delle sfere celesti, la grandezza degli spettacoli immensi, le voci misteriose e commoventi della foresta, il canto frenetico degli uccelli pazzi di gioia al mattino e pieni di accorata malinconia alla sera, la conoscenza alfine della propria terra, che dall'alto di un monte si plasma meravigliosamente sotto la mano di un invisibile scultore, non sono sentimenti e attrattive per la generalità che si affonda nelle coltri, ovvero ama chiudersi nella prigione di una città e, peggio ancora, nei locali affumicati della cosiddetta civiltà mondana ... Chi vuole vivere veramente la vita deve di tanto in tanto inebriarsi negli spettacoli grandiosi della natura per tornare tra gli uomini più buono, più attivo, più vigoroso"; "oh, la grande scuola dell'alpinismo, la contemplazione dei grandi spettacoli, il murmurare della foresta, lo smarrimento, la conoscenza delle proprie forze, l'audacia, la vittoria finale, l'estasi, l'ascesi con l'annullamento delle proprie passioni nella calma olimpica della divinità". Infine: "L'umanità domanda alla materia la soddisfazione dei sensi. Ma il più grande conforto nel dolore resta la vita intima spirituale. La contemplazione dei monti è il maggiore dei godimenti, è la più grande palestra per la educazione del carattere".

Trova, durante una scalata sulla montagna, una croce a ricordo di una vittima della montagna e immagina: "Avrai gridato nella solitudine delle valli e delle vette alla libertà dello spirito, quando più grandi sono le ingiustizie sociali e più vigliacca è l'umanità nelle sue aberrazioni vanitose. E la montagna ascoltò la tua voce e ti conquistò con le sue mille arie misteriose".

Quando questa pubblicazione viene conosciuta, desta subito l'ammirazione e il compiacimento di numerosi futuri amici, in modo particolare riceve le congratulazioni di Roberto Bracco, che aveva contribuito a far superare a Catenacci le remore della sua indecisione, come abbiamo visto dalla sua lettera di incoraggiamento.

Anche in questo attingiamo alla ricca corrispondenza di Catenacci. Gli scrive ancora Bracco il 2 settembre 1945: "Passo ad assicuravi che ho per voi una vera stima e simpatia. Non ho dimenticato ciò che scriveste per don Giustino ... Siete un solitario, disdegnate il pugilato degli arrivisti. I nostri tempi non vi sono propizi. Sì a 48 anni si è giovani ... come a 80 suonati si è certamente decrepiti. E ometto la conclusione di questo conteggio da anni. Quanto alla lirica che avete voluto farmi conoscere, vi dico subito che ho sentito in essa l'animo di un poeta. E non so dirvi null'altro di concreto. Tra le molte attribuzioni che ho avute quando facevo il giornalista, c'è stata sì quella di critico. Giudicavo (Dio mi perdoni ) cose della scena e talvolta musica, pittura, scultura. Ma mi son sempre guardato dall'assumere la responsabilità del critico letterario Avevo ben la coscienza della mia sublime ignoranza. E con i versi non ho avuto neppure il contatto che può avere un lettore profano. Sicché, ripeto, i versi vostri hanno prodotto in me l'impressione di trovarmi dinanzi un'anima di poeta. Scervellandomi posso aggiungere - vagamente, ambiguamente - che ... forse sono stato turbato da qualche immagine, da qualche metafora . Perché? ... non lo so". In un'altra lettera del 9 luglio 1948: "Vi ringrazio dei versi che rispecchiano la squisita gentilezza del vostro animo, così ben combinata con la vigoria del cervello, con la vigoria del corpo, (corpo di montanaro; cervello di pensatore, gentilezza d'animo di poeta)".

L'on. Cerabona gli scrive il 19 agosto 1946: "Sono compiaciuto del tuo lavoro, nel quale vibrano un'anima di artista (in ogni lucano vi è un'anima d'artista) e di poeta e un amore intenso e tenero per la nostra tanto derelitta Basilicata".

Mons: Petroni, vescovo di Melfi, gli scrive: "Non vi sapevo poeta, né artista, questo vostro scritto è stato per me una simpatica rivelazione. Mi auguro che il vostro libro, piccolo di mole ma ricco di insegnamento, innamori i giovani delle bellezze della montagna e li spinga alle ascensioni spirituali dove, al cospetto della grandezza di Dio, si diventa più buoni e più puri. A voi, che siete allenato alle dure fatiche dell'alpinismo, auguro di riuscire a dare la scalata ad un altro monte scabro e difficile: "Montecitorio".

Ancora dall'on. Cerabona riceve il 12 maggio 1947: "Ho letto avidamente i tuoi versi perché in ogni lirica vi è l'anima lucana, piena di mestizia e amante di libertà".

Salvatore Pagliuca, da Muro Lucano, gli scrive il 10 luglio 1944: "Non ti sapevo alpinista, non ti sapevo poeta: Io amo la poesia, ma non l'alpinismo ... Dopo la lettura del tuo libro, mi rendo conto del tuo entusiasmo per le ascensioni sulle vette dei nostri monti. Un poeta ha bisogno di vivere d'azzurro, di aria pura, di emozioni, di solitudine".

Le numerose scalate sui monti allenano Catenacci ad una sempre più attenta osservazione della natura, per scoprirne la sua bellezza sempre varia. Il ritiro forzato nel silenzio del suo studio, nel periodo della guerra mondiale, lo spinge alla meditazione e gli offre la possibilità di approfondire quei pensieri che gli erano stati suggeriti dal silenzio maestoso della montagna.

Infatti, la sua prima produzione poetica vera e propria viene alla luce poco dopo il termine della seconda guerra mondiale: Il Poeta Errante. Nella prefazione si legge: "Incatenato come Prometeo, alla roccia di un borgo selvaggio, l'autore dovette sopportare come un rimprovero l'aver fatto, in guerra e in pace, compiutamente il suo dovere". Per Catenacci "Non è vero che si nasce poeti. Lo si diventa a tutte le età. La poesia è in noi stessi. Basta saper ascoltare i nobili sentimenti che sono in ciascuno di noi. La poesia è lo stato d'animo pronto a traboccare per tutte le più nobili passioni, specialmente per quelle della libertà".

Proprio da questa libertà contrastata nasce la poesia del Catenacci, che è dolore ed amore, è vita, è speranza d'innalzarsi verso le stelle. Infatti le liriche del Poeta Errante non sono scaturite dall'arte consumata, ma da tutta la sofferenza morale, accumulata in tanti anni di costrizione spirituale, e dall'amore intenso che lo lega alla sua terra. Aspirazione predominante delle liriche è la speranza di una vita più serena, dopo il burrascoso periodo vissuto da lui e dalle nostre popolazioni. Per cui nella sua poesia vi è cuore e ragione, c'è il quadro della sua Lucania, della regione del Vulture in particolare. Anche se desolante e triste, questo quadro è vivificato dall'amore intenso dell'autore verso i suoi monti e le sue valli.

Già nella prima lirica, "In montagna sulla neve", esplode il fascino della montagna e la grande influenza della natura sulla sua capacità di ascoltare la voce del silenzio.

un silenzio solenne, impressionante

sconvolge, annienta. Soffia d'improvviso

il vento, e la foresta dal torpore

si scuote. Dalle annose piante cade

la zolla lieve, candida e spumosa.

Solo io resto, sperduto nel candore.

Mi sbigottisce la possanza muta

della natura in sulle prime; e dopo

una serenità d'annullamento

lo spirito trasporta nel mistero.

Abbasso la cervice inorgoglita,

dominatore, dell'Immenso al fronte.

Nulla sei, nulla, sempre nulla, nulla !.


Ma dove è chiaramente espresso tutto il suo tormento per la libertà repressa, dove esplode con maggiore intensità l'enorme suo sforzo per frenare il suo spirito di ribellione, è nella lirica "È morto Frich, il cane di guardia forse avvelenato".

......

T'avevan distaccato dall'antico

gregge lanuto, dei tuoi giochi amico.

E solo tu restavi, notte e giorno,

ad abbaiare, od a girar d'intorno

...

Povero Frich, dal bianco e lungo pelo

Come soffrivi a star legato al melo.

Libertà, libertà tu cercavi ariosa,

Più volte con furor tu la strappavi,

ed a nervosa corsa ti slanciavi.

Ti volevan paziente per guardare

il campo assiduamente dal rubare.

Ed io la libertà ti ridonavo,

a dispetto di tutti... ed aspettavo.

Tu, come un esaltato, t'inebriavi;

e correvi, correvi... e poi tornavi

con l'animo negli occhi a dimostrare

il grande affetto e la bontà solare.

... Vivere in libertà mi vien negato

io soffro come Frich incatenato.

Vi è tutto se stesso, tutto il suo tormento per non poter vivere nella gratificante libertà. L'amore per la natura e la sofferenza per la privazione della libertà avvia Catenacci alla lirica; un dolore profondo e sconvolgente apre il suo animo all'elegia.

Catenacci è poeta elegiaco, quasi per conservare l'antica tradizione. All'elegia i nostri antichi poeti affidavano i loro dolori, all'elegia, soprattutto Catullo affidava la sua malinconia, presaga di morte immatura e le pene d'amore. Così per Catenacci, rimasto solo nella sua profonda tristezza, per l'immatura fine della moglie, unica speranza di sollievo è il miracolo della poesia, e con questo stimolo, egli, aiutato dalla propria squisita sensibilità e dal quotidiano multiforme impegno, si esprime nell'elegia, che è proprio il canto dell'animo oppresso dalla morsa del dolore. Rivive tutti i momenti più drammatici della lunga sofferenza della moglie, delle speranze deluse, del distacco inevitabile. Racchiude questo suo intimo tormento in questa stupenda espressione:

...

mai ti vidi tanto bella e casta,

come in quel santo abbraccio con la morte.


Siam nulla nel mistero della vita.


Il verso elegiaco di Catenacci, anche se non sempre è del tutto felice, anche se non è curato nella forma e nello stile, riesce a commuovere per la sua spontanea espressione poetica. Il rimpianto è ancora di più nobilitato da stupende notazioni di carattere georgico, come la seguente:

...

Su la marina è l'alba

che si sveglia dal sonno della notte,

tra la ghiaia spumeggiante

gioca serena tra le ninfe agresti.


Il suo dolore talvolta si ribella alle gioie elementari della natura e la ferita del cuore si riapre:

...

È tale il Paradiso?

allor la morte è libertà d'affanni?

Ben venga a liberarci

nel cingottar dell'onda

tra ghiaia e rena

al sol splendente con riflessi d'oro.


È nato un vulcano è un'altra importante raccolta di liriche di Catenacci, scritta in vari momenti della sua vita, che egli aveva pensato di bruciare, perché "i versi sono, ohimé, vagheggiamenti di altre generazioni più dedite alla speculazione filosofica".

Al contrario essi ci offrono, come già il titolo fa presagire, la prepotente vitalità, l'inquietudine prorompente di una personalità che vuole offrirci un quadro del grande attaccamento alla sua terra, anche se non come la vorrebbe il suo intenso desiderio.

In questi versi è tutta l'impulsività del carattere di Catenacci, che sa soffrire, piangere, gioire, esaltarsi, in una varietà di espressioni di difficile interpretazione.

Enzo Cervellino, nella prefazione, con mirabile sintesi, così presenta l'opera e il suo autore: "Catenacci è un poeta non catalogabile, non appartiene a nessuna corrente o scuola. Forse è romantico nel sentire, a volte classico nella forma, avveniristico nelle speranze. La sua poesia è veramente indefinibile; come ogni cosa bella sfugge ad ogni classificazione. Egli ha un unico maestro: il suo cuore; un'unica meta: l'esaltazione della sua terra; un unico mezzo di lotta: la sua fraterna solidarietà tra gli uomini".

Catenacci continua a non credere nelle sue doti poetiche, ma per fortuna qualcuno ci crede. È il suo amico Nicola Giunta, il quale - così ci rivela il Catenacci - "a torto od a ragione, crede in alcune mie doti artistiche e di poeta". Questo amico lo costringe quasi a dare alle stampe una sua nuova raccolta di poesie, questa volta sonetti, e gli suggerisce anche il titolo: I sonetti dell'Ofanto.

L'Ofanto è il fiume che divide la Basilicata dall'Alta Irpinia e dalla Capitanata, non grande, come tutte le cosa della sua zona; un torrente, distruttivo durante gli acquazzoni estivi, povero di acque, quando le terre riarse avrebbero maggiormente bisogno del suo sollievo. Ma è il fiume della sua terra, alla quale Catenacci è tenacemente attaccato e questo è sufficiente.

È un altro aspetto della sua vena poetica che si scopre in questa raccolta di sonetti. “Sono - come sintetizza lo stesso Catenacci in copertina - vivi quadretti di paesaggi, uomini e cose”. I personaggi sono attinti dalla terra lucana colma di leggende, e da queste leggende l'autore ci dà la poesia spiritosa e passionale, volitiva e romanzesca: sono quei sonetti da leggere a sera, per rievocare l'antica tradizione cullata dal folclore di Basilicata o luoghi che fanno da sfondo ai simpatici quadretti e che Catenacci ha girato in lungo e in largo per le sue peregrinazioni artistiche, per la sua attività politica. Egli conosce molto bene situazioni e personaggi, conosce soprattutto la miseria secolare che continua a tormentare gli abitanti di quella zona e che è la causa principale delle situazioni che descrive. Si serve dell’ironia e dell'umorismo, non vuole colpire persone ma scolpire tipi, uguali in tutti i paesi, perché identiche sono le condizioni di vita, universali sono i caratteri dell'uomo.

In questi sonetti, come nelle pagine de L’avvocato in paradiso, Catenacci ha la possibilità di far esplodere maggiormente il suo carattere e quindi è più spontaneo e più se stesso. Ne guadagna di conseguenza la vivacità di questi suoi scritti di primo getto, non toccati dalla preoccupazione delle rifiniture, che lo costringerebbero a frenare il suo impulso.

Si riporta l'autorevole giudizio espresso da Raffaele Nigro in Poeti della Basilicata, che ci offre un quadro completo di tutta l'attività poetica di Catenacci:

"La vocazione del Catenacci, tra le tante forme di creatività che pure lo,interessano nel corso della vita, quella più continua e viva pare sia la poesia. Influiscono sulla sua creazione poetica le molte letture classiche condotte dall'autore, i lirici greci, gli epici latini, la letteratura italiana del Tre e Quattrocento, del Seicento, dell'Ottocento. Un influsso che lo forma e lo imprigiona, al punto che il Catenacci ne resta soggiogato e incapace di liberarsene. Elementi di poesia popolare si affastellano ad esperienze di arte borghese, retorica e lirismo, capacità e bizzarria accendono i fiati di un'orchestrazione di arte poetica dove i tromboni mal si equilibrano coi violini, e ne nascono effetti disarmonici, spesso scolastici, a volte strani. La sua produzione segue il corso di tutto il secondo Novecento, ma è quasi sempre fuori tempo, come se l'autore non si rendesse conto del mutare dei gusti. Gli argomenti sono poi i più disparati, descrizioni e bozzetti paesaggistici, l'amore per la moglie, per la terra, per Rionero, le lotte civili e le battaglie politiche, la ricerca aneddotica legata alla storia patria. E se qualcosa si solleva di tutta questa produzione e a buon diritto entra nella storia della cultura e quella delle lettere, è la creazione della maturità, la serie di opere scritte attorno agli anni settanta. Ma vediamone gli scritti di poesia, escludendo la mole di opere di ingegneria e di storia. Il Poeta errante... Lotte e visioni (Amatrice, Tip. Dell’Orfanotrofio M., 1947) ci pare la prima pubblicazione. Raccoglie i versi scritti tra il '33 e il '46, ed è improntata a De Amicis, a D' Annunzio, a Zanella, a Carducci. Alle sei elegie: In memoria di Maria Rubino Catenacci, la moglie (Napoli, C.A.M., 1958), segue È nato un vulcano (Napoli, Laurenziana, 1962). Si tratta di due prove scolastiche, dense di retorica. L'eco di letture leopardiane e carducciane è continuo e preponderante. Nel '64, per l’editore Antelminelli di Torino escono I sonetti dell'Ofanto, centocinquantatré sonetti nei quali finalmente si fa matura la vena del Catenacci. L'obbligo della rima, alla quale il poeta di Rionero si tiene fermamente saldo, non gli impedisce di accogliere voci dialettali e neologismi, mentre si scorge nella satira di lontano influsso trilussiano la vera vocazione del Catenacci. Un Catenacci narratore, descrittore di piccoli avvenimenti di cronaca, che verranno più tardi ripresi nelle novelle de L'Avvocato in Paradiso, un Catenacci che ricorda gli amici di gioventù, le lotte di partito, le battaglie elettorali, e descrive la vita quotidiana di Rionero, con gusto realistico, con arguzia, con una sottile punta di ironia, riuscendo a riscattare la propria figura di poeta. Una maturità questa che detta i versi del Bacco in Lucania e Il ditirambo nella poesia (Firenze, 1967) dove, ancora una volta riferendosi alla produzione classica e inserendosi nella tradizione ditirambica, ma con gli occhi rivolti al presente, Catenacci riesce ad immaginare che Bacco appaia ad un contadino lucano e lo rimprovera della decisione di tagliare la vigna perchè ormai è diffuso il gusto della birra. Il poeta appare in tutta la sua veste culturale. Legato ai ricordi, alla società contadina, a un meridionalismo vecchia maniera che vede contrapposte le regioni del Sud a quelle dell'Europa, non riesce a comprendere il nuovo, il mondo emerso dallo sfacelo della civiltà tradizionale, e lo rifiuta inneggiando a un vino che funge da elemento di un diluvio universale riparatore e purificatore. Il conservatorismo in cui lo si riscopre, ovviamente dettato anche dall’età, è in realtà l'emblema della sua vita letteraria, quasi sempre rivolta alle esperienze del passato, e raramente al presente. Ed è proprio con gli occhi a un tardo romanticismo formale che nasce la Terra del fuoco spento (Napoli, Laurenziana, 1974), una prova non diversa dalla ridondante produzione giovanile, e che chiude il ciclo creativo di questo bizzarro patriarca"64.











































10. Bibliografia ragionata



1) Inaugurando il Monumento ai caduti di Rionero in Vulture. 26 Giugno 1927. Melfi, Tipografia del Secolo, 1927.


È un discorso che non poté pronunziare alla cerimonia dell'inaugurazione del monumento ai caduti della prima guerra mondiale, avvenuta il 26 Giugno 1927.

L'associazione Combattenti di Rionero, per eternare la memoria dei caduti, ne volle la pubblicazione:

È una breve riflessione sul valore del dolore, che ci deve far guardare il sepolcro, non come pietra senza vita, ma come visione degli spiriti eroici che morirono sulle balze delle rocciose Alpi. "Le tombe sacre della patria sono nella lunga notte dei tempi le lampade accese che illuminano l'avvenire".



2) L'esempio e la parola nella scuola. Melfi, Stabilimento Tipografico Del Secolo, 1932.


È il discorso di prolusione per l'inizio dell'anno scolastico 1932-33 tenuto agli alunni dell'Istituto Tecnico di Melfi il 10 ottobre 1932. È la prima pubblicazione di un certo impegno, che già denota la inclinazione di Catenacci ad inserire nei suoi scritti insegnamenti morali e ad inquadrare ogni problema nella storia. È una magistrale analisi del valore della scuola; egli esorta gli alunni a rapportare i problemi dell'Italia negli avvenimenti storici dell'Europa, nelle lotte e guerre che l'hanno tormentata per secolo, li spinge quindi ad elevarsi al di sopra dei propri confini per collaborare ad una patria più grande, l'Europa. Conclude con un ultimo stimolante appello: " Tormentate il cuore e la fantasia. Qual forza non rappresenterete se la scuola riuscirà a lanciarvi nella società, convinti che si vive per compiere il dovere della dignità e della correttezza sociale. Siate degni di voi stessi".



3) Giustino Fortunato e il Mezzogiorno d'Italia. Melfi, Tipografia del Secolo, 1933.


È il debito di riconoscenza verso il maestro, la prima delle tante pubblicazioni scritte per esaltare la grande personalità di Giustino Fortunato. Scrive Catenacci. “Giustino Fortunato in Lucania è considerato un nume, oltre che per le doti possenti dell'ingegno, per quelle umane della munificenza".

Presenta il Fortunato come l'apostolo della Questione Meridionale, che si è battuto tenacemente per il risorgimento morale ed economico del Mezzogiorno, forse, secondo il Catenacci, presentando con eccessivo pessimismo la situazione aspra e selvaggia delle nostre zone.

Attribuisce al Fortunato il merito di aver sfatato la leggenda dei meridionali apatici e neghittosi, nella terra del sole e della grazia, ammirando la tenacia dell'uomo del Mezzogiorno, che resiste nell'inclemenza della natura, all'incostanza del clima, alla povertà naturale del terreno.

Esalta il Fortunato storico e politico; con molta umiltà dichiara i propri limiti nel non aver saputo dire di lui in proporzione ai suoi meriti.



4) Come ho costruito un teatro. Melfi, Stabilimento Tipografico Del Secolo, 1941.


La costruzione del Teatro Combattenti di Rionero, di cui l'ingegnere Catenacci è progettista e direttore dei lavori, gli dà la possibilità di sintetizzare le normative per la realizzazione di una costruzione complessa, come è un teatro, per le numerose difficoltà di varia natura che comporta, soprattutto dopo il terremoto del 1930, con l'obbligo dell'applicazione delle nuove norme tecniche dell'edilizia antisismica, delle quali il primo codice è quello degli accademici di Napoli, edito dopo il terremoto del 1782.

L’ingegnere evidenzia, secondo il suo stile, la funzione educatrice dell'arte del teatro, poi si lascia prendere la mano dallo storico e quindi accenna al teatro greco, al teatro romano, all'evolversi delle strutture, in progresso con i tempi.



5) Ascensioni. Potenza, Tipografia Editrice Mario Nucci, 1944


Frutto del bisogno di rifugiarsi nei boschi e sulle montagne, durante la seconda guerra mondiale, sono queste stupende descrizioni delle scalate sui monti del Meridione. Anche se il suo primo vero impegno poetico sarà successivo, vi è già in queste considerazioni tutta la sua capacità di elevarsi dalle cose che osserva e scoprire la poesia della natura e degli avvenimenti.

Gli squarci di vera poesia sono numerosi."La contemplazione del creato e del Creatore, dall'altro delle vette immacolate dei monti è il maggiore dei godimenti, è la più grande palestra per l'educazione del carattere; sulle cime dei monti l'animo nostro ritorna libero e primitivo. Siamo semplici come bambini".

Esprime anche le sue osservazioni storiche, politiche, sociali delle zone percorse, quelle politiche, in particolare, ne ricordarono la pubblicazione.



6) Il poeta errante ... lotte e visioni. Amatrice, Tipografia Orfanotrofio Maschile, 1947.


Le sofferenze morali accumulate e soprattutto, la libertà repressa, le profonde riflessioni nel silenzio della natura ,il dialogo con l'infinito delle vette dei monti hanno maturato la Musa, che già affiora in Ascensioni.

La sua poesia non è frutto di tecnica e d'arte, è l'ascolto del silenzio del cuore, espresso in forma poetica.

La poesia è dolore, amore, speranza d'innalzarsi verso le stelle. Scrive infatti: "Non è vero che si nasce poeti. Lo si diventa a tutte le età. La poesia è in noi stessi. Basta saper ascoltare i nobili sentimenti che sono in ciascuno di noi. La poesia è lo stato d'animo pronto a traboccare per tutte le più nobili passioni, specialmente per quelle della libertà".



7) Venosa, non Venosa di Orazio. Melfi, Tipografia Roberto Ercolani, 1951.


Contesta la proposta che la sua diletta Venosa debba chiamarsi Venosa di Orazio. Venosa – afferma - non è solo dei venosini, ma è cara a tutta la cultura d'Italia e del mondo.

Venosa ha dato i natali a molti altri uomini, che l'hanno onorata, per cui sarebbe una limitazione della sua gloria che da loro è venuta alla città. .

Come sarebbe strano denominare Firenze di Dante, Mantova di Virgilio, Arpino di Cicerone, perché sono note a tutti, così è nota Venosa per la sua millenaria storia.



8) Cristo si è mosso ... ma non per noi. Amatrice, Tipografia. Orfanotrofio maschile, 1954.


È una raccolta di articoli, di monografie e di estratti di conferenze pubblicati, e non, su giornali e riviste. L'ultimo articolo dà il titolo all'interessante volume, che si legge con diletto e profitto, perché denota l'appassionato tormento dell'autore per la rinascita di questa nostra terra lucana, contemplata con desolazione nelle rovine, nell'abbandono delle terre e di paesi rupestri.

Chi ama di amore sviscerato la propria terra, non si ferma solo agli avvenimenti del passato, ma soprattutto considera gli uomini che vivono nella realtà dell'oggi la vita sociale, economica, geografica. Dai suoi studi affiorano problemi sociali, acute osservazioni, ricerche storiche, il tutto amalgamato dal suo intenso affetto, che dà unità d'intenti ad argomenti di varia natura.

Episodi, ricordi, quadri, argomenti, impressioni, critiche, sono presentati nella prospettiva di una civiltà più umana e più progredita, che Catenacci ha sempre desiderato vedere finalmente realizzata nelle sua terra.



9) Idee sul problema del Mezzogiorno. Quaderni lucani. Collezione diretta da Gerardo Zitarosa. Napoli, Società Aspetti Letterari, 1955.


La ricorrenza del 50° della legge Zanardelli sulla Basilicata, ottima sulla carta, ma inefficiente nella realtà, dà lo spunto per una nuova serie di studi del nostro autore. Pur rimanendo nell'ambito dei problemi meridionali, egli si propone uno scopo che va al di là dei confini, abbracciando i paesi del Mediterraneo, per far conoscere meglio la nostra terra, specialmente gli italiani che vivono al Nord.

Febbrile entusiasmo, visione chiara e lungimirante dei più svariati problemi, ampiezza d'informazioni e profonda competenza sono le caratteristiche degli studi del nostro Catenacci.



10) Della trasformazione terriera e della industrializzazione agraria del comprensorio di bonifica Medio Ofanto e Marmo. Roma, Soc. Abete, 1956.


È una panoramica della storia e delle condizioni sociali, della viabilità,della natura ingrata del terreno, del clima sfavorevole, della natura delle rocce, della coltura dei terreni più adatta, in relazione all'altitudine e all'irrigazione e al funzionamento eccessivo dei terreni. Catenacci pone all'attenzione di tutti la svariata e complessa serie di problemi, ma sempre fiducioso, non vuole accettare lo sconfortante pessimismo di Giustino Fortunato.



11) L'autostrada Napoli-Bari. Rionero in Vulture, s. e., 1957.


Raccoglie in questo opuscolo alcuni articoli, pubblicati su vari giornali quotidiani, sull'importante problema della costruzione dell'autostrada Napoli-Bari. Si decide la diffusione di questi articoli "per interessare le autorità e le Amministrazioni perché, nello studio definitivo dell'autostrada, si tenga conto delle ragioni tecniche, geografiche e storiche così nobilmente e disinteressatamente esaminate dal nostro ingegnere".

Questi evidenzia l'importanza delle autostrade, considerando che anche Roma si avanzò a dominare il mondo con le strade consolari; elenca i motivi della scelta del percorso naturale, che dovrebbe seguire la nascente autostrada.



12) In memoria di Maria Catenacci Rubino. Napoli, C.A.M., 1958.


Una raccolta di poesie, frutto di colloquio con le Muse, nel quale l'autore, angosciato per la scomparsa della moglie, riesce a trovare il conforto per il suo spirito irrequieto. Sceglie volutamente l'elegia, che è proprio il canto dell'animo oppresso dalla morsa del dolore. Non si deve cercare nell'elegia l'armonia del verso, ma prepotente emerge l'esplosione del dolore.

Rivive il lungo periodo della dolorosa malattia della moglie, riaffiorano i momenti di speranza e di conforto con quelli di delusione e di amarezza. Drammatica la scena degli ultimi istanti di vita della moglie.

Conclude l'opuscolo una serie d'epigrafi dettate per tutti i suoi defunti.



13) I Vicariati prefettizi di Melfi e di Spoleto. Potenza, Tipografia Mario Nucci, 1960.


Un'altra delle assurdità politiche, contestata con veemenza dall'autore, con articoli su quotidiani, con interventi al Consiglio Comunale di Rionero e al Convegno Nazionale di amministratori a Bologna.

La lettera di Antonio Segni, capo del Governo dimissionario, provoca i drammatici avvenimenti, rinverdisce il campanilismo sopito fra Rionero e Melfi.

È sempre l'amore per la terra la molla che guida l'autore in tutte queste sue pubblicazioni.




14) E' crollata la croce del Vulture. Rionero in Vulture, Tip. Il Misericordioso, 1961.


È un opuscoletto, dato alle stampe, per indire una sottoscrizione nei paesi del Vulture. È crollata, per una violenta tempesta, la croce del Vulture: ricordi di infanzia, un suo intervento per ripararla, dopo il terremoto del 1930, la passione per il suo Vulture, privato della protezione della croce, sono tutti elementi più che validi per coinvolgere il nostro Catenacci.



15) In morte di Nicola Mennella. Potenza, Campoluongo Editore, 1962.


È un breve pensiero espresso sulla bara dell'amico defunto per stimolare i concittadini ad essere più sensibili al dolore altrui.

Ricorda del suo amico: "quella sala della tua casa è la tomba d'un passato che non ritorna più. In quella sala oscura è morto un mondo di ideali e di giustizia, che non si sentono più... quella sala che è stata non del litigio, ma della conciliazione".



16) Due interventi al Consiglio Provinciale di Potenza. Potenza, Campoluongo Editore, 1962.


La conoscenza approfondita dei problemi del suo paese e della sua provincia,lo portano, per il suo carattere, ad interventi polemici, ma puntuali, in difesa della buona amministrazione.

Questi interventi sono una disamina dettagliata e precisa del bilancio, che viene analizzato e criticato in tutte le sue voci, richiamando i componenti responsabili alla concreta realtà delle nostre zone .



17) È nato un vulcano. Napoli, Laurenziana, 1962.


Poesie ispirate a luoghi e persone che hanno attinenza con questo vulcano, che giganteggia sui monti circostanti. È una raccolta di versi, nei quali si odono le voci più disparate delle passioni umane: Catenacci vede gli uomini lottarsi senza tregua e li chiama alla nullità delle loro passioni, rispetto all'immensità sterminata delle galassie.

Richiama tutti alla pace perché non vi è ragione di giocare tragicamente con la guerra.

È un'altra eruzione di questo vulcano sempre in attività.



18) Michele Granata e il Card. Ruffo nella Repubblica Partenopea. Napoli, Laurenziana, 1963.


La scuola media "Michele Granata", dedicata al martire rionerese, frate carmelitano che sacrificò la vita sul patibolo per le sue idee repubblicane e democratiche, stimola l'autore a rivivere il drammatico periodo, partendo da una breve sintesi delle condizioni sociali del Reame di Napoli nel 1799, pur in presenza di gravi difficoltà delle ricerche, per la distruzione di archivi e biblioteche ad opera della sbirraglia del card. Ruffo.

L'aver scritto sopra uno dei martiri della Repubblica Partenopea è dovuto anche al desiderio dell'autore, tante volte compresso, di voler esprimere un suo giudizio anche sulla grande storia della nostra Italia.



19) Sul Ponte Romano. Napoli, Laurenziana, 1963.


La passione dell'autore per le vestigia di Roma lo portano spesso a meditare, durante i tramonti dorati, nella silenziosa valle,sui ruderi del ponte romano sull’Ofanto, detto Pietro dell'Olio,

Ampi squarci della storia romana e della poesia latina sono oggetto delle sue meditazioni e di questo suo personalissimo lavoro. Innamorato del mondo umanistico, non ne ha mai dimenticato gli studi; concilia cultura di scienze fisiche e matematiche con la congeniale attitudine alla meditazione sui classici latini.

Anche in queste considerazioni non è l'erudito che si esprime, ma vive in una visione personale le vicende della storia romana, con mezzi inconsueti ed originali.

La passione per le antichità romane, l'amore per la poesia latina, la ricchezza delle note storiche ne fanno uno studio interessante.



20) I sonetti dell'Ofanto. Torino, Casa Editrice Antelminelli, 1963.


Stimolato dal poeta calabrese Nicola Giunta, Catenacci pubblica questa nuova raccolta di poesie che prende il nome dal fiume Ofanto, simbolo della degradazione della terra, alla quale è legato tenacemente perché vi è nato e vive.

Questi sonetti riflettono quadri di cose, di leggende, di persone, che sono spinte all'agire dalle stesse passioni degli altri uomini. L'ironia è chiara ed evidente in molti sonetti, ma l'autore ci tiene a dire che non sono persone specifiche, ma tipi umani, abitanti di qualsiasi paese, perché i caratteri sono universali, quelli forti come la quercia e quelli flessibili come il salice.

Egli sceglie volutamente il sonetto perché è componimento breve e quindi lo costringe a creare quadri completi in pochi versi.



21) Finanza allegra nella provincia di Potenza. Napoli, Laurenziana, 1964.


È l'ultimo suo intervento nel mondo della politica, con la coscienza tranquilla di aver fatto sempre il suo dovere.

È ancora un'analisi spietata della situazione delle nostre zone, presentata con crudezza e lealtà, anche se è consapevole che, ancora una volta, i suoi appelli resteranno inascoltati.



22) Il Vulture e la Badia di Monticchio. Napoli, Laurenziana, 1966.


Tra le monografie di Giustino Fortunato,la più nota è certamente La Badia di Monticchio, ricca di documenti, frutto di un lavoro di ricerche profondo e appassionato. A questi documenti si rifà l'autore in questa nuova importante opera di carattere storico.

L'intento di Catenacci non è soltanto di riferire la storia della Badia, ma contribuire alla conoscenza dei fenomeni, che determinarono l'emergere, da un immenso lago, dell'imponente monte, il Vulture.

Il merito dell'autore è aver saputo trattare notizie scientifiche in modo da renderlo accessibile anche ai meno provveduti, usando un linguaggio lineare, semplice.

Nel trattare le vicende storiche, rivela la sua natura di oculato indagatore, di studioso arguto, di lucido analizzatore, che non perde occasione per esprimere i propri giudizi e spesso condannare.



23) L'avvocato in Paradiso. Milano, Gastaldi Editore, 1967.


Le ore di ozio vissute sotto le tende, al tempo del terremoto del 1930, sono la lontana origine dei racconti sotto questo titolo. Anche in questi racconti, come nei sonetti dell'Ofanto, rivivono, a volte in tono umoristico, a volte in tono veristico, pietose scene di vita di tutti i tempi.

L'autore è stato presente in tutte le vicende della vita politica e sociale della zona, per cui teme di farsi prendere la mano da tanti ricordi, che potrebbero far individuare i personaggi. Per scongiurare questo pericolo sposta in altri paesi o addirittura in altre regioni, episodi e situazioni.

I racconti, nella prima parte, hanno uno sfondo storico, nella seconda un tono di moderna attualità. Un'altra opera che fa riemergere la versatilità del suo ingegno, che si cimenta in tanti argomenti diversi, e soprattutto la sua ironia sottile.



24) Bacco in Lucania e il ditirambo nella poesia. Firenze, Biblioteca Internazionale,

1967.


Catenacci si cimenta in questo breve componimento, sempre inserendosi nella poesia classica, al verso ditirambico. Dopo una breve esposizione della storia del ditirambo in poesia, affiora il vero motivo che lo ha spinto a scrivere: non vuole accettare che il corso della storia non possa fermarsi.

Nel Bacco in Lucania, l'autore, agricoltore e coltivatore di vigneti all'avanguardia, soffre immensamente nel vedere poderi e vigneti abbandonati; per cui il "Bacco in Lucania” è diverso dal "Bacco in Toscana" del Redi.

È un opuscoletto che, anche in mezzo alla parodia, sa trovare spazio per inserire situazioni e problemi di sempre delle nostre popolazioni.



25) La battaglia di Canne. Canosa Romana. Bari, Edizioni Levante, 1968.


Il tragico episodio della terribile sconfitta subita a Canne, ad opera di Annibale, dall'esercito romano stimola la sua passione di storico e cerca di dare una spiegazione dell'evento.

Scopo del lavoro di uno storico e di uno studioso di fatti antichi e memorandi è di stimolare i giovani ad apprezzare il cammino faticoso della civiltà e anche di Roma nella sua lenta penetrazione nell'Italia Meridionale.

Anche nel mondo romano vede affiorare l'eterna questione meridionale, perché le nostre zone forniscono soldati anche per le continue guerre di Roma; dopo lunghi anni di servizio e di contributo alle conquiste di Roma questi ritornano, senza le terre promesse, alla loro miseria.

Interessanti sono le considerazioni personali sulle cause che provocarono quella clamorosa disfatta; con vaghe intuizioni sul luogo delle tombe dei caduti e un invito agli appassionati di storia per contribuire a chiarire i dubbi.



26) Le antichità romane e medioevali nella regione del Vulture. Rionero in Vulture, Tipografia Il Misericordioso, 1968.


Ancora una pubblicazione dovuta alla sua morbosa passione per tutto ciò che può dare una importanza storica alla nostra zona. Numerosi articoli di giornali e di riviste su vari argomenti, sempre riguardanti le orme delle antichità romane e medioevali, frutto delle sue ricerche e delle sue peregrinazioni; danno corpo a questa pubblicazione.

I sarcofaghi di Atella e di Melfi, famosi per la rarità e la perfezione delle sculture, stimolano maggiormente l'interesse dell'autore .Per avallare le sue affermazioni si appella anche ad Angelo Bozza e a Giuseppe De Lorenzo, nel prospettare una dettagliata descrizione delle figure, che arricchiscono i sarcofaghi.


27) Venosa Romana. Potenza, Tipografia Zafarone e Di Bello, 1968.


Dopo un lungo periodo di ricerche e di sopralluoghi sui ruderi delle antichità romane di Venosa, Catenacci scrive quest'opera di storia assai impegnativa, che sarà molto apprezzata dalla città di Venosa.

Tenta una difesa di Orazio, coinvolto nell'inefficienza dell'esercito di Bruto: Orazio non fu un vile né un eroe, ma uno degli sconfitti.

Stimola i responsabili perché i ruderi di Venosa non siano ancora miniera di pietre per altre costruzioni, ma premessa per rendere Venosa la Pompei lucana.

In questo lavoro, dedicato all'amico Emmanuele Lauridia,. presenta le usanze e i costumi romani di Venosa, quei personaggi certamente importanti per la storia locale. Descrive, infine, Fasti municipali di Venosa, oggetto di un suo studio particolare.






28) Il Mito di Giustino Fortunato. Rionero in Vulture, Tipografia Il Misericordioso, 1969.


L'occasione di questo nuovo opuscolo su Giustino Fortunato è dovuta all’iniziativa dell'Amministrazione comunale di Atella, che ha curato la pubblicazione delle Badie Feudi e Baroni nella Valle di Vitalba, opera certamente meritoria, perché riaccende una fiaccola che si andava spegnendo da tempo, portando a conoscenza di tutti la divulgazione delle opere storiche di Giustino Fortunato, le quali, essendo nell'originale poche decine di copie, non erano facilmente reperibili.

È una ulteriore difesa di Giustino Fortunato, del quale si evidenziano tutti gli aspetti e le benemerenze. .


29) La questione Meridionale dai tempi di Roma ad oggi. Rionero in Vulture, Tipografia Il Misericordioso, 1969.


È l'ultima pubblicazione di carattere storico del nostro autore. L'argomento è quello di sempre: la Questione Meridionale, ancora al primo posto nei programmi dei governi di ieri e di oggi, oggetto di studio nei congressi, sulla stampa, in Parlamento, ora anche nelle riunioni europee. Ma le due Italie persistono.

Emigrazione, malaria, terremoti costituiscono una serie di cause che hanno accentuato il divario incolmabile tra Nord e Sud. Finché l'Italia Meridionale continuerà a fornire le braccia di lavoro al Nord, restando sempre mercato di consumo dei prodotti del Nord, realizzati con il lavoro dei meridionali, non ci sarà soluzione al problema.



30) Rionero "pagus" di Venosa e patria di Orazio. Napoli, Laurenziana, 1974.


Un breve opuscoletto, quasi l'addio al paese, che presto dovrà lasciare per sempre.

L'amore per le antichità romane, l'amore per Orazio gli concedono di avanzare una supposizione allettante. Poiché Rionero è un paese giovane, l'autore non vi può trovare ruderi romani per accrescerne la sua importanza storica; insinua, tuttavia, la probabilità della nascita di Orazio. Rionero è pagus nel raggio dell'influenza di Venosa, il padre di Orazio, per riscuotere le imposte, si reca spesso a Rionero. Orazio parla, in una sua ode, di una gita al Vulture, non parla mai di sua madre, avendo invece in grande considerazione il padre: sono, queste, tutte componenti che danno la stura all'autore di ipotizzare un'avventura rionerese del padre di Orazio e quindi la nascita del grande poeta a Rionero.

Si riferiscono, quindi, ulteriori notizie della storia più recente di Rionero e l'augurio che il paese possa vedere giorni sempre migliori.



31) Terra del fuoco spento. Napoli, Laurenziana, 1974.


È l'ultima opera del nostro autore, data alle stampe pochi mesi prima del termine delle sue dense giornate di lavoro.

Chiude la sua attività di scrittore con la poesia, con le ultime riflessioni nel silenzio del suo studio, ormai del tutto estraniato dal mondo, dalla vita.

Rivivono i lunghi anni di intensa attività, sono meditazioni sulle vicende della sua burrascosa esistenza, riaffiorano le molteplici sofferenze e le poche gioie. L’autore rimpiange nostalgicamente le sue ascensioni, le sue lunghe e salutari passeggiate nei boschi,il suo silenzioso dialogo con la natura, che tanto ha arricchito il suo animo.

Ricorda la sua terra, la sua regione che così intensamente ha amato e per la quale ha speso le sue migliori energie, con l'amarezza di non averla vista progredire, come aveva ardentemente voluto e desiderato.

L'ultimo ricordo è proprio della sua terra natale, che dà anche il titolo all'opuscolo.

Terra natale salve ! Di sole, di boschi festante sul piano delle Puglie,

su monti circostanti, su cittadine bianche, sul mare lontano azzurrino,

te, alma terra, adoro nel solitario Vulture!

Gentile, arcana terra, t'adoro nel verde, nel vento, nel bianco delle nevi,

negli orizzonti immensi, nei campi abbandonati per terre lontane,

diverse di lingua e di costumi, ma ricche di lavoro.
















11. Elenco delle Pubblicazioni


1) Inaugurando il Monumento ai caduti di Rionero in Vulture. Melfi, Tipografia del Secolo, 1927.


2) Giustino Fortunato storico. Napoli, Stab. Tipogr. Morano, 1932.


3) L'esempio e la parola nella scuola. Melfi, Stab. Tipogr. Del Secolo, 1932.


4) Giustino Fortunato e il Mezzogiorno d'Italia. Melfi, Tipografia del Secolo, 1933.


5) Come ho costruito un teatro. Melfi, Stab.Tipogr. Del Secolo, 1941.


6) Ascensioni. Potenza, Tipografia Editrice Mario Nucci, 1944


7) Per i lavori stradali nella Regione Lucana. Discorso alle Commissioni riunite di Finanza e Tesoro, della Ricostruzione, dei Lavori Pubblici e delle Comunicazioni nella seduta del 25 settembre 1945 – Atti Parlamentari, p. 105. Melfi, Tip. Del Secolo, 1945.


8) Delucidazioni. Risposta ad un anonimo scrittore di “Azione Proletaria”, in “L’Ordine”, periodico della Democrazia Cristiana, anno 14, n. 19, 10 maggio 1945.


9) Discorso alla Consulta Nazionale sugli impellenti problemi della Basilicata. Roma, Ed. Camera dei Deputati, 1946.


10) Il poeta errante. Lotte e visioni. Amatrice, Tipografia Orfanotrofio Maschile, 1947.


11) Proposte per una terza provincia nella Regione del Vulture con Rionero capoluogo. Monte Sant’Angelo, Stab. Tip. Ind. A. Marino, 1950.


12) Programmi dei lavori per la Regione del Vulture. Comitato intercomunale per risoluzione dei problemi locali. Monte Sant’Angelo, Stab. Tip. Ind. A. Marino, 1950.


13) A quattro mesi dal Congresso Eucaristico, in “La Voce del Pastore”, Rionero in Vulture, 1950, ripubblicato in Sul filo della memoria, a cura di P. Di Giacomo e V. Cervellino, Rionero in Vulture, Tip. Ottaviano, 1999, pp. 59 ss.


14) Venosa, non Venosa di Orazio. Melfi, Tipografia Roberto Ercolani, 1951.


15) Non sono proposte da farsi. Rionero in Vulture, s.e., maggio 1952.


16) Un autorevole auspicio, in “La Famiglia Lucana”, Roma, 20 dicembre 1952.


17) La guerra del 1915-18 e un valoroso soldato meridionale, in “La Voce del Popolo”, 27 novembre 1954.


18) Cristo si è mosso ... ma non per noi. Amatrice, Tipografia Orfanotrofio maschile, 1954.


19) Due films: La Tunica – I Gladiatori, in “Aspetti Letterari, Napoli, agosto 1955.


20) Idee sul problema del Mezzogiorno, in “Aspetti Letterari”, Napoli, 1955.


21) Una statua a San Guglielmo da Vercelli a specchio dei laghi di Monticchio, in “Aspetti Letterari”, Napoli, maggio-giugno 1956.


22) Della trasformazione terriera e della industrializzazione nel comprensorio di bonifica Medio Ofanto e Marmo, in “Rivista italiana di economia, demografia e statistica”, vol. X, a. 3-4, 1956.


23) L'autostrada Napoli-Bari. Rionero in Vulture, Tip. Il Misericordioso, 1957.


24) In memoria di Maria Catenacci Rubino. Napoli, C.A.M., 1958.


25) Storia di un’opera ammirevole. La nuova cattedrale di Rapolla, in “Il Mattino”, 1 Settembre 1959.


26) I Vicariati prefettizi di Melfi e di Spoleto. Potenza, Tip. Mario Nucci, 1960.


27) È crollata la croce del Vulture. Rionero in Vulture, Tip. Il Misericordioso, 1961.


28) Per il cinquantenario della legge Zanardelli, in “Aspetti Letterari”, Napoli 1961.


29).Due interventi al Consiglio Provinciale di Potenza, Potenza, Edit. Capoluongo, 1962


30) In morte dell’avv. Nicola Mennella. Rionero in Vulture, Tip. Il Misericordioso, 1962.


31) È nato un vulcano. Napoli, Laurenziana, 1962.


32) Michele Granata e il Card. Ruffo nella Repubblica Partenopea. Napoli, Laurenziana, 1963.


33) Sul Ponte Romano. Napoli, Laurenziana, 1963.


34) I sonetti dell'Ofanto. Torino, Casa Editrice Antelminelli, 1963.


35) Onoranze a Giustino Fortunato, in “Per una nuova cultura in Lucania”, Atella, Circolo La Torre, 1964.


36) Finanza allegra nella provincia di Potenza ed in … Italia. Napoli, Laurenziana, 1964.


37) In difesa di Orazio, in “La Sveglia Lucana”, Bari, Tip. Levante, 1966.


38) Ventunora a Sant’Arcangelo. in “La Sveglia Lucana”, n. 6, Forenza, 1966.


39) Il Vulture e la Badia di Monticchio. Napoli, Laurenziana, 1966.


40) L'avvocato in Paradiso. Milano, Gastaldi Editore, 1967.


41) Bacco in Lucania e il ditirambo nella poesia. Firenze, Biblioteca Internazionale,

1967.


42) Bisogna sapersi dimettere, in “La Sveglia Lucana”, Aprile-Maggio 1967.


43) Provincia di Rionero. Distanze chilometriche da Melfi e da Rionero. Monte S. Angelo, Tip. A. Marino, 1950.


44) I giovani non credono alla politica perché non credono ai politici, in “La Sveglia Lucana”, n. 15, maggio-giugno 1967.


45) Non falsifichiamo la storia, in “La Sveglia Lucana”, gennaio 1967.


46) La battaglia di Canne. Canosa Romana. Bari, Edizioni Levante, 1968.


47) Le antichità romane e medioevali nella regione del Vulture. Rionero in Vulture, Tipografia Il Misericordioso, 1968.

48) Agricoltura al muro, in “La Sveglia Lucana”, anno III, 1968.


49) Venosa Romana. Potenza, Tipografia Zafarone e Di Bello, 1968.


50) In difesa di Orazio, in “La Sveglia Lucana”, ediz..straord., anno III, 1968.


51) La battaglia del Solstizio. Ricordo del gen. Pennella, in “La Sveglia Lucana”, ediz. straord., anno III, 1968.


52) Il Mito di Giustino Fortunato. Rionero in Vulture, Tipografia Il Misericordioso, 1969..

53) Raffaele Salzillo, una realtà, un’arte ed una promessa nazionale. Rionero in Vulture, Tip. Il Misericordioso, 1969.


54) Il sarcofago di Atella, in “Aspetti Letterari”, IV, Napoli, 1969, pp. 46-48.


55) La questione Meridionale dai tempi di Roma ad oggi. Rionero in Vulture, Tip. Il Misericordioso, 1969.


56) Alcune lapidi delle catacombe ebraiche di Venosa, in “Aspetti Letterari”, XXX, 1970.


57) Il pensiero lungimirante di Giustino Fortunato, in “Il Tempo”, 21 novembre 1973.


58) Rionero "pagus" di Venosa e patria di Orazio. Napoli, Laurenziana, 1974.


59) Terra del fuoco spento. Napoli, Laurenziana, 1974.


60) Il pensiero lungimirante di Giustino Fortunato, in P. Borraro (a cura di), La questione meridionale da Giustino Fortunato ad oggi, Galatina, Congedo, 1977.


61) Salvare la casa ove nacque Giustino Fortunato, in “Il Giornale della Comunità Parrocchiale del SS. Sacramento”, marzo, 1986.


62) Ingegneri geometri e muratori in Basilicata … Soffitto a cassettoni di stucco dorati nella nuova entrata della Chiesa Madre di Rionero, in “Il Giornale della Comunità Parrocchiale del SS. Sacramento”, n. 1, 1986.







































APPENDICE DOCUMENTARIA



PROGETTO CINEMA DEL COMBATTENTE

Relazione Tecnica


Ill. mo signor Presidente e signori membri del Direttorio della sezione Combattenti di Rionero.

PREMESSA

Ubbidendo a un sentimento di elevato patriottismo e ad un voto segreto di affetto per la Sezione Combattenti e per il mio paese tanto dimenticato, tanto diviso, r pur tanto bisognoso di un vivere civile, io ho accettato l’incarico di redigere il presente progetto ed ho lavorato un mese per la “casa cinema del Combattente”.

Questo mio lavoro, modesto perché modesta è la somma a disposizione della sezione combattenti, io offro al sodalizio dei soci combattenti di Rionero, sperando che l’esempio voglia suscitare una gara di altruismo collettivo per la erigenda Casa Cinema.

Il combattentismo ormai è una religione, trionferanno e declineranno i partiti, ma la voce della trincea non si spegnerà, perché essa è la medesima voce della Patria ingrandita.

Perciò i combattenti di Rionero, fortunati rispetto agli altri della grande famiglia italiana, possono attendere alla costruzione del loro tempio. Ogni tempio dev’essere decoroso per potersi raccogliere nelle ore serene del dopo lavoro.

La goccia scava la pietra, il soldino del popolo diventa milione. La Sezione Combattenti ha bisogno di questa gara di altruismo, e come i nostri padri, trasportanti pietre calce ed acqua con la fede intangibile, così i combattenti di Rionero, soci e non soci, dovranno concorrere a completare la propria casa con il modesto obolo, che offerto da tutti, diventa una fonte inesauribile di ogni grandezza.

Il Direttorio ha dato l’esempio, con la diuturna e dura prova per la difesa dei capitali sociali e per l’acquisto laborioso di un pezzo di terra.

ALLEGATI DEL PROGETTO

E, ritornando al progetto, presento all’esame delle signorie vostre, il mio lavoro, cher si compone dei seguenti allegati:

1) La presente relazione tecnica;

2) I disegni planimetrici ed altimetrici;

3) Le analisi dei prezzi;

4) Il computo metrico e la stima;

5) Il capitolato speciale di appalto.

ORDINE DEI LAVORI E NORME PER LA COSTRUZIONE

La Casa Cinema del combattente sorgerà nel centro del paese. Il suolo, con tanti stenti comprati dal signor Pasquale Catena, presenterà quasi certamente, gravissime difficoltà per le fondazioni: Ma la trascurabile spesa di acquisto ( neppure una lira al m. q.) compenserà quella per le fondazioni.

La casa, in prossimità della Piazza principale del paese, sarà il focolare vivente della sezione che non potrà morire, qualunque siano le beghe e beghine paesane.

Per evitare una spesa ingente per le fondazioni si è progettato un sistema ad archi e pilastri. Questi saranno costituiti in muratura di pietrame e malta, tranne per qualcuno che, per la eventuale presenza di acqua, dovesse richiedere altro sistema.

La direzione dei lavori avrà libera scelta di adoperare un sistema di fondazioni più che altro per quei pilastri che, per la notevole profondità e per l’acqua, richiedesse uno speciale trattamento.

Gli scavi delle pilastrature avranno dimensioni di m. 2x1 per dare agio all’operaio di lavorare; saranno sbatacchiati a cassa intera per evitare il franamento; i pilastri saranno delle dimensioni di m. 0,70 x 0,70, formando così solidi di uguale resistenza. Poggeranno sui pilastri arconi a duplice arcate concentriche dello spessore singolo di m. 0,20 in chiave. Per tali costruzioni non occorreranno centine, perché oò terreno stesso, sistemato a semicirconferenza, si adatterà a questo servizio.

Costruiti gli arconi e i pennacchi di rinfranco fra arco ed arco, fino alla tangente in chiave dell’estradosso, si sospenderanno i lavori per trenta giorni, allo scopo di permettere la presa delle malte e l’assestamento delle murature: Si ripiglieranno quindi i lavori per una fascia di muratura in pietrame e malta idraulica per l’altezza di un metro. Dopo seguiranno le murature in tufo carpato. I muri di elevazione saranno curati nella sola faccia vista di prospetto esterno per evitare la maggiore spesa dei corsi regolari; ma l’Impresa avrà cura di abbondare in malta perf la rifluitazione che permetterà una sommaria stilatura negli’interstizi.

Contemporaneamente i muri perimetrali e trasversali nei due sensi saranno concatenati da archi in muratura e travi di cemento armato e con solai di primo piano; si costruiranno quindi i muretti divisori di laterizi vuoti e malta di gesso con le scale di accesso al primo piano; seguirà il lavoro più importante delle pilastrature a travature in cemento armato. E, ritenendo, al riguardo, responsabile l’appaltatore di tutti i pericoli della imperfetta costruzione nelle opere sidero-cementizie, lo scrivente ritiene assolutamente necessario l’intervento di mandopera specializzata in questa importantissima opera. La responsabilità è grave perché le pilastrature e le travi di cemento debbono sopportare tutto il peso dei solai e della balconata prospiciente alla sala, con il sovraccarico non lieve di una folla di spettatori anche numerosa nelle grandi evenienze, e l’altro peso neppure lieve delle capriate col tetto e con il soffitto a cannucce ad asse affidate. Quindi la responsabilità è grave per l’Impresa e della Direzione dei lavori fermare l’attenzione del capo di arte concorrente all’appalto: per simile delicatissimo lavoro occorre assolutamente la direzione di un tecnico laureato ingegnere, non potendosi concepire la irresponsabilità dei geometri per simili lavori dove non basta talvolta l’avvedutezza del tecnico più abile. Il direttore dei lavori dovrà volta per volta presentare i calcoli di stabilità delle travi e dei pilastri e l’Impresa dovrà offrire una manovalanza capacissima di lavori consimili.

Si completeranno i lavori fatti con il tetto e i solai del secondo piano. Si eseguirà infine il prospetto e tutto quanto occorre per il rifinimento delle opere murarie della casa vera e propria del combattente.

Per la esecuzione di questa prima categoria di lavori servirà la somma ora depositata presso la Sezione; il resto dei lavori sarà eseguita quando l’amministrazione lo crederà opportuno. L’Impresa però resterà sempre obbligata al completamento dell’opera non appena si appronteranno i capitali.

Tutte le norme per l’appalto sono comprese nei capitolati generale e speciale; ma non sarà superfluo aggiungere che la sezione combattenti si è riservata ampia facoltà nella scelta della mano d’opera per favorire i soci alla prestazione della propria mano d’opera. Tra i muratori soci combattenti sarò bandita l’asta; tra i falegnami e ferrai sarà, a tempo opportuno, bandita l’asta per gli infissi e le opere in ferro.

Il contratto delle sole opere murarie ora comprenderà il primo lotto dei lavori.

DESCRIZIONE ED USO DEI VANI

Il fabbricato si può dividere in due parti: l’anteriore servirà per la casa del combattente; la posteriore per il cinematografo. A pianterreno abbiamo un atrio con due stanze laterali, due scale di accesso al piano superiore e due stanzinetti, dei quali uno potrà servire da biglietteria e l’altro da piccolo locale per caffè. Nel sottoscale e nel primo stanzinetto sono ricavate le latrine per il cinema e per la casa del combattente. Al piano superiore vi saranno altrettanti vani, dei quali il corrispondente all’atrio potrà servire, a gestione completa del cinema, per sala delle piccole e normali riunioni dei soci. S’intende che la medesima sala cinema servirà per le grandi riunioni e per le assemblee in genere. La sezione, prima e dopo l’esercizio del teatro, potrà fittare i locali del pianterreno o quelli del primo piano, a seconda della scelta, e ottenere così una prima immediata rendita dal fabbricato.

La sala amplissima ( m. 10,50 x 14 ) sarà modestamente addobbata; i corridoi ampi del primo piano e secondo piano potranno convertirsi anche per palchi. Il palcoscenico, profondo appena m. 4, è piccolo per un teatro, ma sufficiente per una sala cinema di paese.

Nel centro del soffitto architettonico si lascerà una invetrata che porterà la luce centrale alla sala: Il pavimento, in piastrine di cemento, avrà un vespaio di sottostrato per evitare l’umidità, e la pendenza necessaria perché i posti anteriori non tolgano la visuale ai posteriori. Uguale vespaio sarà praticato ai locali del pianterreno della casa del combattente senza però che questi abbiano pendenza.

Il prospetto, in colonne doriche scanellate e rastremate con balconate e stipiti alle porte ed ai balconi e con fregio, cornicione ed attico in cemento armato, sarà preceduto da una spianata pavimentata in pietrino di cemento e da una scalea di gradini pure in cemento con graniglia stuccata e lavorata. I corpi laterali, con quattro finestre e con il loggiato, sarà anche decorato nelle cornici e nelle fasce in cemento.

Tutto intorno, al piano di tetto, in corrispondenza dei corridoi laterali, vi sarà un’ampia terrazza che darà modo agli spettatori e ai soci di prendere aria e di fumare durante gli spettacoli estivi con gli intervalli.

Per evitare l’umidità alla volta del corridoio sottostante si è progettato un controsolaio tipo Perret con fori laterali nella camera di aria per la circolazione libera di essa. Il tetto generale sarà fermato di cavalli armati ben calcolati per il peso proprio e quello permanente ed accidentale del soffitto e cornicioni e del vento, e della neve, e di una struttura con tavole, bordenali e travi e tegole alla marsigliese. Grondaie, ben saldate ed impiantate, con tubi di discesa delle acque gireranno intorno intorno al fabbricato per raccogliere le acque piovane.

Con tubo di cemento si raccoglieranno oltre che le acque del tetto anche quelle provenienti dalla cloaca sotto il fabbricato del signor Calice Donato e si scaricheranno nel vicino vallone delle Fontanelle. Gli intonaci saranno lisci a tre passate; i pavimenti delle stanze saranno costruiti con mattoni di cemento a pressione idraulica e policromatici. Le decorazioni interne saranno semplici ed eleganti; gl’infissi robusti e decorosi per il fabbricato.

COSTO DELL’OPERA

L’opera completa costerà £ 205.231,75.

Non potendo la Sezione sopportare, in una sola volta, tale spesa, ho diviso il lavoro in due lotti: la prima parte ( che è quella innanzi descritta) ammonta alla somma di £ 125.208,58 che è il prezzo base per l’asta compresa le somme a corpo; la seconda parte comprende le opere di rifinimento che la Sezione verrà sviluppando anno per anno od immediatamente, incontrando un debito con l’Opera Nazionale dei Combattenti e con azioni tra i soci medesimi. La somma residuale non può venire a mancare sia per l’azione del sottoscritto che, essendo anche presidente della sezione, si propone di sviluppare, sia per le rendite presenti e future della Sezione.

Supponendo, a priori e con un certo ottimismo, che i soci, la cittadinanza, le autorità, le gerarchie e, specialmente, i cittadini ex combattenti di America soccorrano la sezione con una ventina di migliaia di lire e, prevediamo un utile di circa lire ottomila annue per contratti, fitti ecc. oltre i futuri guadagni del cinema, la Sezione, in termine di pochissimi anni, potrebbe rifarsi del debito e delle possibili azioni tra soci stessi.

Il sottoscritto, augurando che venga presto e completamente finita l’opera, chiude la sua relazione tecnica.

Rionero, 20 luglio 1928.

Il Progettista

Ing. Giuseppe Catenacci







Comune di Rionero in Vulture - Delibera n. 46 del 7 marzo 1931


Terremoto del Vulture- Proposta di ricompensa al valor civile a favore del sig. Catenacci ing. Giuseppe fu Francesco di Rionero”.


IL PODESTÀ


Considerato che il signor Catenacci ing. Giuseppe, nella notte del 23 luglio u.s., in seguito alla violenta scossa di terremoto, trovandosi in uno dei rioni più colpiti, quello dei “Morti”, immediatamente si univa alla piccola squadra diretta dal comandante dei vigili urbani di questo comune signor Libutti Pasquale, per l’opera di soccorso, portandosi nel vico Affflitto, dove sottraeva dalle macerie alcune persone e dirigeva, con la sua competenza tecnica, diligentemente il lavoro di rimozione dei massi e delle murature pericolanti, in modo da evitare possibilmente altre disgrazie;

Che il Catenacci ebbe particolarmente a distinguersi, dopo essere stato instancabilmente per alcune ore, nel salvataggio di certo Di Guglielmo Francesco fu Michele e del di lui nipote Fornicola Felice fu Giovanni, nonché della bimba Martello Maria di Donato, che alle ore 6 del mattino trovatasi ancora sotto le macerie, partecipando personalmente alla rimozione dei materiali e trasportando con la propria macchina al posto di medicazione, la bimba, che così sottratta poté essere restituita alla vita;

Tenuto presente l’azione che il Catenacci ha esplicata in dette dolorose circostanze, con spontaneo e nobile senso di altruismo, acquistandosi la riconoscenza della cittadinanza;

Letto l’articolo 5 della legge 4 febbraio 1926 n. 237;

Letta la circolare di S.E. il Prefetto del 22 ottobre 1930-Gab. 2308/20;

Visti i RR.DD. 30 aprile 1851 n. 1168 e 29 aprile 1888 n. 5280;


DELIBERA


di proporre il signor Catenacci ing. prof. Giuseppe di Francesco, di Rionero per una ben meritata ricompensa al valor civile.


(da M. Traficante, Municipio e Paese, cit., pag.184)


PROGETTO DELLA RICOSTRUZIONE DELLA CHIESA DI CARAVAGGIO E DELL’ANNESSO OSPEDALE AL PIANO REGOLATORE DI RIONERO

RELAZIONE TECNICA


La chiesa di Caravaggio con l’annesso ospedale verranno costruiti sul suolo U del Piano Regolatore di Rionero.

Le distanze dai confini sono quelle indicate nel disegno d’insieme. La parte restante e circostante sarà destinata a giardinaggio.

Il fabbricato si comporrà della chiesa, di uno scantinato centrale, in parte uscente fuori terra, di un piano rialzato, delle infermerie con cessi e con bagni e di due terrazze per i convalescenti.

Nello scantinato e nel piano rialzato saranno sistemati i servizi necessari alla chiesa e all’ospedale: le dimensioni sono quelle indicate nei disegni.

Nella chiesa e nelle infermerie, allo scopo di non occupare i locali con pilastri lesene, si è ricorso al cordolo generale di base e a pilastri in calcestruzzo armato, annegati nei muri, alla distanza minore di m. 4,00 da asse ad asse.

L’altezza dell’intero fabbricata non supera i m 5,00. Un cordolo di coronamento girerà tutto intorno al fabbricato. Le murature saranno ordinarie nelle fondazioni, e listate a mattoni nelle sopraelevazioni. La malta sarà sempre quella idraulica di calce e pozzolana. Gli spessori sono quelli indicati nei disegni:m0,70 nelle fondazioni e nello scantinato; m 0,50 nelle sopraelevazioni.

Tutte le porte e le finestre saranno munite di piattabande di calcestruzzo armato. I solai degli scantinati saranno in calcestruzzo armato misto a laterizi vuoti; quelli del piano rialzato saranno a retina metallica con armatura indipendente dal tetto.

Solo la chiesa non sarà retinata, avendo stabilito di mettere in evidenza le capriate e il tavolato decorativo del tetto, per ottenere una maggiore altezza della chiesa non consentita dalle norme tecniche. Il tetto sarà poggiato sui muri di timpano e sulle capriate. Non eserciterà alcuna spinta orizzontale. I muri di timpano saranno regolarmente imbracati con cordoli di calcestruzzo armato.

Un vespaio generale eliminerà l’umido del sottosuolo dai vani del piano terra e dello scantinato. I pavimenti saranno a marmette di cemento.

L’ammontare totale dei lavori è di £ 160365,02 di cui una parte della somma è sussidiabile dallo Stato secondo il disposto della stima n. 1490 e l’altra parte sarà sopportata con i fondi della Confraternita di Caravaggio.

Rionero, 1 agosto 1936 XIV

Il progettista

Ing. Giuseppe Catenacci




PROGETTO DI RIPARAZIONE DELLA CUPOLA DELLA CHIESA DI S.MARCO EVANGELISTA DI RIONERO IN VULTURE

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RELAZIONE TECNICA



La chiesa di S. Marco Evangelista, come quasi tutti gli altri edifici d’importanza di Rionero, non venne costruita a nuovo con un progetto organico.

L’antica chiesa di S. marco, come appare dallo studio del fabbricato, e come risulta dalle voci più o meno accreditate dei fedeli, comprendeva la sola navata di crociera, ed aveva la porta d’ingresso a mezzogiorno, dove ora si addossa un gruppo di piccole case che parzialmente vengono demolite per allargare la strada nazionale, già Contursi - Barletta.

Aumentando la popolazione della borgata, che verso il 1530 contava appena 300 focolrai, si vide la necessita di ingrandire la chiesa per contenere la popolazione la quale, verso il finire del 1800, era diventata di circa novemila abitanti.

Si pensò quindi arditamente di creare l’attuale corpo principale della navata centrale, e quella delle due minori, con fronte e porte di ingresso ad oriente, sull’attuale spinata che sovrasta via Garibaldi.

La vecchia entrata venne abolita, creandosi l’attuale cappella dell’Immacolata.

Nell’incrocio della vecchia navata con la nuova si diede mano al rinforzo dei pilastri e alla costruzione della cupola.

Essa costruzione è armonica e monumentale; rappresenta quanto di meglio seppe fare una coscienziosa maestranza di operai locali.

Il terremoto del ’51 e quello del luglio 1930 hanno messo in pericolo la stabilità della cupola, oltre a quella delle volte e delle voltine sul resto della chiesa.

Il mio compito è quello di indagare i danni causati alla cupola dal terremoto, e di procedere allo studio dei lavori di riparazione.

ESAME DEI MATERIALI COSTRUTTIVI DELLA CUPOLA

La lanterna, la cupola propriamente detta sono costruiti con tufo monolitico della prima fase eruttiva del Vulture. Il materiale è assai buono per l’uso cui è destinato. Esso viene detto carpato, idest butterato, perché le pomici sono state portate via lasciando al loro posto dei vacuoli o cellette dalle pareti ruvide, che giovano molto nelle costruzioni, perché, per tali ragioni offrono maggiori e numerosi punti di presa alla malta cementata - Di Lorenzo- “Studio geologico del Monte Vulture”. Esso rassomiglia di molto al tufo della collina di Posillipo, sulla quale è costruita la città di Napoli: I due tufi quindi hanno su per giù le medesime qualità costruttive. Riferiamo le proprietà costruttive del tufo napoletano al tufo del Vulture, per quanto chimicamente diversi.

I tufi napoletani pesano da Kg 1100 a Kg 1495 al m.c., hanno una resistenza alla schiacciamento di Kg 47 a 52 per cmq ( Rondolet, “Traité Theorique et pratique de l’art de batir”), L. Dell’Erba “ Corso di Geologia generale”,pag.607.

Altro materiale che si incontra nella costruzione è il basalto del Vulture, che è resistentissimo alle forti pressioni, alla flessione e alla trazione.

Di questo materiale sono formati gli anelli superiori dei quattro archi reggenti la cupola.

Le estremità superiori del pilastro verso S. Marco è fatta con materiali tenero lavico di non grande resistenza alle pressioni.

Il terreno di fondazione è formato dai prodotti lavici, di tufo sull’antico terreno sedimentario. La resistenza allo schiacciamento è presso che identico a quella del materiale di cui è formato l’anello inferiore dei quattro archi della cupola.

ESAME DELLE LESIONI E DELLE FRATTURE

Le lesioni più gravi sono nel pilastro di nord ovest che io chiamo di S. marco, perché rivolto verso l’altare dell’Evangelista.

In questo pilastro si nota, dai saggi fatti, che fino all’altezza di m 4 dal pavimento, il sistema delle lesene e del pilastro compatto e formato con ottimo e resistente materiale vulcanico. Dopo si incomincia a notare una lesione di distacco tra gli elementi vari del pilastro. Detta lesione si allarga e termina al cornicione di imposta. Altra lesione di distacco si noita in tutta la volta a botte del coro.

Queste lesioni dimostrano chiaramente che nei movimenti tellurici, dal 51 al 1930, il muro di ovest ha tracimato con sé la volta che si è venuta a distaccare dall’arcone di centrosostegno della cupola.

Nel pilastro della cupola si mostrano lesioni di schiacciamento e di distacco per l’azione dell’urto della cupola nel movimento sismico.

Queste lesioni hanno tre origini diverse:la non omogeneità nelle masse costruttive di un telaio di legno cerro in lato del piano di importa dei due arconi; la non uniforme e non intessuta struttura muraria del nocciolo del pilastro con le fasce di lesene laterali (….). Eseguita questa operazione si procederà alla demolizione saltuaria dei due vecchi pilastri di s. Marco e dell’Addolorata fino alla parte soda della muratura. Finalmente si costruiranno in breccia i nuovi tre archi di mattoni e si procederà alla sfornatura delle centine e alla demolizione dei pilastri provvisori di muratura.

Il materiale proveniente dalle demolizioni si riutilizzerà nel resto delle riparazioni.

COSTO DELL’OPERA E CONFRONTO CON IL COSTO DELLA DEMOLIZIONE E RICOSTRUZIONE COMOLETA DELLA CUPOLA.

Il costo dell’opera è di £ 52.700,00 in cifra tonda. Nelle opere non vengono comprese quelle di intonaco e rifinimento, già calcolate nella perizia principale del Genio Civile, dall’esame della quale è risultato che le opere per la demolizione e per la ricostruzione della cupola e dei pilastri è di £ 210.105,96 – vedi titoli N°10, 14, 29, 31, 33, 34, 42, 62, 64, 65, 66, 67, 68, 69, 70, 71, 72, 73, 74.

Quindi, oltre alla possibilità di conservare un monumento non facilmente ricostruibile con la medesima eleganza di proporzione, vi è un risparmio di £ 151.279,46. Nella somma di 210.105,96 non ho compreso l’importo relativo per la direzione e la sorveglianza. Esso può ritenersi come somma imprevista nelle opere di consolidamento da me progettate. Lo Stato e il Comitato dei restauri risparmierebbe rispettivamente per i lavori della cupola la somma di £ 79.104,73, pari al 50% dell’importo totale di 3 158.209,41.

Tanto ho dovuto far noto alle autorità competenti del genio Civile, e come perito incaricato del Comitato rionerese dei restauri della chiesa Madre, e come cittadino interessato alla conservazione dei pochi monumenti paesani.

Rionero, 1 giugno 1934 XII

Il Perito

Ing. Giuseppe Catenacci









ONORANZE A GIUSTINO FORTUNATO E VARIE


Rionero, 9 nov. 1943

Egregio Signore,

reputo mia fortuna averla potuto conoscere casualmente a mezzo della signorina Motta.

Ella ha dovuto molto soffrire per le intransigenze e per gli errori del fascismo. Io – pur avendo compiutamente fatto il mio dovere nella guerra passata ed in pace – ho sopportato, per venti e più anni, inenarrabili persecuzioni.

L’aver dovuto risiedere in un paese della Lucania per ragioni di affari e di famiglia ha moltiplicato le mie sofferenze fino all’inverosimile.

Tra persone che hanno sofferto si stabiliscono rapporti spontanei di simpatia. Tale è il mio stato di animo verso di lei.

Non ho bisogno di nulla personalmente. La carriera scolastica che mi sono aperta dal 1923 – quando non occorreva la tessera del partito – è opera del mio lavoro. Come primo vincitore del concorso per le cattedre di costruzioni, mi feci assegnare all’Istituto di Melfi, al quale mi reco col treno da Rionero nei giorni di scuola stabiliti. Ho esercitato ed esercito la professione d’ingegnere nei limiti del tempo che la scuola mi consente, e delle poche possibilità che il fascismo mi lasciava; attendo con passione alla campagna.

Ma per le sofferenze patite e per l’autorità che godo in provincia è doveroso che attenda anche ai doveri di cittadino libero e inattaccabile da qualunque punto di vista.

Ecco le ragioni che mi hanno costretto ad avere punti di contatto con le autorità provinciali dopo che tutti, i quali ebbero la tessera del partito fino al 25 luglio scorso, si sono fatti e si fanno a pezzi per dimostrare il loro immaginifico antifascismo.

Giustino Fortunato – deputato, senatore, studioso profondo della questione meridionale, oltre che benefattore del suo e mio paese e della regione – è figura nazionale. Non aderì al fascismo, per cui il paese natale non potette in alcun modo commemorarlo per veto politico.

Ecco la necessità della formazione di un nucleo di comitato per le onoranze future da farsi per tanto Uomo.

Le invio una mia modestissima pubblicazione che, letta in qualche momento di respiro dalle occupazioni della carica, la metterà in condizioni di conoscere l’Uomo e la Quistione meridionale.

La pubblicazione rimonta al 1932, epoca non sospetta della mia attività di cittadino libero.

Durante tanti anni mi fu vietato di frequentare locale pubblici. Ed ecco ancora l’altra necessità, mia e di molti altri cittadini di tendenze democratiche, della formazione di un circolo democratico nell’unico locale disponibile di Rionero, che è quello del Dopolavoro. Se vi fossero altri locali da fittare non daremmo fastidio a nessuno.

A voce le dissi che nel lontano 1923 i fascisti rioneresi s’impadronirono a viva forza del vecchio circolo democratico. Oggi i democratici ritornano legalmente nei locali del Dopolavoro.

Occorre però che vi sia un’ordinanza scritta per chiudere temporaneamente l’attuale Dopolavoro, e riaprirlo con nuova tendenza politica.

Inoltre mi occorre riprendere una mia attività letteraria e poi scientifica, per cui la prego d’interessarsi sulle modalità delle autorizzazioni.

Ad un mio lavoro di carattere turistico-sociale-geologico sulla Costiera amalfitana e sulla Penisola sorrentina venne vietata la pubblicazione. Quindi esso è già pronto. Ed è pronto anche un altro lavoro di carattere esclusivamente letterario, oltre che uno scientifico.

Come vede, nulla domando che abbia il ben che minimo sapore di personalismo.

Attendo da lei e dall’on. Reale un vivo appoggio. Mi duole di non potere avere frequenti contatti sia perché lontano dal capoluogo, sia perché i mezzi di comunicazione sono difficilissimi e sia ancora perché le autorità e l’on. Reale sono occupatissimi.

Con osservanza

Giuseppe Catenacci


Per il ritiro del permesso scritto la prego di farmi conoscere il giorno in cui potrò venire a Potenza a mezzo del medesimo latore.

È possibile avere il permesso di viaggiare con l’automobile? Io ho una Balilla in perfette condizioni, ma senza gomme. La metto a disposizione del pubblico purché me ne serva anch’io.


































IN RISPOSTA A “IL LAVORATORE” DELL’8 APRILE 1945


Egregio signor Direttore,

la prego ancora una volta di dare diffusione alle seguenti delucidazioni sul mio discorso di presen-tazione di S. E. Gronchi al Teatro Stabile di Potenza.

Su “Il Lavoratore” dell’8 aprile 1945 sono apparse due recensioni: una a firma di M. S.; e l’altra evidentemente della redazione, perché senza firma.

Mi duole che sui giornali debbano comparire frasi e periodi stranamente offensivi per falsate interpretazioni della verità. Il giornalismo dovrebbe essere una palestra mobilissima per la educazione delle masse. Ma, usato a scopo demagogico, e peggio ancora diffamatorio, è l’arma più adatta per pervertire le coscienze. E poiché mi sono proposto di lottare a fine di portare il mio piccolo contributo per l’aiuto materiale, e più ancora morale, della gente sana della mia terra, eccomi ancora una volta sulla palestra del giornalismo per mettere in chiara evidenza la verità.

Nella presentazione da me fatta di S. E. Gronchi il 19 marzo 1945 non feci alcuna menzione della riforma agraria, propugnata dal Partito socialista. Ai miei conterranei presentai S. E. Gronchi con pochissime parole, perché credo perfettamente inutile osannare gli uomini, quando i bisogni vitali della regione richiedono le energie combattive di tutti i suoi figli. Volli però presentare a S. E. Gronchi – della florida Toscana – la nostra povera regione, nel suo quadro geologico, climatico e sociale.

Essa è al centro della Questione meridionale, per il disordine idraulico dei suoi torrenti e delle gronde montane, denudate dal manto boschivo; per la malaria in recrudescenza; per il clima e per le frane. “Le popolazioni – lessi integralmente – apatiche e diffidenti ad ogni onesto afflato del movimento politico, fanno sacrifici enormi di lavoro per strappare alla zolla e al clima i magri raccolti che mai sollevano la generale miseria. Il movimento socialista che altrove fu, ed è, rivolto alla elevazione morale delle classi più umili, fu, ed è, inteso, da noi, semplicemente e puramente come una speranza di rapire la terra a chi la possiede. Non è da parlare di una vera classe di operai, che manca qui per l’assenza delle fabbriche”.

Feci, poi, un resoconto del movimento democristiano; e chiusi ricordando gli uomini che si erano interessati della Questione meridionale, da Leopoldo Franchetti, a Sonnino, a Fortunato, a Nitti e a Ciccotti. Ricordsai anche l’ “Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia”, creata da Padre Seteria, ed ora così vitalmente sostenuta da don Giovanni Minozzi.

Che c’entrava la riforma agraria propugnata dal Partito socialista, come scrive la redazione de “Il Lavoratore”?

E chi si è mai curato, e si cura, di riforme socialiste quando il problema della terra, e della nostra in particolare, è così grave, che tecnici agrari, come l’Azimonti, sono riusciti solamente ad impostarlo, vivendo e lavorando sulla terra e con i contadini, e non nella redazione di un povero giornale di Provincia?

E perché il Ministro doveva prendersela, nientemeno, con colui che lo aveva presentato, “prendendo lo spunto dal passo tanto infelice”, che ha messo il disordine nelle piccionaie comunista e socialista?

Scrive la direzione de “Il Lavoratore” che “il Ministro, volgendosi a lui (cioè a me), disse senza perifrasi e senza lenocini di parole che tanta gente farebbe meglio a uscire dal partito, poiché, senza ammantarsi ipocritamente o incoscientemente di democrazia, è naturale ed è decente che essa sia là, dove è più nera e più stupida la reazione”.

Di lenoni non ci sono che i fissati frenetici, e la gente in mala fede, che prende lucciole per lanterne. Non mi curo degli uni; e mi beffo degli altri.

La verità è rifulsa nella compiacenza del pubblico numeroso, e di S. E. il Ministro Gronchi per quello che pochissimi di noi hanno saputo fare in meno di un anno.

Abbiamo dato la vita a sessanta sezioni maschili, e a molte altre femminili, della Democrazia Cristiana. Ed in questo lavoro ho bene la mia parte, piaccia o no a chi travisa il mio pensiero. Mi sono giunte lettere da Roma da persone vicinissime al Ministro Gronchi, nelle quali è manifestata con compiacenza la contentezza e la meraviglia per quanto abbiamo saputo fare in così poco tempo, senza occupare fascisticamente le ex sedi delle organizzazioni del regime crollato.

Di me, poi, sappiano le due redazioni giornalistiche in rivolta, che si ha più stima di quanta ne meriti; e si ha infinita fiducia sul dinamismo del mio spirito e dei miei muscoli che hanno girato e girano, a piedi o in bicicletta, per i monti e per le strade di questa nostra povera terra. Ecco come il Ministro Gronchi e le persone responsabili del Partito si sono rivolte a me, senza perifrasi e senza lenocini di parole.

In quanto al mio cervello, che qualche altro scrittorello di Azione proletaria o del Il Lavoratore chiama arrugginito, per non so quale mirabilia dimenticata sul paradiso del Sole dell’avvenire, rispondo che me lo conservo caro caro – arrugginito come è – per non essere mandato al manicomio.

Ed un po’ di cavalleria anche nella polemica. Si è attaccata ne “Il Lavoratore” una nota signora melfitana, di molto ingegno, moglie di un professore universitario, mio amico. La signora convenne ad una riunione femminile, da me indetta per la formazione della sezione di Melfi. Dissi qualche cosa sul programma dei vari partiti, e in particolare su quello della Democrazia Cristiana. Fissai precisamente questi concetti: Ero e sono contro tutte le dittature; rispetto tutte le idee; ma pretendo che siano rispettate le mie, che collimano con quelle del mio Partito. Tutti gli onesti in Italia, non fascisti o fascisti al tempo passato, debbono lavorare alla ricostruzione materiale e morale della Nazione; io ho dimenticato le persecuzioni e guardo a tutti gl’Italiani come a fratelli, e non come a nemici. Per questi concetti vitali sono pronto a lasciare la pelle sulle barricate. Chiuse il convegno un noto magistrato di Potenza con un vero discorso.

L’ora pomeridiana si era inoltrata. La signora – nota romanziera – stava sulle spine. Aveva lasciata la casa con il portone chiuso a chiave. La mamma vecchia non poteva muoversi dalla sedia; l’unica figlia, domiciliata a Melfi, era a letto malata. La lattaia doveva portare il latte per la modesta cena. Nessuno avrebbe potuto aprire il portone. La signora credette opportuno di allontanarsi dalla sala prima della chiusura del convegno. Il noto magistrato non fu tollerante. Ed io glie ne faccio un torto. La signora, andando via, non rispose una parola al “buona sera” ironico dell’oratore. L’indomani andai a presentare le scuse proprio da parte dell’oratore, che me ne aveva dato preciso incarico, appena venne a conoscere il nome della signora.

Il filonazismo della signora stessa si riduce, quindi, alla necessita della bottiglia del latte per la cena dei familiari malati! …

Ed ora, chiudendo, domando: Chi dà il diritto ai signori socialisti e comunisti d’interessarsi dei fatti altrui, e, più ancora, di alterare la verità?

Il giornalismo è una palestra di educazione, e non la ribalta per la propaganda “a male parole”, come la chiama il pubblico provinciale, ormai scocciato. Siamo in buona o mala fede? Si può interpretare il pensiero altrui, specialmente quando si parla al pubblico, in un senso più che in un altro. Ed io, tollerantissimo, non me ne meraviglio. Ma, se vi è della mala fede a scopi propagandistici ed elettoralistici, allora io dico e dirò che rispetto tutte le idee quando sono professate da persone oneste ed amanti del lavoro; ma che le combatterò, attraverso la mia azione e quella del mio

partito, quando siano professate da persone frenetiche, fissate, ed immorali.

Io non faccio distinzione tra disonesti fascisti e disonesti comunisti, o socialisti, o democristiani. Come non faccio distinzione tra spostati e fissati frenetici di ogni partito.

So, per ventennale e durissima esperienza, che, al tempo della dittatura fascista, ero tacciato di sovversivismo quando dicevo la verità, e professavo le mie idee cardinali sulla rettitudine e sulla quadratura mentale degli uomini da mandare al potere. Oggi pare che l’eredità fascista sia caduta in mani comuniste o socialiste.

La medesima intolleranza, i medesimi sistemi animano i nuovi padroni! Non c’è che fare: sono i difetti insanabili delle dittature. I reazionari e i fascisti, s’intende, siamo ora noi che non condividiamo le idee dei socialisti e dei comunisti. Nel nostro partito entrano “gli agrari grossi e piccini” (per fortuna non vi sono entrati ancora i delinquenti); entrano i fascisti e così via di seguito. Gli angeli, i puri, gli amici del popolo, gli antifascisti sono tutti nel ritrovato paradiso del comunismo e del socialismo.

Io non lo invidio questo paradiso. Io credo poco alle riforme fatte per scopo di proselitismo. Generano cenere e tosco.

Credo ad un solo, vero socialismo: quello predicato dal Vangelo. Sono per tutte le riforme più radi-cali e più illuminate. Sono contrario al cieco conservatorismo. L’uomo, e le masse specialmente, devono tendere alle perfezioni civili e cristiane. Diversamente è perfettamente inutile riformare il mondo.

Sulla discussa questione della terra e del latifondo nel Mezzogiorno d’Italia spero di poter dare il mio giudizio con uno studio a parte, e con la massima serenità.

A quanti, giovani e più ragionati dei socialcomunisti, mi hanno incolpato di avere buttata troppo giù la nostra terra nella presentazione di S. E. Gronchi, rispondo: Giratela questa nostra Italia, e non fermatevi nelle città. Scalate i monti, scendete nelle valli dei fiumi, conversate con i contadini, con gli operai, e specialmente con la natura nostra madre. Ma soprattutto, amatela questa nostra terra, e sposate sempre la verità, ed odiate la retorica. Solo allora vi accorgerete che io ho detto la verità. E nella verità vi è tutto l’ardore del mio dinamismo, e della speranza di vedere migliorate le nostre genti.

Perdoni, signor direttore. È l’ultima volta che vi ho importunato per una polemica oramai chiusa da me in maniera definitiva.

Con osservanza

Rionero, 21 aprile 1945

Giuseppe Catenacci







CONFERENZA TENUTA A MATERA IN OCCASIONE DELLA “GIORNATA DELLA SOLIDARIETÀ POPOLARE” INDETTA DAL PARTITO DEMOCRATICO CRISTIANO

1 nov. 1945 –


È difficile ad oratori provati parlare in una cittadina come questa, di alta tradizione culturale, la quale ha dato alla storia nomi di santi, come S. Giovanni da Matera; di poeti, come Tommaso Stigliani; di musicisti e di giuristi, come Egidio ed Emanuele Duni, e di paleontologi come Domenico Ridola.

Immaginate come debba sentirsi a disagio, qui, un ingegnere professore di materie tecniche e coltivatore di campi, il quale ha praticato tutt’altra professione che quella dell’oratore.

Ho accettato l’invito per disciplina di partito. Ma voglio subito dichiarare che è meglio ascoltare la parola disadorna di un lavoratore, il quale conosce, passo per passo, la vostra terra, anzi che l’oratoria alata di chi vive nella città una vita del tutto diversa dalla nostra.

Mi sono voluto presentare con il biglietto da visita: sono un lavoratore, anche dei campi; e non per eufemismo. Prendo anch’io le forbici per potare la mia vigna; e, tante volte, imbraccio anch’io la zappa per rivoltare la terra al sole fecondatore. Ho il diritto, perciò, di far sentire la mia voce, più di quanto non ne abbiano i politicanti di professione. Ed ho il diritto di dirvi: Signori miei, dubitate della oratoria di chi parla di lavoro e di lavoratori, e non conosce cosa sia un cantiere, cosa sia un’azienda agricola, e addirittura cosa sia il lavoro.

Avete sentito, per esempio, ed avete anche letto che la Costituente dovrà essere il rimedio di tutti i mali italiani. È troppo evidente che, con tale metodo di propaganda messianica, si vuole illudere il popolo per fini meramente elettoralistici.

L’Italia soffre di tanti mali, remoti ed attuali, che è proprio volere illudere il popolo facendogli credere che tutte le disgrazie derivino da uno, più che da un altro sistema istituzionale ed elettoralistico. Occorre, invece, guardare la realtà, senza passione di parte; ed abituare le folle a considerare le gravi condizioni morali ed economiche in cui è caduta la nazione, per consigliare i sacrifici che occorre sopportare e per sormontare gradatamente le difficoltà della resurrezione integrale.

Da più parti si chiede la collaborazione della Democrazia Cristiana per la costituzione di un governo forte, che possa alfine affrontare le gravi difficoltà che la nazione offre al suo risorgere, dopo venti anni di malgoverno fascista, e dopo una guerra perduta.

Ma mentre in alto si deprecano i metodi reazionari, in basso si continua ad agitare le masse con verbalismo rivoluzionario dannoso. In tal maniera si perde di vista la realtà dura, ma non irreso-lubile, della situazione italiana. Al popolo bisogna dire la verità, senza orpelli e senza eufemismi. E prima di tutto non bisogna promettergli l’araba fenice del solito eterno benessere materiale senza il duro lavoro. In Italia c’è da mettere in comune una sola cosa: la miseria, quasi generale di tutte le classi sociali, tranne di quella – poco onesta – dei contrabbandieri.

Verrei meno al mio scopo, se subito, ed a priori, non vi dicessi quello che io sento, e che è maturato nel mio animo dalla lunga esperienza e dalla dimestichezza con tutte le classi sociali.

Tutti sono convinti, in alto come in basso, che in Italia non è possibile una rivoluzione. Essa è già avvenuta, in quanto che le classi che una volta si chiamavano borghesi, ed erano effettivamente più agiate, sono malconce dalle ristrettezze; ed altre classi, che erano all’infimo gradino sociale, sono oggi – sempre in maniera relativa alla miseria di tutti – quelle che meglio sopportano l’urto del cataclisma sociale.

In tanta generale disgrazia per la nostra s’afflitta e desolata Italia è logico e chiaro che per risorgere occorre che una classe non si sovrapponga all’altra. Occorre la concordia nazionale, pur nella discordia presente dei partiti, per avviarci alla rinascita. Terminata la guerra delle armi occorre vincere la battaglia della pacificazione delle coscienze. Diversamente, sarebbe inutile avere abbattuto il fascismo, per rinnovarlo nei metodi reazionari e fascisti, che sono la triste eredità di venti anni di violenza e dello spirito anarchico del popolo italiano. I partiti debbono essere guardati come il palladio di tutte le libertà. Essi debbono impedire il ritorno alla dittatura.

Nel disapprovare la violenza demagogica di alcuni, io mi permetto di giudicare anche la critica nefasta degli eterni malcontenti – che oggi sono un esercito – i quali desidererebbero dal governo e dai partiti l’impossibile, in tante distruzioni, e in tanta durezza di vita.

Si grida ingiustamente: basta con i partiti; sono troppi. E poi se ne costituiscono altri, come se nei partiti storici non vi sia quel tanto di programma che possa accontentare tutti gli spiriti. Risorge, così, l’Italia individualistica ed anarchica dei Comuni e delle Signorie, per non citare l’Italia dei Capitani di ventura.

Le attuali difficoltà non sono create dai partiti al potere. Sono la triste eredità del fascismo e della guerra perduta.

Cerchiamo di essere nella verità; e non inganniamo, signori miei, il popolo.

Anche i partiti si ridurranno a pochi, perché la selezione avverrà, e i partiti senza seguito scompari-ranno. Una cosa è necessaria: costruire dentro di noi una solida fede politica . In tutta l’Italia, la Democrazia cristiana, per fare opera di concordia, chiama a raccolta non solo gl’iscritti al suo partito, ma tutto il popolo, e celebra la GIORNATA DELLA SOLIDARIETÀ POPOLARE.

È il giorno di tutti i Santi, che la Chiesa ha voluto far coincidere con la vigilia della commemo-razione dei defunti.

Signori miei, lasciatemi profondere tutto il mio animo di credente nel Cristo redentore e nella religione dei morti, per rivolgere a tutti la parola della pace e della fratellanza universale.

La celebrazione della giornata della solidarietà popolare si prolungherà, con le opere di bene, fino alla domenica dell’11 novembre. In questo scorcio di tempo un’altra giornata commemorativa – il 4 novembre – ricorda agl’Italiani di non dimenticare il passato. Potremo accettare, nella dura sconfitta, tutte le mutilazioni: anche quelle più impreviste. Le accetteremo a denti stretti, e non tripudiando. Dovrà restare in noi sempre sacro il ricordo dei seicentomila morti per la unificazione italiana, e non per le guerre imperialiste del fascismo.

Io non penso di disarmare la giustizia. Chi, approfittando del fascismo e della guerra, abbia commesso veri e provati delitti di diritto comune deve severamente scontarne la pena. Ma la giustizia sia rapida e serena. E, basta, basta con le persecuzioni e con le stragi e con gli odi. Il fascismo per venti e più anni ha tiranneggiato. La guerra sovvertitrice ha avvelenato con la propaganda di odio tutta l’umanità. Altri hanno fatto il resto.

L’Italia meridionale, a differenza di quella settentrionale, ha dato l’esempio mobilissimo di avere tutto perdonato. In Alta Italia, per effetti delle lotte intestine, ci sono stati centocinquantamila morti. Neppure durante il tempo del Terrore ci furono tante vittime in Francia. C’è stata anche da noi un po’ di reazione alla caduta del fascismo, ma nessuno si è permesso di uccidere il fratello.

Chi vi parla venne arrestato, venne più volte denunziato per il confino, venne umiliato e vilipeso per tanti anni. Quindi, la sua non è una voce interessata. Non è con l’odio che si ricostruisce e si genera, ma con l’amore predicato dal Vangelo.

Tutti hanno avuto i loro torti con il fascismo. È il vero caso di dire: Chi è senza peccato abbia il coraggio di lanciare la prima pietra.

Oggi pare vogliano consacrarsi i medesimi errori dell’altro dopo guerra. La Democrazia cristiana – che io ho scelta a mio partito perché s’ispira alle leggi immutabili di pace e di fratellanza – La Democrazia cristiana rivolge, oggi, agl’Italiani tutti la parola di concordia. E questa disinteressata azione di bene assume – in questo giorno – un aspetto e un valore di singolare importanza.

È stata organizzata la Giornata della solidarietà popolare. Dall’1 e fino all’11 novembre, la Demo-crazia cristiana invita tutti i suoi iscritti a fare qualche cosa di concreto per venire incontro alle classi più derelitte del popolo. Si avvicina l’inverno, che sarà il più duro per la nostra povera nazione.

Fra le tante manifestazioni di parte e di classe, che si susseguono per l’affermazione di idee e di propositi unilaterali e per la tutela l’interessi particolari, la nostra vuole essere una dichiarazione e, al tempo stesso, l’inizio della concreta attuazione di un programma di solidarietà di tutto il popolo italiano. Ogni sezione dovrà attuare e proporre iniziative generose per venire incontro alle necessità impellenti della popolazione.

Azione di carità cristiana, di soccorrevole aiuto, tanto più doverosa quanto più vasto è il campo sul quale deve esplicarsi, e quanto più grandi sono i dolori che ne reclamano il soccorso e il conforto.

Tutti siamo stufi delle parole; tutti desideriamo un nuovo ordine che, attraverso il rispetto della legge, avvii questo nostro popolo verso la sua elevazione morale e materiale. Le rovine materiali sono enormi. Il Ministro Ruini della ricostruzione nazionale, nella seduta inaugurale della commissione omonima, di cui faccio parte, ci parlava di danni che ammontano a circa tremila miliardi.

Immaginate che un vocabolario Melzi sia formato di mille pagine di lire mille ognuna. Un tale vocabolario rappresenterebbe un milione di lire. Ne occorrerebbero mille per formare un miliardo; e tre milioni di vocabolari Melzi per formare tremila miliardi. Se il vocabolario pesasse un chilo, occorrerebbero tremila tonnellate di biglietti da mille per formare i tremila miliardi. La cifra è assolutamente astronomica.

Ma dieci milioni di lavoratori – e l’Italia ne può dare più del doppio – che lavorino a duecento lire al giorno, guadagnano in una sola giornata due miliardi. In duecentocinquanta giornate lavorative, per un anno, guadagnerebbero cinquecento miliardi. In sei anni, quindi, la stessa popolazione di dieci milioni di operai metterebbero a posto l’Italia come e meglio di prima.

Occorrono due cose: la concordia nazionale e un governo forte che, attraverso prestiti interni e internazionali, sappia dirigere la nostra massa di lavoratori verso la ricostruzione.

Per ricostruire le case, per pavimentare le strade, per rifare le ferrovie non abbiamo bisogno, in maniera eccessiva, di materie prime che a noi difettano. Di pietre per le costruzioni e per le calci e i cementi, di crete per i mattoni, la madre natura ce ne ha date tante e in così varia abbondanza, da rappresentare la nostra disperazione economica. Il nostro problema di ricostruzione è quindi un problema di mano d’opera. E noi ne abbiamo grande abbondanza. L’Europa è tutto un cumulo di macerie. Si avrà bisogno di noi nella sua ricostruzione. Con le rimesse degli operai potremo gradatamente restituire il valore alla lira.

Ma nell’attuale momento critico in cui, al dire di un Ministro, se non crepiamo di fame lo dobbiamo all’America, è logico, buon Dio, avere una parola di ringraziamento per quel gran popolo che è l’unico – dico l’unico – a non pretendere un lembo della nostra patria.

Si dice che l’Italia sia il paese dei machiavellici, perché da noi nacque il grande Segretario fiorentino. Dovremmo quindi guardare ai nostri interessi senza avere sentimentalismi di sorta. Ma avviene proprio il contrario. Osanniamo a chi pretende, più di tutti gli alleati, compensi di impianti industriali ed in territorio. Tanto, diciamolo pure francamente, fa seriamente dubitare della famosa intelligenza degl’Italiani. Tutti gridiamo viva a sinistra e viva a destra; e nessuno si ricorda più di essere italiano.

La rinascita materiale non è dunque un problema impossibile a risolversi. Ma chi riformerà, invece, la coscienza morale del nostro popolo? Chi richiamerà al rispetto della legge i forsennati che stimano lecito l’illecito, e non hanno alcun senso del dovere verso la Patria e verso l’umanità? Chi incanalerà sulla via della modestia, del lavoro, della dignità tanto popolo di donne corrotte, di uomini e di ragazzi esposti a tutte le cose più luride e che non vogliono più saperne del lavoro produttore ed onorato?

Col materialismo – cioè con l’utopia di creare per tutti la ricchezza a buon mercato – non creeremo la coscienza morale. Non vi sarà libertà, non vi sarà giustizia se il popolo continuerà ad essere massa ineducata e bruta; e se le classi dirigenti non sentiranno il fervore divino della responsabilità, specialmente nelle tragiche ore che il mondo attraversa.

La Democrazia cristiana, a differenza di altri partiti politici, ha come postulato basilare di tutto il suo programma quello di formare nel popolo una coscienza morale e religiosa, ispirata ai principi e ai precetti del Cristianesimo. Tutte le riforme politiche, economiche e sociali debbono scaturire da una salda coscienza morale. I popoli più civili sono anche i più religiosi e i più tolleranti. Come i popoli più incivili e gl’individui meno preparati sono i più fanatici, i più intolleranti e i più facinorosi.

Dal fermento della civiltà cristiana scaturiscono l’uguaglianza dei diritti e dei doveri, lo spirito della fraternità e delle solidarietà sociali. Un altro suo fermento è il rispetto della personalità umana nel suo diritto alla vita, all’integrità personale e al godimento, nella giusta misura, dei beni della terra.

Quindi l’uomo ha il diritto alla proprietà, come diritto alla libertà di pensiero e di azione, nei limiti della legge morale.

Ma la giustizia fondata sull’ordinamento sociale individualistico non deve risolversi in ingiustizie a danno della comunità. E noi, che pur vogliamo rispettata la personalità umana, siamo contro le dittature di destra, cioè dello straindividuo, come siamo contro le dittature di sinistra, cioè di classi che salgono al potere a mezzo d’individui. Noi siamo per la democrazia: cioè per governo del popolo, a mezzo dei suoi rappresentanti, scelti tra quelli che onestamente lavorano in tutti i rami dell’attività umana.

Non ci illudono i grandi nomi. Corrispondono, il più delle volte, ad uomini inetti alla cosa pubblica. Ricordate che a fare il ministro non occorrono la sapienza filosofica di Platone o l’intuito divino di un Marconi. Occorrono, nella cosa pubblica, quadratura mentale e spirito di fare il bene per il bene. Il genio è più volte deleterio. Napoleone fu il genio più formidabile della terra e del suo tempo; ma non seppe dominare le sue passioni e la sua ambizione. E la Francia, di guerre in guerre, finì col portare gl’Inglesi, i Prussiani e i Russi a Parigi.

Noi vogliamo combattere lo spirito d’incompetenza e di faciloneria del ventennio passato, e lo spirito facilone e classista del tempo attuale. La dittatura passata ci ha portato agli sperperi prima, alle distruzioni poi, ed ora alle rovine da riparare, alle lacrime da asciugare, al paese da ricostruire dalle basi.

Secondo un’inchiesta della Democrazia cristiana del luglio scorso, la realtà della miseria in Italia è rappresentata dal fatto che nel 1945 sette lavoratori su dieci non possono, con i redditi giornalieri, provvedere ai bisogni della vita. Nel 1929 quale quota di lavoratori, che non riusciva a vivere modestamente col proprio guadagno, era di sole due persone su dieci.

La miseria si combatte per due strade: rimediando immediatamente ai bisogni urgenti con una politica di lavori pubblici e privati; e riformando la società, perché dalla miseria essa esca ed alla miseria non si torni più.

Il professore Corbino, ultimamente, alla Consulta, consigliò al Governo di facilitare l’afflusso di capitale straniero in Italia, per sollecitare il risorgere della patria dalle rovine. Ma, signori miei, il capitale insegue l’affare sicuro. Quale capitale straniero e nostrano può sicuramente dare lavoro alle masse, se, con tanta facilità, sentiamo dire che la proprietà è un delitto e che bisogna distruggerla? Quale garanzia d’impiego di capitali dà un popolo scontento, che viene avvelenato giornalmente da incoscienti e da incompetenti? E come vogliamo riformare la società, se non incominciamo a restituire l’impero della legge nelle città e nelle campagne?

La Democrazia cristiana propone un programma di solidarietà:

a) tra i produttori, chiamando anche i lavoratori alla direzione dell’impresa, alla comproprietà delle aziende, alla compartecipazione agli utili, e rinforzando la solidarietà tra i lavoratori della campagna e della città, coordinandone gli sforzi;

b) tra i possidenti e i bisognosi, invitando ed esigendo provvedimenti legislativi in modo che i primi usino socialmente delle loro ricchezze promuovendo lavori per i secondi;

c) tra i popoli fortunati e quelli sfortunati, richiamando i primi all’esigenza di una operante solidarietà internazionale ed i secondi a quella di una collaborazione alla distensione mondiale.

La Democrazia cristiana – sempre per venire incontro alla disoccupazione e al bisogno di vedere cancellare molte ingiustizie – propone urgenti riforme.

Queste debbono, in agricoltura, riparare il disagio causato agli agricoltori dalla guerra, rivedere i contratti agrari, incominciare a distruggere le cause del latifondo, che sono la malaria e la siccità, per avviarle il latifondo stesso al definitivo appoderamento.

Nell’industria le riforme debbono procedere alla socializzazione delle grandi imprese monopolistiche, al credito per l’artigianato, alla partecipazione dei lavoratori all’ammini-strazione, alla proprietà, agli utili dell’impresa.

Nella previdenza le riforme debbono procedere all’assicurazione totale contro tutti i rischi della vita, all’assistenza integrale in tutti i casi non assicurabili, alla prevenzione delle crisi economiche perturbanti la progressiva evoluzione.

Nella collaborazione internazionale si tende alla ripresa dei traffici, con prestiti internazionali e con il collocamento degli emigrati.

Intanto la Democrazia cristiana inizia subito, istituendo localmente corsi di preparazione dei lavoratori alla gestione aziendale, borse di studio per i figli dei lavoratori, squadre di cooperatori alla ricostruzione ed incoraggiando a promuovere tutte le iniziative capaci di consentire una rapida ricostruzione. E per venire incontro alla fame in vista, la Democrazia cristiana dice a quelli che hanno: non per elemosina, ma per dovere, elargite a chi non ha. Date subito, ora che c’è il bisogno, e non domani. A coloro a cui hanno tolto, donate. Donate ciò che il mondo e gli uomini pare abbiano perduto: beni ed amore.

La carità cristiana, signori, non è l’elemosina. No. La carità è la disposizione dell’animo ad amare e ad aiutare il prossimo come tale, senza riguardi a meriti o a qualità. È il precetto evangelico che c’impone di avvicinarci al prossimo più sofferente.

La più grande rivoluzione sociale è quella avvenuta duemila anni fa coll’avvento di Cristo. Ama il prossimo tuo come te stesso; non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te stesso. Queste sono auree sentenze che ci elevano a Dio. Tutte le altre ideologie rivoluzionarie, come quella francese dei diritti dell’uomo, e quella russa del diritto al lavoro, sono niente altro che scaturigini del pensiero cristiano.

Il diritto del voto alla donna è nel riconoscimento della sua parità con l’uomo. E tale parità fu radicata la prima volta da Cristo.

Noi della Democrazia cristiana abbiamo accettato, nella giusta misura, tutti gli avvertimenti che ci sono venuti dalle rivoluzioni umane, e più ancora da quella divina, ed in atto, del Vangelo.

Come bisogna venire incontro immediatamente al popolo che soffre, e più ancora soffrirà in questo inverno? Apposite squadre di volenterosi visiteranno a domicilio tutte le famiglie per raccogliere oblazioni in denaro e in natura. E tutto il ricavato le nostre sezioni non verseranno direttamente alle famiglie più bisognose, ma al Comune, che provvederà, con l’Ente Comunale di Assistenza, ad aiutare il prossimo secondo le norme del Vangelo.

Ma non solo questo faranno le nostre sezioni. Esse solleciteranno lavori allo Stato o alle Province attraverso il nostro movimento politico, allo scopo di venire incontro alla disoccupazione stagionale.

Con queste opere le Democrazia cristiana vuol dimostrare al pubblico che essa vuole, e sa, mettersi al di sopra della lotta politica, tutte le volte che il bene del popolo lo esige.

E non a caso, perciò, la Democrazia cristiana ha scelto come primo giorno quello di tutti i Santi per la celebrazione della Giornata di solidarietà popolare.

Il culto per la religione dei nostri padri, il ricordo di tutti i nostri morti siano di aiuto e di sprone alle squadre dei nostri giovani, per chiedere l’obolo ai favoriti della fortuna, e distribuirlo a quanti più urgentemente ne hanno bisogno.

Signori miei, io sono arrivato alla fine. Avrei preferito che il partito mi avesse assegnato di portare a termine un qualunque lavoro utile, e non quello di parlarvi. Ho cercato, però, di mimetizzarmi con la vostra e con la mia terra, non inseguendo nel mio dire le lucciole fosforescenti in una bella notte di estate.

Nella vicina Metaponto vi arriva l’efflusso profumato ed individualisticamente scapigliato della civiltà ellenica. Ma pur troppo, vi giunge anche l’alito miasmatico della palude, che sale per le valli del Basento e del Bradano, e si spinge fin nel vostro Gravina dalle mura ciclopiche di scisti calcarei, di traverrtino e di tufo.

Quante cose avete dovuto ingozzarvi da oratori improvvisati e senza competenza tecnica e specifica!

La ricostruzione dell’Italia è una cosa serissima. Non siamo vicini alle elezioni amministra-tive e della costituente; ma non siamo neppure lontani.

Signori miei, non sono venuto qui per essere applaudito. L’applauso è il consenso di un attimo. Io sono un ragionatore che parla più al cervello che al cuore.

State attenti, siate pensierosi ai ludi cartacei, che il popolo dovrà inevitabilmente affrontare. Sappiate scegliere il vostro partito, e i vostri uomini. Il nostro è principalmente un problema di rigenerazione morale. State attenti alle vostre libertà. Esse vi potranno essere violate da quattro facinorosi che soffiano sul fuoco delle miserie e delle passioni incomposte della piazza. E l’esempio lo avete avuto.

Che Dio ci liberi da un’altra dittatura! Sarebbe meglio che le acque del Mediterraneo sommergessero questa nostra terra, che più amiamo, e più ameremo, quanto più essa è disgraziata e povera.

E con l’augurio che presto risplenda il solo non sulle rovine d’Italia ma sul giardino rappacificato dell’Europa, e che ul regno del magnanimo amore trionfi sul veleno dell’egoismo e delle inimicizie, io vi ringrazio della cordiale accoglienza e del tempo che il Partito, a mezzo mio, ha voluto sacrificarvi.

Matera, 1 novembre 1945.

Giuseppe Catenacci


INTERVENTO ALLA CONSULTA – nov. 1945


On. li Ministri, signori Consultori,

tratterò tre argomenti che riguardano –è vero – la mia Regione Lucana, ma che s’innestano nel quadro degl’interventi nazionali.

Dichiaro perciò che non sono spinto a parlare da alcun interesse puramente e solamente regionalistico.

In base agli ultimi decreti legge, con i quali si autorizzava l’occupazione delle terre incolte, alcune cooperative, costituitesi nell’angolo nord della Basilicata, occupavano terreni a pascolo, e terreni a castagneti di alta montagna.

Chiamare terra incolta un bosco, chiamare terra incolta un pascolo è asserzione oggi tanto da incompetenti, quanto lo era al tempo fascista.

Giustino Fortunato – sento il peso di essere suo concittadino – protestò contro il governo di Mussolini perché si voleva mettere a coltura un suo pascolo in Valle di Ofanto. Oggi si è fatto, e si tenta ancora di fare, la medesima cosa per le terre che da secoli sono destinate al pascolo del bestiame.

Ma chiamare poi terra incolta un castagneto da frutta, o ceduo, in alta montagna, è addirittura delittuoso, oltre che da incompetenti.

Tanto è avvenuto nella Regione del Vulture, nell’angolo nord della Lucania.

È competenza dei Ministri dell’Interno e dell’Agricoltura l’indagine serena, e senza riguardo di partito, per i provvedimenti del caso, e, se mai, per la punizione esemplare dei responsabili. Diver-samente l’ordine, che da ogni parte s’invoca, sarà un mito; e la Nazione andrà incontro ad una reazione della quale non possiamo prevedere gli sviluppi.

Il Sindaco di un Comune della mia Regione arbitrariamente tolse ad un privato agricoltore un casta-gneto del demanio comunale, e lo fece occupare, con bandiera alla testa, da un gruppo di cittadini uniti in sedicente cooperativa. Il decreto luogotenenziale del 5 aprile 1945, N° 157, che proroga i contratti scaduti fino ad un anno dopo la cessazione dello stato di guerra, è invocato ed è applicabile per i privati cittadini, ma non – secondo alcuni capi – per le proprietà demaniali. E il motivo è evidente.

Un altro agricoltore aveva in fitto un castagneto ceduo dello Stato nella Foresta demaniale di Monticchio. Non rispettando l’obbligo della proroga del contratto, il Ministero dell’Agricoltura concesse ugualmente in fitto ad altra cooperativa la medesima tenuta. Ma quello che è più grave, oltre che dannoso alla collettività nazionale, è il fatto che, in seguito a bando pubblico, una massa di devastatori si precipitò su di un altro castagneto da frutta dello Stato, tenuto in fitto da altro agricoltore della zona.

Qui non si tratta neppure di occupare terre più o meno incolte, ma di raccogliere il prodotto altrui e di appropriarsene. Il danno tra il prodotto non raccolto dal legale detentore della tenuta e quello che non si raccoglierà l’anno venturo, per le abbacchiature e i tagli vandalici, sorpassa oi due milioni di lire.

Il contadino, fittavolo dello Stato, che aveva tutto il diritto alla raccolta del prodotto, e fino allo scadere del contratto, non potette entrare nel castagneto che aveva esemplarmente mondato e pulito dalle ramaglie e dalle foglie per la raccolta autunnale. Inutilmente il legittimo possessore si rivolse, innanzi tempo, alle autorità per l’invio dei Carabinieri, a sue spese finanche, perché si vociferava nei locali pubblici che le castagne sarebbero state raccolte dal popolo.

Mi sono diretto personalmente, e a tempo, ai Ministri competenti per evitare uno scandalo in mezzo ad una popolazione già troppo invasa dalla impunità per ogni sorta di saccheggi. Il 16 ottobre – in seguito pare ad interesse diretto del Sottosegretario agl’Interni, da me sollecitato – giunsero sul posto due impiegati dell’Ufficio forestale di Potenza e un Commissario della pubblica sicurezza con due carabinieri e con due o tre guardie forestali.

Fino a quella data i danni prodotti dall’invasione ammontavano a circa due terzi del prodotto. Ma, come se i rappresentanti della legge avessero dato il via ai saccheggi successivi, nei giorni 17 e 18 ottobre, tanta gente, avvelenata da una campagna di odio, si riversava sul castagneto e, con accette, con pertiche e con roncole, completava il saccheggio. E, come per celebrare la vittoria conseguita, nella notte dello stesso 18 ottobre alcuni forsennati rompevano i vetri e sparavano contro la casa del legittimo affittuario.

Si tentò ancora di saccheggiare i castagneti dei proprietari viciniori; ma si desistette dall’impresa per il deciso scambio di fucilate. Di conseguenza, si sono avverati scassinamenti dei locali del Consorzio e di abitazioni private, e rapine sulle persone.

Ora si è sparsa la voce che negli oliveti si farà quello che si è fatto nei castagneti. Il raccolto è imminente.

È logico che il mancato rispetto della legge provochi le conseguenze delittuose, delle quali ci lamentiamo in tutta Italia.

Domando al Governo del prof. Parri che sia provveduto esemplarmente, e subito, alla punizione dei responsabili. E se vi fosse illecito arricchimento da parte di chicchessia lo Stato conosce la via per riprendere il mal guadagnato.

Bisogna aumentare – se i limiti dell’armistizio ce lo consentono – il personale della polizia e dei carabinieri, non nel numero degli ufficiali e dei dirigenti, ma in quello del personale esecutivo. Ad ogni modo è doveroso punire i responsabili, è specialmente necessario prevenire i fatti.

Ed eccomi a trattare un secondo argomento: quello di dare lavoro a gente disoccupata e dedita alla borsa nera.

Non mi soffermo a dimostrare se i lavori pubblici siano produttivi od improduttivi. Essi sono tanto necessari, per il momento, in quanto si tratta non di costruire opere nuove, ma di rimettere a posto opere già costruite. Si tratta di lavori per la ricostruzione di ponti, di case devastate, di manuten-zione stradale, di muri di sostegno in terreni franosi, ed, in genere, di opere idrauliche e di risana-mento.

Per tali lavori occorrono pietre, calci e pozzolane, oltre alla mano d’opera. Di tante – diciamo così – materie prime ne abbiamo in così varia abbondanza da costituire esse la nostra disperazione economica. Si tratta di scavarle e di trasportarle dove necessitano.

Nella mia regione la guerra è passata non certo con le devastazioni delle regioni più martoriate. Ma le distruzioni in essa non sono state poca cosa. Il Ministro Romita dei Lavori Pubblici, nella sua lucida esposizione alla Commissione delle ricostruzioni della quale faccio parte, ebbe a dire che stava per vararsi una legge per lo stanziamento di molti miliardi di lire per le ricostruzioni specialmente stradali. Per quanto ho sentito per radio ed ho letto sui giornali, i miliardi da settanta sono ridotti a trentasette.

Bisogna togliere le strade alle Provincie e ai Comuni. Occorreva un tecnico per comprendere che le strade sono patrimonio della Nazione, e che occorre non far distruggere questa immensa eredità che le generazioni passate ci hanno lasciato. Le Provincie e i Comini sono tutti in istato fallimentare, e non possono assolutamente riparare e mantenere le strade, le quali – comprese le statali - sono diventate impossibili al traffico nella mia Regione.

Io non faccio distinzione e questione di Nord e di Sud. Non sarei un italiano degno di questo nome. L’Italia è una nelle sue miserie; l’Italia è una nei suoi dolori.

La Lucania – o Basilicata che dir si voglia – è una terra grande superficialmente quanto la terza parte del Belgio; ma abitata da poco più di mezzo milione di abitanti, secondo il censimento del 1936. Essa si affaccia su due mari e non ha un solo approdo. È al centro della questione meridionale per la sua povertà, per il disordine idraulico, per le frane, per la siccità e per la malaria. Due sole linee ferroviarie, a scartamento normale, l’attraversano e non completamente. Una terza – a scartamento ridotto – completa in parte la viabilità.

La quasi totalità dei paesi è servita da linee automobilistiche, perché quasi tutti i paesi o non hanno la ferrovia o sono lontani dagli scali ferroviari di diecine di chilometri. Tanti paesi e tante frazioni non hanno neppure la strada rotabile. Per la sola provincia di Potenza, con 93 dei 123 comuni dell’intera regione, la rete stradale statale è di Km. 1100, quella provinciale di Km. 900 e quella comunale di Km. 200. Non ho dati precisi sulla lunghezza della rete stradale provinciale di Matera. Ma, facendo una proporzione con la superficie delle due Provincie, essa non può essere più lunga di Km. 500.

Non parlo delle strade di accesso ai cimiteri, che tanti paesi non hanno. E non parlo neppure dei cimiteri, che tante frazioni non hanno.

Il Ministro Romita accennò anche alla costruzione di strade campestri per dare lavoro ai disoccupati. Per noi della Lucania sarebbe un volere la luna nel pozzo, se ci permettessimo di chiedere tante grazie.

Mi si potrebbe obiettare che quanto andrò per dire è di competenza della Commissione per le ricostruzioni. No. Occorre che tutti sappiano che cosa è l’Italia. In Lucania non abbiamo officine; né abbiamo porti. Lo Stato quindi non paga gli operai disoccupati,; e non sovvenziona gli armatori per riportare a galla e poi riparare le loro navi.

La Consulta, divisa in dieci commissioni, mi sembra una nave sezionata in tanti compartimenti stagni. Una commissione non conosce i lavori dell’altra. La nave tiene il mare senza conoscere gli squarci prodotti nell’uno o nell’altro dei compartimenti. È necessario che la Consulta venga a conoscenza di tutte le questioni nazionali. Ed ogni Consultore deve portare, in assemblea, il contributo della sua competenza e delle sue dirette conoscenze.

Quindi continuo nella mia esposizione, sperando di non tediare con le cifre i colleghi.

Si è parlato molto di democrazia. Si parli anche di cose tecniche. L’Italia ha bisogno di saggi amministratori e non di chiacchiere politiche.

Dunque, ritornando al ragionamento sospeso, la totalità della rete stradale nella Basilicata è di Km. 2700. Da informazioni assunte presso la Prefettura di Potenza, presso gli Uffici tecnici del Provveditorato alle Opere pubbliche della Lucania e presso quelli delle Provincie di Potenza e di Matera ho appreso che siano stati stanziati, o siano da stanziarsi per la Regione, quattrocento milioni di lire per opere edilizie, igieniche, idrauliche ed anche stradali.

La cifra impressiona. Ma l’on.le Romita sa che un solo metro cubo di pietrisco, sparso e configurato, costa non meno di £ 900. Un mattone costa £ 10; un quintale di cemento non si ha per meno di £ 3000; ed un quintale di calce viva costa sulle lire 600; un m.c. di muratura ordinaria costa £ 2200. Ma vi è di più. Le strade della Lucania sono in condizioni disastrose, sia per la mancata manutenzione di anni, e sia per gli eventi bellici.

Per l’enorme cresciuto traffico militare e civile, e per la mancanza dei trasporti ferroviari la rete stradale è in condizioni che non hanno riscontro nelle altre provincie Non è stato possibile avere una qualsiasi assegnazione di bitume, o di emulsione bituminosa per il trattamento a freddo di alcuni brevi tratti di strade provinciali bitumati. L’enorme traffico militare dei tedeschi e degli alleati portò via il tenue strato superficiale. E quando la guerra si allontanò, le nostre strade non furono più d’interesse militare; senza dire che le provincie non dispongono di un solo autocarro per la manutenzione della rete stradale.

La società SITA, che gestisce tutti gli autoservizi postali e di passeggieri, e l’Ispettorato della motorizzazione civile, tante volte hanno minacciato di sospendere gli sparuti servizi di trasporto per il logorio delle autovetture.

Ammessa una larghezza media della carreggiata, e non della piattaforma stradale, di m. 4,00, ed ammesso una ricarica di cm. 5 di pietrisco per tutta la superficie stradale, occorrerebbero mc. 54.000 di pietrisco, che, al prezzo, di £ 900, comporterebbero una spesa di 436 milioni di lire.

Quindi la sola manutenzione stradale assorbirebbe tutta la somma stanziata, o da stanziarsi, per la Lucania.

Sono venuto a sapere che dal Provveditorato alla Opere Pubbliche della Lucania venne segnalato, nell’ottobre scorso, un preventivo di £ 756.000.000 per l’esecuzione di lavori stradali, edili, igienici, idraulici e vari.

Come è stato dimostrato, occorrono 436 milioni solo per la ricarica stradale di pietrisco. È chiaro che anche il programma del Provveditorato regionale alle Opere Pubbliche è insufficiente per i lavori necessari. Quindi la somma stanziata, o da stanziarsi, di 400 milioni, dovrà per lo meno essere triplicata. Hanno diritto anche i nostri reduci e i nostri disoccupati al lavoro come in tutta l’Italia.

Non parlo delle opere forestali e di quelle di bonifica. Per le foreste non domando altro che sia messo un freno allo scempio dei boschivi e delle popolazioni, che finiscono de denudare le già calve montagne. Tra qualche anno dovremo fare un monumento all’albero, od ai pochissimi alberi che si saranno salvati dalla furia devastatrice dei tagli. E la Lucania non era che un bosco quando – sullo Jonio – fioriva Metaponto! La malaria ha reso sterile e spopolata l’unica zona fertile, e non poco è dovuto al taglio dei boschi per fornire il legname alle altre regioni.

Prego inoltre il Ministro dei trasporti di disporre la fornitura di carburanti e di pezzi di ricambio perché la mia Regione passi – e ne ha diritto – dalle corse settimanali a quelle giornaliere delle autocorriere pubbliche.

Ed ancora un argomento per chiudere il mio dire.

Il Consiglio dei Ministri ha approvato il progetto della legge elettorale politica per l’Assemblea Costituente. Si avranno collegi grandissimi, come quello della Lombardia, che avrà 73 deputati, e collegi piccoli, come quello della Lucania, che ne avrà 7. Per ogni ottantamila abitanti si avrà un deputato.

Si è tenuto conto della popolazione, e va bene. Ma non si è tenuto conto della superficie, e delle distanze fra paese e paese delle regioni, come la mia, spopolate ed abbandonate. La Lucania ha una superficie di circa 10.000 Km.q. con una popolazione, nel 1936, di circa 537.000 abitanti, distribuita in 123 comuni. La densità di appena 54 abitanti per Km.q. in una regione dove il contadino non vive in campagna, ma addensato nei paesi, dimostra la grande distanza esistente tra i centri abitati. Per andare e venire dai paesi estremi della regione, con i mezzi ordinari odierni, occorre circa una settimana.

La Lombardia ha una superficie grande poco più di due volte quella della Lucania, cioè di 23.700 Km.q. Ma la popolazione, distribuita in più di 4000 Comuni, raggiunge i 5.800.000 abitanti, con una densità di 245 abitanti a Km.q.

A parte i mezzi di locomozione e la viabilità estesissima, in quella fortunata regione, anche oggi, sarà possibile andare e ritornare dai vari paesi nella stessa giornata.

Come sarà possibile a soli sette deputati conoscere le tante necessità dei paesi della Lucania, necessità che non riusciranno, forse, in tutta la loro vita a toccare con mani?

Per tale motivo domando che il numero dei deputati sia portato da noi a dieci, come per il passato: cioè uno per ogni cinquantamila abitanti. Nelle altre provincie e regioni poco popolate si adotteranno percentuali diversamente graduate.

Riassumo.

Il ritorno all’ordine è cosa indispensabile per il sano reggimento dei popoli. Il rispetto delle leggi dovrà essere la norma più assoluta di vita anche quando esse non dovessero corrispondere ai tempi. Vi sarà il Parlamento a proporre nuove leggi. E poiché non è possibile in regioni agricole sussidiare i disoccupati stagionali, e quelli che ritornano dalla prigionia e dai campi di concentramento, occorrono lavori pubblici senza risparmio, specialmente stradali. In essi si occupa tanta mano d’opera e solo pietrame. Per far presenti gli interessi di una regione, oltre che della nazione, occorre un numero adeguato di rappresentanti politici.

Queste tre cose io chiedo nell’interesse della mia Regione e della Nazione.





Agli amici e ai simpatizzanti sparsi nella terra di Lucania


Sotto l’egida di un movimento sociale, quale è quello della Democrazia Cristiana, ho cominciato da quattro anni a lottare per gli interessi materiale della nostra disgraziata terra di Lucania, e per la dignità umana della nostra gente.

So che è facile stilare un programma; e so ancora, per esperienza, che è assai difficile mettere in pratica tutti i programmi, specialmente nelle attuali durissime condizioni del popolo italiano.

Ma è sempre stato vero che la nostra terra, costretta da un fato crudele ad essere lontana da tutti i centri vitali del commercio, venne abbandonata al suo tragico destino.

Con gli scritti, con i comizi, con l’azione nel Parlamento e nella Deputazione Provinciale ho sempre difesa questa nostra terra, che, per mia ventura, conosco passo per passo.

Sono qui nato; qui vivo e lavoro.

Non sono un burocrate, ma un uomo d’azione e di lavoro.

Conosco i bisogni e le necessità degli uomini, e dei paesi sperduti tra i monti, in cospetto delle fiumare malariche.

Qualche paese non ha ancora la luce elettrica, tante frazioni sono senza strade e prive del più elementare segno di vita civile.

Per mettere in evidenza le nostre necessità io ripresenterò la mia candidatura per la elezione a Deputato; ed entrerò nella lista Democristiana.

Ho rifiutato, per questa terra, la candidatura in regione limitrofa alla nostra.

Questa lettera aperta non vuole essere un programma, ma soltanto una squilla per l’azione che mi propongo di sviluppare.

Voglio sperare nell’adesione degli amici per una lotta aperta e legale contro quanti, ambiziosi o scomposti incompetenti, desiderano dare la scalata al potere per soli scopi personali.

Essi, come hanno dimostrato nel passato remoto e prossimo, abbandonano questa disgraziata terra per ritornarvi solo al momento di carpire il voto.

Io sono qui, attaccato nostalgicamente a questo scoglio, per quanto c’è da fare e per quello che dobbiamo giustamente avere.

Sicuro del vostro aiuto non temerò di affrontare, con i soli poveri mezzi miei, la lotta dura, ma fulgida di entusiasmo e di altruismo, che mi sono proposta.

Vogliano gli amici accettare il mio augurio e il mio saluto cordiale.

Professore Ingegnere Giuseppe Catenacci

Rionero in Vulture, 9 Febbraio 1948





LETTERA APERTA ALL’ILL.MO SIGNOR PRESIDENTE DEL COMITATO MELFITANO

PER LA TERZA PROVINCIA LUCANA


Ill.mo Signor Presidente,

nella “Gazzetta Lucana” del 30 aprile 1950, N° 6, si legge di rioneresi che “disonorano con la loro scarsa serietà il proprio Paese”; di chi “nel suo bollettino delle offerte confonde il sacro col profano”; di “facce di bronzo che, come campanilismo, abbiano raggiunto il colmo”; di “lucerne (melfitane) di virtù e di intelligenze che smentiranno le previsioni di alcuni esaltati rioneresi che disonorano la memoria dei Fortunato, Granata, Plastino, D’Angelo e Pennella”.

Nessun rionerese ha mai pronunciato una sola parola offensiva per la cittadinanza melfitana e per il suo Comitato.

Nessun melfitano – e ce ne sono tanti a Rionero – è stato men che rispettato ed onorato.

Il Rionerese non conosce cosa significhi il campanile; è cortese, è generoso con il forestiere, se pur non troppo docile con i compaesani.

Non si comprende perché alcuni melfitani debbano scendere nella bassezza, anonima e verbosa, della calunnia e dell’insulto.

I membri del Comitato rionerese per la terza provincia lucana, con Rionero a Capoluogo, sono persone molto modeste, integre e senza presunzioni di titoli.

Non essi hanno sbandierata l’idea di elevare il proprio paese a Capoluogo di provincia. E, se anche lo avessero fatto, non avrebbero certo commesso un reato di lesa primogenitura, e di resa dei conti della prima notte ai valvassori della torre dei Marcangioni melfitani.

Il popolo rionerese è superbamente libero, ha voluto, d’accordo con i fratelli vicinissimi di Atella, Barile, Ripacandida e Ginestra (per non parlare che dei più vicini), presentare la sua candidatura a Capoluogo della costituenda terza provincia lucana. Per tale scopo si è nominato un Comitato promotore, precisamente come ha fatto Melfi.

I membri del nostro Comitato si sono preoccupati, e si preoccupano in ogni momento, di una cosa sola: di non sollevare le idiote ostilità campanilistiche nel mettere a fuoco le proprie aspirazioni.

Nessun torto ha il Comitato rionerese se i suoi componenti siano persone notoriamente modeste, per quanto integre e fattive.

È forse un delitto servire la causa e gl’interessi della terra che ci ha dato i natali? È forse un delitto ascoltare le voci dei paesi che a Rionero fanno capo, e che sono sangue del nostro sangue? Forse fanno male i Lavellesi e i Venosini a proporsi quello che noi Rioneresi, e voi Melfitani, ci proponiamo?

Il Comitato rionerese ha dato a me l’incarico di mettere in evidenza questi fatti, e di rispondere categoricamente che non è permesso a nessuno di offendere membri onorevoli ed onorati del Comitato stesso.

I Dirigenti melfitani, a parer nostro, hanno sbagliato per bende volte ad impostare un problema di provincia, disturbando Regioni consorelle quali quelle di Avellino e di Foggia. E, per la terza volta, sono caduti nel medesimo errore.

Noi di Rionero molto crediamo e speriamo in una nuova provincia, nella Regione del Vulture, e abbiamo impostato il problema in maniera più concreta e fattiva.

Abbiamo torto forse per questo? …

Prego quindi la cittadinanza melfitana, della quale il Comitato rionerese si sente amico, di non meravigliarsi se anche il popolo rionerese aspiri a quel rinnovamento sociale che è fattore di civiltà e di benessere per i popoli.

Non il Comitato ed il popolo rioneresi tentano di arrestare la risoluzione del problema meridionale. Tale problema non si risolve lucidando le scarpe degl’inutili faccendieri melfitani o rioneresi, che stanno nelle piazze a criticare chi cammina e chi lavora; ma procurando alla terra e ai contadini di Scalera, di Dragonetti, di Lagopesole, dei Cecci, di Filiano, di S. Ilario, di Pierno, di Signorella, di Montesirico, di Armaterra, di Iannicoppi, di S. Andrea, di Sgarroni e di Monticchio (per non parlare delle frazioni più vicine ed abbandonate della nostra terra) tutte le possibilità di progresso civile, che solo un centro agricolo e commerciale, come Rionero, può dare, perché a portata di mano di tutti.

Per questo motivo si è mossa la popolazione rionerese, la quale vive e fa vivere tutti i paesi della Valle di Vitalba. Il Comitato promotore ha dovuto ubbidire ai voleri del suo popolo. È una popolazione la nostra, che ha servito – e meglio vuol continuare a servire per la sua centralità – tutte le altre popolazioni periferiche.

L’anonimo autore dell’articolessa della “Gazzetta Lucana” ha scritto che Melfi ha tanti uffici e tanto lustro di storia. Proprio per il decentramento amministrativo si è votata la Regione; e proprio per la medesima ragione parliamo e ci agitiamo per la costituzione della terza provincia lucana.

Melfi si tenga i suoi uffici e la sua storia.

Rionero aspira ad una sempre più vivida economia, a nuovi uffici, a nuova e più diversa cultura, a nuova e più diversa ripartizione amministrativa, senza per nulla intaccare la maestà della storia melfitana.

Abbiamo torto per queste nostre aspirazioni? Disonoriamo così la memoria dei nostri Maggiori, ed anche gli illustri Uomini del passato e del presente melfitano? E che cosa avrebbero potuto far di meglio il popolo rionerese, e noi stessi, per onorare il ricordo di tutti i Migliori, non solo di Rionero e di Melfi, ma di tutti i Migliori dei paesi ridenti della Regione del Vulture?

Non risponderemo mai alle calunnie da qualunque parte ci vengano, e non faremo rispondere a nessun rionerese alle insolenze. Ma risponderemo, punto per punto, alle sole argomentazioni serene e positive.

Vi daremo, Signor Presidente e cittadini di Melfi, la più pacata conferma della nostra austerità. Noi non siamo uomini di Rionero o di Melfi, ma figli di tutta la vasta e disgraziata Terra lucana, ed abbiamo in odio le sterili lotte di campanile.

Venite a Rionero con i membri del Comitato melfitano a propagandare e ad esporre le vostre ragioni. Tutti vi rispetteranno; tutti vi ascolteremo. Desideriamo fare la medesima cosa anche noi con la Cittadinanza melfitana, senza alcuna iattanza, per dimostrare a tutti che il campanile non esiste per noi; ma esistono gl’interessi e le aspirazioni dei popoli.

Per queste aspirazioni abbiamo sempre combattuto, e combatteremo fino a quando avremo vita.

E preghiamo i M. A. iuniores di firmarsi. Noi del Comitato rionerese abbiamo il coraggio civile di essere sempre noi stessi nella nostra sconfinata modestia.

Signor Presidente, sono stato a scuola per ventisei anni, più che per insegnare quel poco che conoscevo, per essere maestro di vita, di carattere e di verità. Forse N. A. iunior è stato un mio alunno nell’Istituto di Melfi. Si firmi; farà piacere alla Cittadinanza melfitana e rionerese, ed anche al suo vecchio professore.

Mi abbia suo devotissimo

Ing. Prof. Giuseppe Catenacci

Presidente del Comitato della Provincia

nella Regione del Vulture, con Rionero

capoluogo



LETTERA al prof. GUIDO GONNELLA


Rionero, 22 ottobre 1950


On. le prof. Guido Gonnella

Segretario generale della Democrazia Cristiana

ROMA


Ho taciuto per anni; sento oggi il bisogno di disturbarLa per fatti che riguardano me ed il Partito.

Il Prefetto di Potenza, per sua iniziativa o per volere del gruppetto potentino che fa il bello e il cattivo tempo in Provincia, ai primi di settembre venne nella determinazione di riformare la Deputazione provinciale di cui faccio parte dal gennaio 1944.

Al Comitato provinciale della Democrazia cristiana non si hanno più cariche elettive dal 1946. Si sono succeduti giovani segretari di nomina personale. Un tal comitato … deliberò di sostituire nella Deputazione l’on.le Pagliuca, l’avv. Orlando e me … Il solo avv. Picardi, da poco tempo succeduto in Deputazione ad un noto galantuomo deceduto, non si tocca. È della fazione dominante.

A mio modo di vedere il deliberato di una sola parte del Comitato provinciale non ha alcun valore. Non essendo il Comitato stesso costituito secondo le norme statutarie, tutte le sue deliberazioni non sono valide.

La sezione di Rionero – da me fondata come tutte le altre della Regione del Vulture – protestò alla notizia della mia sostituzione.

Riporto ora le notizie che mi sono pervenute da varie fonti, senza che io abbia la possibilità di vagliarne la verità.

L’on. Marotta … offese il rappresentante rionerese che presentava la protesta scritta. Secondo quel signore “La protesta era da me stata scritta, e poi firmata dai consiglieri”.

Manco da Rionero dall’agosto; sono completamente estraneo alle decisioni di quel consiglio direttivo della Democrazia cristiana; non sono del calibro morale del Marotta; nel Consiglio rionerese vi sono professionisti che ben possono insegnare a tener la penna in mano a tutti …

Quindi l’intero consiglio si dimise e per solidarietà con il fondatore della sezione e per l’offesa ricevuta.

L’on.le Pagliuca, da defenestrarsi al pari di me dalla Deputazione, protestò presso il Ministro Scelba. Con lui – dicono le voci – protestò anche il senatore Zotta.

Ho riportato le notizie così come me le hanno riferite.

Non intendo polemizzare con nessuno …; ho il dovere però di riferire i fatti alla Segreteria generale del Partito.

Posso ben guardarmi nello specchio; certamente non sarò preso dalla voglia di sputarmi in faccia. Il mio passato è semplice: antifascista per vent’anni; il presente è più chiaro ancora: democristiano dal 26 luglio 1943. Fui nominato Deputato provinciale ad opera del Comitato di liberazione potentino. Fui Consultore nazionale per consiglio dello stesso Comitato, e per scelta della Direzione centrale del Partito.

Sono fiero di aver servito la Provincia e la Patria con l’innata onestà, con la combattività che deriva dal carattere austero e da tante lotte politiche, e con quel poco di ingegno che madre natura mi donò.

Che se in due elezioni non potetti conquistare un’arma di battaglia per la difesa della Patria, e più ancora della mia Terra abbandonata, la colpa non è mia.

Nessuno più di me profuse le sue energie, e il suo misero peculio, nella lotta contro il comunismo trionfante in questo angolo nord della Lucania. Nella lotta elettorale non ebbi i propagandisti e i mezzi pagati dal Partito e dall’Azione cattolica. Anzi il Partito è mio debitore di circa settantamila lire spese da me per viaggi e pernottamenti per contraddittori ordinati dalla Direzione provinciale del Partito. I propagandisti e i mezzi di locomozione furono a disposizione soltanto di Caio e di Mevio. Il Partito saldò i conti.

Purtuttavia, ventiduemila voti preferenziali, che mo danno il diritto di successione a chiunque si dimetta, sono un esercito per la Lucania; un esercito qualificato e non di donnacciole, trascinate a cavezza da segretari amici e da propagandisti pagati.

Per premiarmi di tanti sforzi e di tante spese mi aspettavo un semplice segno di riconoscenza dal Partito. Si vive tante volte di fumo! …

Nella trasformazione della Deputazione mi aspettavo di essere additato alla Presidenza per tante considerazioni. Bastino quelle di essere il più anziano nella carica, e di essermi già esposto al giudizio popolare in due elezioni.

Mi aspettavo un riguardo speciale per essere lo studioso ed il tecnico che più conosce i problemi della Regione.

Nulla, proprio nulla di tutto questo.

Bisogna invece cercare di distruggere politicamente l’uomo, perché così fa comodo a Caio e a Mevio.

Le accuse del voluto Comitato provinciale della Democrazia cristiana … sono:

a) il prof. Catenacci, dopo le elezioni del 18 aprile, dichiarò di passare ai comunisti;

b) l’ing. Catenacci è un indisciplinato;

c) il Catenacci non si reca nella sede della D. C. di Potenza;

d) il Catenacci per una mozione d’ordine di parte socialista non patrocinò la causa del rinnovo della Deputazione;

e) il Catenacci alla richiesta di un suolo provinciale per l’Opera di padre Giovanni Minozzi, dette parere sfavorevole.

Basta una giustificazione per tutte queste accuse. Il migliore amico del Catenacci è proprio don Giovanni Minozzi. Per l’Opera del Mezzogiorno, di cui il Minozzi è animatore, l’ingegnere Catenacci dona il suo lavoro professionale gratuitamente dal 1930!

Sono pronto a dare tutte le giustificazioni che mai nessun fariseo ha chiesto. In sette anni di appartenenza al Partito nessuno ha mai fatto a me un qualsiasi appunto.

In Deputazione votai contro la mozione socialista sia perché era, ed è, nella facoltà del Prefetto di rinnovare le cariche, non essendo intervenuto il verdetto popolare delle elezioni; e sia perché, nel gennaio scorso, volli che non fosse deliberato un gettone di presenza di £ 16.000,00 per ogni seduta e per ogni deputato. Il volere restare in carica sarebbe apparso al pubblico ed al Prefetto un larvato desiderio dei deputati provinciali di accaparrarsi quella prebenda.

I nuovi deputati – dsaragattiani, comunisti e l’azionista cattolico (l’intoccabile) – pretendevano inoltre portare a due le sedute mensili allo scopo di farsi uno stipendio. Gli anziani della Deputazione – cioè proprio quelli che dovrebbero essere defenestrati – si opposero; ed, almeno in questa stortura, la maggioranza approvò la mia tesi di porre in bellezza prima delle elezioni.

Questi giovani – ieri fascisti e miliziani, ed ora azionisti cattolici o comunisti secondo i vari calcoli personali – vengono educati ad una scuola di doppiezza e di apparente sensibilità religiosa. Nella loro falsità interessata non possono comprendere gli atti di nobiltà di animo, e di amore generoso per la cosa pubblica.

La presente valga per lei – non per il Prefetto di Potenza, perché la crisi venne provocata da un organo del Partito – come dimissioni dalla carica di deputato provinciale.

Quando Ella – come Segretario generale del Partito – le avrà accettate saranno chieste immediatamente anche al Prefetto di Potenza. ….

Le dimissioni da deputato provinciale che a Lei solo mando, nella Sua espressa qualità di Segretario generale della Democrazia cristiana, non sono in articolo mortis. Vengono inviate dopo che il così detto Comitato provinciale è stato battuto. L’on.le Pagliuca – come innanzi detto – fece ricorso al Ministro Scelba, il quale – dicono le solite voci – ha dato ordine al Prefetto di lasciare le cose come stanno. Difatti, l’Ente per l’irrigazione della Lucania e per le Puglie ha dato appuntamento a Potenza, per il 28 corrente, a tutti i componenti la Deputazione provinciale – me compreso – per la discussione di lavori che riguardano la Provincia.

Ed ora passo anch’io a riferire alla Direzione del Partito le voci su ben altre accuse che il pubblico fa con insistenza.

A sostituire me venne fatto il nome di un signore di Melfi per premiare quella città dei molti voti di preferenza dati a Colombo, e per punire il mio paese che si regolò ben diversamente il 18 aprile 1948. Bisogna anche punire Rionero che ha messo la sua candidatura contro Melfi a Capoluogo di provincia secondo le mie relazioni programmatiche e pianificatrici di lavori (Le mando a parte le relazioni stampate).

Ho difeso e difenderò la mia terra con tutte le armi a mia disposizione. … Io sono un uomo vivo e vegeto. … I miei novantotto centimetri di torace, ed il mio passato civile e militare fatto di segnalazioni e di decorazioni al valore – se non proprio la mia età – avrebbero … imposto il rispetto. … Non è mia l’arte del calunniatore … Io affronto a viso aperto tutti i nemici e tutte le più ingrate situazioni.

Mi sono deciso, dopo tanto pensare e dopo tanto tempo, a prendere la penna per interesse del Partito e della Nazione.

Debbo con molta amarezza confermare che il fascismo era più onesto. Il nepotismo era legge nella sola famiglia mussoliniana. Ora ci sono tanti nepotismi quanti sono i ducetti delle varie provincie.

Sono fiero però – e Dio me n’è testimone – che, incorruttibilmente e disinteressatamente, ho fatto il mio dovere in sei anni di carica provinciale. Appena giunto in Deputazione nel 1944 proposi che i deputati dovessero pretendersi le sole spese di viaggio ed un compenso di lire settanta al giorno come per i vecchi rettori fascisti (settanta lire aumentate del trenta per cento allora dovuto agl’impiegati dello Stato). Tutti i deputati approvarono la mia proposta. E così quel nobile consesso – scelto dal Comitato di liberazione provinciale – tirò avanti con sacrifici enormi. Negli anni 1944-45-46 si andava a Potenza con mezzi di fortuna, e si dormiva nei rottami dei carri ferroviari.

Quegli uomini venivano dalle file delle vecchie generazioni provate a tutti i sacrifici e a tutte le lotte. Ora è il momento della gioventù a tinte varie. Io sono “un bubbone da tagliare” … E non dico altro.

Attendo un segno d’interessamento da parte della Direzione del Partito.

Con osservanza

Ing. Prof. Giuseppe Catenacci

Rionero (prov. Potenza)




Comune di Rionero in Vulture - Delibera n. 14 del 1 settembre 1958


Vendita dell’Istituto “Giustino Fortunato “ da parte del Ministero del Tesoro”.


Sindaco: Lopes Ettore

Consiglieri in carica: Lopes Ettore, Cervellino Vincenzo, Calice Antonio, Napoletano Giuseppe, rag. Leone Cosma Damiano, Plastino Giovanni, ins. Libutti Francesco, Paolino Michele (cl. 1929), Delvino Nicola, Mezzana Angelo, Basilisco Giovanni, Mango Carlo, Martello Donato, Buonavoglia Antonio, Asquino Arcangelo, Libutti Angelo Domenico, Policastro Francesco, Caputo Michele, Pesacane Carlo, Paolino Donato, Volonnino Dario, Pallottino Pasquale, Traficante Leonardo, Ramunno cesare, Santoro Gerardo, Paolino Michele (cl. 1914), Catenacci ing. Giuseppe, Asquino Carmine, Pietragalla Michele.

Il consigliere ing. Catenacci Giuseppe, avuta la parola, illustra al consiglio che l’Istituto “G. Fortunato”, voluto da Antonio Sansone a ricordo di G. Fortunato, sorse nel 1922, subito dopo l’erezione in ente morale dell’Opera Nazionale Combattenti. Esso non è altro che l’ex “Villa Granata” di proprietà di Luigi Granata, parente del Fortunato che, in considerazione degli scopi che l’istituto si riprometteva di raggiungere, cedette la villa per ben poco. I primi tentativi di liquidare l’istituto si verificarono già durante il regime fascista; se ne rese promotore l’allora presidente Cancelli; cui però si oppose il nome e l’autorità di don Giustino. Morto quest’ultimo, il podere subì vicende diverse. Venne dapprima acquistato dal Consorzio Provinciale per la Viticoltura che fra il 1933 ed il 1934 lo ampliò, facendosi donare dal comune di Rionero quella striscia di terreno situata di fronte all’attuale Agip, precisamente tra la strada ed il fosso, allora adibita a letamaio. Tale donazione, eseguendosi le opportune ricerche, risulterà certamente da una deliberazione del comune assunta nell’epoca sopraindicata.

Allo scoppio della guerra ultima, il podere passò al Consorzio Provinciale tra 10 produttori dell’Agricoltura, sezione Viticultura. Dopo la liberazione, non risultando il podere di proprietà di un ente (erano state abolite tutte le sovrastrutture fasciste), venne trasferito al Ministero dell’Agricoltura e da quest’ultimo amministrato fino al 1953, epoca in cui venne trasferito all’Ente Riforma. Quest’ultimo ente, pur essendo attivo un vivaio, non permise più la vendita al pubblico delle viti, evidentemente necessarie per incrementare la viticultura nelle quote di Riforma. Nel 1957, infine, il Ministero del Tesoro, avvalendosi delle disposizioni di cui alla legge 4-12-1956, n. 1404, vendette il podere. È certo, prosegue l’ing. Catenacci, che il ministero ha venduto una proprietà non sua e che le disposizioni della legge innanzi citata non erano applicabili al caso in esame. Vengono letti al consiglio alcuni articoli della legge n. 1404. Dopo di che il consigliere rileva che pur avendo il comune ed i parenti del Fortunato dei diritti da far valere, nessuno di essi ha creduto di dover esercitare tali diritti. Il presidente, a questo punto, fa presente come fra gli atti del comune non vi siano precedenti riguardanti l’alienazione dell’istituto e che comunque l’amministrazione è del tutto estranea a tale vendita.

Dopo avere il consigliere Pesacane osservato che da parte della giunta si sono fatti scadere inutilmente i termini per ricorrere avverso l’atto di vendita, il consigliere Catenacci conclude il suo dire in merito all’argomento dicendo: 1) che sia mossa in forma popolare o in forma giuridica la nullità dell’atto di compravendita e quindi l’attribuzione al comune del terreno già appartenuto all’Istituto “G. Fortunato” per la istituzione di una Scuola Superiore in Agraria; 2) che sia chiesto ed ottenuto l’intervento del ministro Emilio Colombo.

Il presidente, rispondendo al consigliere Pesacane, precisa che avverso la vendita in oggetto, effettuata dal Ministro del Tesoro, non era esprimibile azione alcuna da parte del comune, né, in ogni caso, può parlarsi di avvenuta scadenza dei termini per ricorrere, essendo del tutto estranea e non pertinente la disposizione di legge già citata dall’opposizione.

IL CONSIGLIO


Udita la relazione del consigliere prof. Catenacci; unanimemente.


DELIBERA


di eseguire preliminarmente ricerche di una deliberazione dell’amministrazione comunale adottata nell’anno 1933 o 1934 relativa a quanto sostiene il consigliere Catenacci di una cessione gratuita di suolo da parte del comune all’Opera Nazionale Combattenti e dà mandato al sindaco di inoltrare al Ministero del Tesoro e al ministro Colombo una lettera con la quale si esprime correttamente il disappunto della cittadinanza rionerese per la vendita in oggetto nel ricordo del grande conterraneo Giustino Fortunato.


(da M. Traficante, Municipio e Paese, cit., pagg. 210-211)







Comune di Rionero in Vulture - Delibera n. 15 del 1 settembre 1958


Onoranze a Giustino Fortunato”.


Sindaco: Lopes Ettore.

Il consigliere ing. Catenacci propone al consiglio comunale di riprendere l’iniziativa di tributare degne e solenni onoranze all’illustre concittadino Giustino Fortunato, che con tanto amore dedicò la sua vita al servizio della nazione e del Mezzogiorno. Il Sindaco assicura che quest’amministrazione non trascurerà di riesaminare tutti i precedenti della pratica e di comune accordo con apposito comitato cittadino saranno adottati gli opportuni provvedimenti perché l’iniziativa abbia finalmente concreta attuazione. Comunica inoltre che esiste una proposta di legge, elaborata dal prof. Ciasca, per le onoranze a Giustino Fortunato, per cui si farà in modo che tale proposta venga presentata al Parlamento.

IL CONSIGLIO


Udita l’esposizione che precede, unanimemente;


DELIBERA


di dare mandato alla giunta municipale di ricostituire, sulla base dei dati esistenti agli atti del comune, un comitato per le onoranze a Giustino Fortunato.


(da M. Traficante, Municipio e Paese, cit., pag. 211)

























CORRISPONDENZA CON MICHELE TRAFICANTE – LETTERE INEDITE


Carissimo Ingegnere,

mi dovete innanzitutto scusare se non vi ho scritto subito, ma le difficoltà per la corrispondenza qui sono enormi, perché, impossibilitato io a recarmi in paese, bisogna sperare che qualcuno ci vada e porti ad imbucare le lettere e ritirare la posta eventualmente arrivata.

Vi assicuro che non posso lamentarmi, almeno fino adesso, di come mi sono sistemato. Mi debbo arrangiare, si capisce, per tante cose, ma in fondo non è impossibile la permanenza in questi posti. Ho potuto constatare e conoscere forse le zone più desolate della nostra Basilicata, ma in compenso ho apprezzato la bontà, la generosità e l’ingenuità degli abitanti di queste terre, non ancora rese infidi dagli aspetti deleteri della civiltà e soprattutto dalla politica. È gente che vive nelle campagne, che lavora duramente, che sopporta sacrifici enormi per “tirare avanti”, ma in fondo è rimasta buona e laboriosa.

Ho dato al collega Zaccara il vostro libro “Cristo si è mosso … ma non per noi”, il quale ha mostrato subito grande interesse. Gradirà una vostra visita da queste parti per una conferenza sui problemi di comune interesse. Più in là si vedrà per organizzare un convegno.

Vi ringrazio infinitamente per quello che avete fatto e fate per me, della vostra paterna comprensione ed assistenza; ve ne sarò riconoscente per sempre.

Non aggiungo altro. Scrivetemi che desidero tanto sapere vostre notizie.

Ossequiatemi rispettosamente la Signora, a voi un filiale saluto.

Michele Traficante



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Rionero 2 febb. 1964

Caro compar Michele,

sono lieto delle tue notizie. Starai meglio in appresso in cotesta valle di crete. Sempre ti ho detto che il nostro contadino è più incivilito, ma assai, assai più cattivo di quello della bassa Basilicata. Te lo dissi: è più buono; non potrai lamentarti di lui perché finirai per farteli tutti amici. Non così quelli di Pierno. Te li ricordi con lo sguardo nemico, se proprio non truce?

La civiltà va a discapito della bontà.

In ogni modo queste sono considerazioni filosofiche che non ti riguardano. Tu studierai e manderai molto denaro alla tua famiglia: questo conta.

Stia tranquillo l’amico Zaccara che, a primavera, verrò a Roccanova più per conferenze, che oggi nessuno vuole ascoltare, per l’innata passione di vedere e girare.. Il cavallo a quattro ruote è sempre pronto. Della spesa non m’importa un fico secco; troverò il tempo che bisognerà perdere.

Ieri fui a Potenza per il consiglio provinciale; sospendemmo la seduta per i funerali a Tantalo, cognato di Colombo. Gl’impiegati erano, quasi al completo, al seguito. Ma il popolo mancava anche alle finestre. Il Tantalo fu consigliere di prefettura a Potenza. Poi, s’intende, venne a inserirsi nell’alone colombino, ed è finito come capo divisione al Ministero dell’Interno. Era un bravo uomo, ingrassato come un maiale.

A Rionero solita vita. Il monaco Granata suscita interesse. Ho regalato una trentina di copie ai consiglieri provinciali. Il Presidente me ne richiede cinquanta copie per i comuni. Le regalerò senza farmi pagare. La provincia è indebitata, ed io posso rinunziare ad una certa somma.

Al signor Arcomano manderò più di qualche libro.

Telefonerò a tua moglie: le dirò che non faccia cerimonie. Domandi quello e quanto vuole. La mia è anche la tua casa.

Anche a te dico la medesima cosa. E su il morale. Vorrei essere fortunato di avere la tua età ed andare anche nel deserto del Sahara. Farei il maestro ed il cammelliere per raggiungere i tuculs. La città non mi entusiasma più.

Non devi ringraziare di nulla né mia moglie né me.

Cordiali saluti e coraggio

G. Catenacci

P.S. Se dovessi andare a S. Arcangelo recati da Filippo Mastrosimone. Ti potrà essere utile.




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Carissimo Ingegnere

Ho letto e riletto più volte i vostri racconti e, sinceramente, debbo esprimervi le mie congratulazioni. Effettivamente sono molto belli e penso che il racconto sia la composizione che più si addica al vostro carattere e alla vostra ispirazione.

Dopo un attento esame e valutazione di essi sono emersi due chiari intendimenti vostri: 1) voler moralizzare, cioè castigare i costumi sociali mettendo in evidenza due difetti umani che in tutti i tempi, e maggiormente nei nostri, denigrano l’uomo; 2) voler tramandare la maggior parte di espressioni dialettali che il tempo tende a far scomparire.

Per questo vostri intendimenti mi trovate pienamente d’accordo; anzi vi esorto a continuare e cercare di fissare quanto più vi è possibile queste caratteristiche.

Non altrettanto d’accordo sono con voi per certi compiacimenti triviali che denoterebbero in voi una natura licenziosa e laida che non è certamente. Pertanto io non farei comparire, nemmeno in bella copia, i racconti “Madre premurosa” e “La riserva di calore per l’inverno”.

Ma cosa sperate di ottenere con simile roba? La popolarità fatua e curiosa di un giorno? Pensate che vi rivolgerete a lettori i quali mal vedrebbero e leggerebbero simili fatti. Pensate di moralizzare anche con questi racconti? No, non credo assolutamente. A parte il fatto che la censura potrebbe proibirne la pubblicazione. Già molto vi si concede con altri racconti come “Non vuole bene a te ma …”, “Scappa al luccicar della rincinedda”.

Insomma, caro Ingegnere, io penso che voi abbiate imbroccato una buona strada, ma con simili descrizioni voi distruggete quello che c’è di buono nelle altre.

Bellissimo è il racconto “Il portazecchini”, veramente degno di un grande artista. Si legge d’un fiato e suscita un non so che in fondo al cuore. Anche gli altri sono belli. Vi sono alcune imperfezioni secondarie di cui vedremo insieme al mio ritorno.

Per quanto riguarda altri argomenti cercate di trattare “Il cantaro” che già vi ho raccontato. Inoltre penso che meriti di essere trattato anche “Mannaggia la stella” dice Alias, che pure vi ho raccontato ma che vi riassumo. Ai tempi dei briganti (Crocco) alcuni di essi, con bisaccia piena di monete in ispalla, dovevano recarsi da un certo Zivoli detto Alias, per consegnargli quella fortuna in compenso ai servizi resi alle orde dei banditi. Giunti al paese, e non conoscendo di persona lo Zivoli, chiesero indicazioni ad un certo Amorosino, allora povero diavolo. Questi, avendo notato le monete ed intuendone la destinazione, rispose prontamente di essere lui stesso Zivoli. Al che i briganti gli consegnarono le monete provocandone l’immediato arricchimento e condannando all’eterna miseria il povero Zivoli, il quale ancora oggi fa dire ai suoi discendenti “Mannaggia la stella”.

Un altro fatto che si racconta di Alias minore è questo. Andato sotto le armi e messo nella truppa a fare la marcia, non riusciva a tenere la cadenza. Il caporale lo richiamava: “Alias. Cambia il passo”. Il povero diavolo confuso cercava di correggersi, ma invano. E il caporale: “Alias, ho detto cambia il passo!”. E quello più mortificato che mai non riusciva a correggere l’andatura. E il caporale a richiamarlo ancora. Alla fine, non potendone più, all’ennesimo “Alias, quante volte ti debbo dire di cambiare il passo”, rispose: “Caporale, grazia Dio ca venco appresso”.

Caro Ingegnere, vi ho dato, così, alla buona, alcuni argomenti, ma voi dovete ricrearli con la vostra fervida immaginazione e, perché no, con la vostra arte. Cercate di cogliere il momento buono, quando cioè l’ispirazione vi detta e comporrete dei bellissimi racconti. Io non tollero, e voi sapete quanto, composizioni forzate, artefatte, insincere che nulla dicono e nulla valgono.

Arrivederci a presto e … buon lavoro.

Michele Traficante


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Rionero, 9/6/64

Caro Michele,

grazie della tua lettera e dei tuoi consigli. Non fui e non sono un libertino, ma i racconti che si sentono da noi sono di mangiate, di tesori, di ricchezze sempre deluse e di licenze grasse. Questo è il nostro cinematografo …

Che cosa vuoi che racconti un popolo senza storia e di zinzulusi?

Chi voglia fotografare il nostro popolo deve purtroppo non assecondare le sue miserie. Che di grandezze non ne abbiamo nella maniera più assoluta. Bisogna risalire ad Orazio e quindi a Roma. Il resto è pura accademia scolastica.

Orazio è chiamato crapulone, bevitore e sporcaccione. Niente di più falso: è l’uomo della giusta misura in tutto, e si serve anche delle cose più volgari per giungere allo scopo che non è mai raggiunto, e mai si raggiungerà, di rendere angelo questa bestia fetida che si chiama l’uomo. Socrate, Cristo ecc. non hanno migliorato di una linea la naturale nostra felicità.

Ed allora tu mi dirai: “Ma perché perdi il tempo ed il denaro a scrivere?”. Per soddisfazione personale. Non so stare senza far nulla. Il denaro non mi fa gola e trascuro di cercare lavoro. Gli onori non mi esaltano. Quindi non sarò mai un conformista ed un servo.

Ieri padre Luigi, andando insieme a Napoli, mi riferì che di me si dice che sono massone. Si dica pure che sono una spia russa od americana. Non m’importa un fico secco.

Durante il ventennio fascista – per combattere e scalzare e difendermi da quell’infame regime – feci un parlare con l’avv.to Morlino, padre dei Morlino di Monticchio.

Mi pare che fosse un 33 di non so quale loggia. Era certamente un antifascista ed in qualche modo, dovevamo pur difenderci tanto più che la massoneria era ferocemente non fascista.

Ma non ebbi mai una tessera, come mai ebbi la tessera dell’Azione Cattolica. Eppure Cervellino mi dice che al tempo del Congresso Eucaristico, mi fece la tessera che Colombo non volle farmi dare.

E chi se ne frega? … Meglio, perché non sarei mai andato d’accordo con i … Rifiutando mi avrebbero chiamato l’anticristo.

Non consento con te sulla trivialità di alcune novelle. Rivederle per calligarle nella forma sì; ma sopprimerle no. In seguito starò al giudizio dell’editore. Se possiamo vendere un po’ di copie scriverò, con Renan, che la Vergine aveva più figli: i fratelli del Vangelo.

Perché scrivere se nessuno ci legge? Nel Cristo si è mosso ho detto tante cose che nessuno ha avuto il coraggio di scrivere. Solo il capostazione di Monteverde me ne domandò una copia.

Forse scrivendo cose leggere e grasse s’incontrerà fortuna. Bisogna almeno ricavare le spese.

In altri campi è la stessa cosa. Vi sono canzonettari e non operisti. Chi vuoi che stia a sentire il Guglielmo Tell di Rossini?

E così vada ….. che desiderava in casa quell’affare che E cos

Non ti pare che sia geniale l’ignoto narratore? E non è descritta bene la settimana della zita? … Non sai che si faceva la guardia nella notte fatale per evitare che si portassero davanti alla porta degli sposi ossa di ciucci e crete non del 4° secolo prima di Cristo? Ecco: la novella potrebbe essere arricchita di un dolore della mamma per la terza figlia. Non è vero forse che la suocera andava ad osservare il pannolino ed il lenzuolo l’indomani della prima notte? Questa la mentalità del nostro popolo come se una ragazza non vergine non potesse diventare una buona madre di famiglia!

Insomma tutta l’onestà il nostro popolo mette in mezzo alle gambe fetide della donna, e nel resto non conta che l’Amorosino prenda il denaro che andava a Zivolo. E Amorosino diventa don Peppe e Zivolo resta il zinzuluso.

Ieri sono stato a Napoli per ritirare Sul ponte romano. È un bel volume. Mancavano però le due elegie di Ovidio. Le ho dovuto rifare e spedire. Non so come le faranno entrare nel volume già pronto. L’indice è questo su cui scrivo.

Salutami quei signori dei vasi. Ho chiuso il debito al nostro farmacista?

Saluti

G. Catenacci


Domanda della leggenda del drago e del convento e chiesa di Orgosolo a quattro km. Da S. Arcangelo. Sto scrivendo, ma sin fermato perché la leggenda dei denti del drago non mi è stata bene descritta. Io vedo il duca Pignatelli approfittarsi dell’acqua dell’Agri per i suoi molini e per la cavallerizza con l’esclusione degli usi civici del popolo di S. Arcangelo. Senza il fesso il diritto non campa.






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… Garibaldi fu certamente un trascinatore di folle e di spostati. Vittorio II e Cavour seppero convogliarlo nel fiume dell’unità. Mazzini avrebbe creato soltanto carbonerie segrete; ma non saremmo uniti neppure oggi.

E basta con la storia.

Tu hai scritto su carta di quaderni; io scrivo su fogli di bozze per risparmiare quelli della Provincia. Mi fa piacere che non ti senti solo. E non devi sentirti tale. Tutto andrà per “lo meglio”. Ti affezionerai a coteste terre. Io sono sempre a tua disposizione per quello che posso e potrò.

I sonetti sono a Torino; credo che avrò subito le bozze. Quell’Antelminelli mi ha fatto una presentazione al pubblico degna di Petrarca. Mi paragona ai trecentisti. Ammappalo. Ho scritto a padre Lodovico. È tempo che il ponte romano veda la luce.

Il maestro Zaccara mi ha scritto accusando ricevuta del Granata. Arcomano, mi pare, non ha scritto.

Va bene: ti scriverò più spesso.

Cordiali saluti anche da mia moglie.

G. Catenacci



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Carissimo Ingegnere,

con molto piacere ho ricevuto la vostra lettera e, francamente, sono rimasto scosso dalle vostre ipotesi storiche circa la persona e l’azione di Garibaldi. Certo le vostre tesi sono quanto mai acute, però non credo che si possa paragonare addirittura Garibaldi ad un ladro, un mercenario, ecc., quasi che la sua natura e le sue intenzioni siano state pari a un fra Diavolo. No. Non sono d’accordo. Che Garibaldi sia stato ricompensato per le sue imprese a favore dell’unità d’Italia non con “un sacco di fagioli” ma con ben altro posso anche ammetterlo. Ma che egli abbia potuto subordinare e condizionare la sua partecipazione alla spedizione dei Mille a tale compenso, no. Io ammetto in Garibaldi invece uno spiccato senso patriottico che lo ha spinto, al pari di altri eroi del Risorgimento, a prendere parte attiva e, diciamo pure, insostituibile a quelle vaste azioni che portarono a quei risultati che tutti sappiamo. Che Garibaldi sia stato particolarmente fortunato nessuno lo mette in dubbio. Era la dea bendata che in quegli anni aleggiava proprio sulle sorte d’Italia.

Voi avete posto molti quesiti dalla risposta dei quali poteva venire un’assoluzione del Nostro. Io pongo altri quesiti al contrario. Come si spiega la partecipazione di Garibaldi alla difesa di Roma, durante l’effimera durata della Repubblica? Come, il suo tentativo di portare aiuto a Venezia durante l’eroica resistenza della città lagunare contro le preponderanti forze austriache?

Tralasciando gli altri interventi, come si spiega la sua partecipazione alla guerra del 1866 con le vittorie di Monte Bello e di Bezzecca? Non certo per aumentare il bottino. E come ancora l’intervento a favore dei francesi nella battaglia di Digione nel 1871?

Insomma, caro ingegnere, io non credo assolutamente che Garibaldi sia stato un avventuriero, un “filibustiere” come lo definirono i nemici, ma un uomo, pieno di fascino senza dubbio, animato dalle più giuste e più sacre idee patriottiche; idee che avevano il loro fondamento in un sano concetto di libertà e di giustizia.

D’accordo con voi su tutto il resto.

Vi ho esposto i miei modesti e personali convincimenti su tale argomento, non pensando minimamente di poter influire sulle vostre convinzioni.

Se l’Antelminelli vi ha fatto una presentazione degna di un Petrarca non è errata perché anche io riconosco nei vostri versi, non l’arte e lo stile del cantore di Laura ma una certa musicalità di verso ed una intensità d’ispirazione che si stenta a trovare oggigiorno. Mi auguro che questa vostra ultima, nell’ordine di tempo, fatica abbia quel successo di pubblico che merita. Effettivamente il “Ponte Romano” è un parto difficile perché stenta tanto a venire a luce; ma voi sapete benissimo le cause che ne ritardano l’uscita.

Vi ringrazio ancora una volta per le vostre squisite cortesie sia verso di me che verso la mia famiglia.

Vi saluto cordialmente.

Michele Traficante




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(Cartolina postale)

Rionero, 8/11/69

Caro Michele,

il ghibellino risponde nel trambusto della vendemmia finale tormentata dalla pioggia e dall’insufficienza del proprio mezzo di trasporto: 14° di zucchero.

Il nome di ghibellino è più armonioso di guelfo (che sa di cornacchia spelacchiata). Ma i ghibellini hanno sempre perduto all’ombra grigia del Vaticano. Il quale deve ora fare i conti non con i ghibellini ma con i contestatori cristiani!

È fesso chi ci crede ancora che le mura del Vaticano siano incrollabili.

Io, ghibellino, non ci credo e rido che una città guelfa parli del grande ghibellino!

Grazie del pensiero e saluti

G. Catenacci









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Rionero, 19 nov 69

Caro compare,

per risparmiare carta e francobollo rispondo alla tua cartolina milanese da ilota lucano: cioè con questo inutile foglio di altra inutile corrispondenza da pezzentoni.

Allora ho ragione io di essere diventato borbonico anche a parole. La prova è nei fatti: riduzione di ore lavorative; aumento dei salari; riduzione dei fitti di casa e dei viveri.

E chi è il fesso che deve fare le spese per questi civilissimi gaudenti? L’ilota di ogni tempo: il Mezzogiorno ed i Lucani in specie!

Saluti e grazie

G. Catenacci











Indice


Presentazione Pag.

Nota del curatore “

Prefazione “

Fonti bibliografiche “

Premessa “ 3

1. Cenni biografici “ 4

2. Catenacci e la sua umanità “ 7

3. Catenacci uomo d’azione “ 15

4. Catenacci e Giustino Fortunato “ 35

4.1 L’incontro con Giustino Fortunato nel ricordo di Catenacci “ 51

5. Catenacci politico “ 54

6. Catenacci ingegnere “ 70

7. Catenacci pubblicista “ 79

8. Catenacci storico “ 87

9. Catenacci poeta “ 95

10. Bibliografia ragionata “ 105

11. Pubblicazioni di G. Catenacci “ 117

Appendice documentaria “ 123

Indice “ 158











1 A riprova di ciò riporto quanto scrisse l’ingegnere Catenacci nel \1963, dedicandomi il volume Sul ponte romano: “All’insegnate Michele Traficante, conservatore e ricercatore appassionato degli scritti e delle opere di autori che delle cose meridionali ebbero ad interessarsi, dedico questo mio studio al fine di incoraggiarlo nel culto delle ricerche ormai passato in disuso”.

2 G. Catenacci, Ascensioni. Tipografia Editrice Mario Nucci, Potenza 1944, p. 6.

3 Per quanto l’ingegnere si scervellasse con ipotesi e sospetti vari, non riuscì mai ad individuare l’autore della lettera. A me è stato possibile risalire al suo redattore, un vecchio mastro muratore di nome A. C., il quale, qualche anno dopo, fece circolare una lettera indirizzata ad altro destinatario, tale M. D. L., questa volta regolarmente firmata, a cui era allegata una poesia con buona parte dei versi identica a quella fatta recapitare al Catenacci. Per mera curiosità, al di là del senso logico e linguistico, la si trascrive:

IL CAMALEONTE FURIOSO DELLA FIERA DEI VOLTAFACCIA

Gran Peppone sapientone enciclopato / sei rimasto trombolato / prendi dal diavolo la sua farina / della tua scienza pecorina. // L’ “O” di Giotto l’hai saputo copiare / l’arte creativa delle tue opere a tutti ben note / le strofette pungenti e spiritose / creano l’antipatia e l’ostilità ai / tuoi gobbi e altre cose. // Col galcano magico hai fatto piovere quattrini / con la tua scienza pecorina / pasticciaccio insensato e fraudolente / per giochi di interesse ed ambizioni / toto-corse del Crocifisso sei il mal ladrone. // Dalla gran politica ti sei perduto / per buffonaggine e pagliacciume / dei capricci ti son rimasti ancora qualcuno, spudoratezze testardaggine e malcostume. // Nel tuo inutile bagagliaccio / metti la tua creata nella bisaccia / diventerai un miscissco fino / con la tua scienza pecorina. // Pecoraio, malvagio e turbolente di grande ingegno / capace di rinnegare anche la tua gente / fatidico di castità e fra – vituperio impenitente / cervellotico cacasenno vanitoso combattente // Meglio riconciliarti col confessore / inchinati e nascondi la faccia di mezzanotte / Una lapide al medecitorio ti sarà eretto, / l’epigrafe di approfittante, turbolente, maledetto // professore, scultore e poeta di gran ingegno / serpentone ambizioso e maldicente / ricordo imperituro di Pietra Solfora e Ventarulo / sarà l’alfa e l’omega delle tue bravure.


Anche dopo le quaresime i carnevali non si esauriscono !!!



4 G. Catenacci, Ascensioni, cit. p. 9.

5 Lettera del 12 gennaio 1926, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 64, p. 58.

6 Lettera del 5 agosto 1926, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 82, pp. 69-70.

7 Lettera del 21 ottobre 1926, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 88, p. 73.

8 Lettera del 23 ottobre 1926, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 89, p. 74.

9 Lettera del 27 ottobre 1936, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 90, p. 74.

10 Lettera del 26 gennaio 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato a Giuseppe Catenacci, Rionero in Vulture, Tip. Ottaviano, 1987, n.1, p. 15.

11 Lettera del 26 gennaio 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit. n.1, p. 15.

12 G. Catenacci, Giustino Fortunato e il Mezzogiorno d’Italia, Melfi, Tip. Del Secolo, 1933, p. 21.

13 Lettera del 22 agosto 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 4, p. 16.

14 Lettera del 21 agosto 1924, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 47, p. 46.

15 Lettera del 22 ottobre 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 11, p. 23.

16 Lettera del 22 agosto 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 4, p. 18.

17 Lettera del 22 novembre 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 16, p. 28.

18 Lettera del 17 ottobre 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 10, p. 22.

19 Lettera del 31 ottobre 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 12, p. 24.

20 Lettera del 25 settembre 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 8, p. 21.

21 Lettera del 18 dicembre 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 20, p. 31.

22 Ivi.

23 Lettera del 5 novembre 1925, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 53, p. 50.

24 Lettera del 17 ottobre 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 10, p. 22.

25 Lettera del 9 ottobre 1925, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 50, p. 48.

26 Lettera del 14 ottobre 1925, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 51, p. 49.

27 Lettera del 1 dicembre 1925, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 59, p. 55.

28 Lettera del 12 marzo 1924, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 32, p. 40.

29 Lettera del 16 marzo 1924, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 32, p. 41.

30 Ivi.

31 Lettera del 7 maggio 1924, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 42, p. 44.

32 Lettera del 5 novembre 1925, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 53, p. 50.

33 Lettera del 3 marzo1929, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 130, p. 100.

34 Lettera del 26 gennaio 1930, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 144, p. 108.

35 Lettera del 6 febbraio 1930, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 146, p. 110.

36 Lettera del 28 novembre 1930, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 166, p. 124.

37 Lettera del 10 agosto 1930, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 160, p. 120.

38 Lettera del 3 luglio 1930, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 155, p. 117.


39 G. Catenacci, Giustino Fortunato e il Mezzogiorno d’Italia, cit., pp, 9 e 11.

40 L’8 ottobre 1922, nei pressi dell’arco della Chiesa Madre, nell’assalto alla sezione socialista, un gruppo di fascisti colpirono violentemente a randellate il giovane contadino Gerardo Nigro di anni 20 e mesi 5, figlio di Luigi e di Mosca Filomena. Il giovane morì nella sua abitazione posta in Via Umberto I, n 161. Il suo decesso venne dichiarato all’Ufficio anagrafe del Comune dallo zio, Arcangelo Nigro, di anni 43, e da Ermanno Carrozzino, di anni 40, contadino (Atto di morte n. 297 del 10 ottobre 1922). Gli aggressori furono individuati, processati e ovviamente assolti dal regime.

41 La lettera è in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., pp. 30-31.

42 Lettera del 21 agosto 1926, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 83, p. 70.

43 Lettera del 18 dicembre 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 20, p. 31.

44 Lettera del 16 marzo 1924, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 33, pp. 40-41.

45 Lettera del 18 aprile 1925, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 48, p. 47.

46 Lettera del 5 novembre 1925, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 53, p. 50.

47 Lettera del 6 dicembre 1925, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 61, p. 56.

48 Lettera dell’11 dicembre 1925, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 62, p. 57.

49 Lettera del 12 gennaio 1926, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 64, p. 59.

50 Lettera del 30 giugno 1928, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 110, pp. 87-88.

51 Lettera del 7 gennaio 1927, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 92, p. 76.

52 Lettera del 12 gennaio 1927, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 93, p. 77.

53 La lettera è in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., pp. 75-76.

54 Quartarella è la zona di Roma dove fu trovato il cadavere di Giacomo Matteotti.

55 Lettera del 6 novembre 1929, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 141, p. 107.

56 Lettera del 30 marzo 1930, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 151, p. 114.

57 La lettera è riportata nell’Appendice tra i documenti.

58 Lettera del 14 marzo 1929, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 131, p. 102.

59 Lettera del 17 settembre 1929, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 137, p. 105.

60 Lettera del 6 febbraio 1930, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 146, p. 110.

61 Lettera del 18 febbraio 1930, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 147, p. 111.

62 Lettera dell’11 marzo 1930, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 148, p. 111.


63 Lettera del 17 ottobre 1923, in C. Palestina, Lettere di Giustino Fortunato, cit., n. 10, p. 22.

64 A. Lotierzo – R. Nigro (a cura di), Poeti di Basilicata, Forlì, Forum, Quinta Generazione, 1981, pp. 92-93.

Pubblicato il 23/3/2009 alle 17.8 nella rubrica diario.

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